venerdì 2 ottobre 2026

L'intelligenza, chi l'ha vista?


Mio articolo del 28 settembre 2024 commentato dal prof Carlo di Stanislao il 2 ottobre 2026

L'intelligenza, chi l'ha vista?

Con la cultura, l'umanità "se la canta e se la suona da sé". Guasta il mondo e poi si inventa toppe peggiori del buco fingendo di risanarlo: 

alle case serve il cappotto termico. 

ai mezzi di trasporto niente carburante solo la batteria.

La cultura che gli addetti ai lavori spacciano come medicina è l'origine di tutte le malattie, perché sono le piante, gli animali e il pianeta ad assicurare vita all'umanità.

Dio ha creato il mondo, perché a l'uomo servano i muscoli per lavorare non il cervello per pensare. 

Dall'uomo di Neanderthal, a Socrate, padre della filosofia, sono passati 350.000 anni, ci confermano i "pensatori". 

Da Socrate a oggi 2400. 

E da Galilei ad oggi solo 400.

Negli ultimi 4 secoli, filosofi e scienziati hanno fatto più danni dell'intera razza umana dall'uomo scimmia ad oggi.

Quella che consideriamo intelligenza, ce la siamo inventata noi umani negli ultimi tre millenni, prima per necessità e poi per lucro, visto che a quell'esca, noi poveri affamati di sapere finto abbocchiamo a miliardi.

Perché promette qualità della vita, ma nascondendo un piccolo neo: tutto ciò che per gli umani è utile, per il pianeta è un danno, una perdita, una catastrofe.

Ci aiuta a vivere meglio, ma al prezzo della devastazione ambientale che istiga la natura a rispondere da matrigna anziché da madre, a colpi di sconvolgimenti climatici assassini per l'uomo e per tutte le specie viventi.

Tendiamo a dimenticare che è l'uomo a dipendere dal pianeta Terra, non viceversa. 

La natura ordina e l'uomo dovrebbe eseguire. E da responsabile esecutore non avrebbe bisogno di intelligenza per progettare grattacieli e Industrie avvelenatrici, ma di muscoli e ubbidienza per coltivare la terra.

Perché il creato ha i mezzi per indurci ad ubbidire oppure sloggiare, posto che dipendiamo dalla natura al 100%.

Agendo sui cinque elementi vitali sole, acqua, vento, fuoco e terra, la natura premia o punisce gli umani che presumono di poter dare ordini invece di prenderli ed eseguirli.

Piove e devi raccogliere acqua per affrontare i periodi di siccità se vuoi continuare a vivere. 

Fa caldo e devi accettare il caldo non accendere il condizionatore. 

Fa freddo e devi usare le coperte non la stufa. 

Fa vento, non devi sbarrargli la strada costruendo muri e case per ripararti.

Devi curare il bosco perché il vento non lo spazzi via o lo incendi come un mazzo di fiammiferi.

E dove la natura te lo proibisce, non puoi costruire e non puoi piantare.

Se frana la montagna ti ordina di piantare alberi o di consolidarla con qualunque sistema naturale. 

Ma tu ordini alla natura di non franare e te ne vai a passeggio o in villeggiatura per conservarti o migliorarti la "finta" qualità della vita. 

Ma quando torni, al primo acquazzone ti spazza via la casa, si porta via l'automobile, ti devasta l'impresa e ti lascia in mutande, se proprio ha un attacco di generosità.

Allora la migliore intelligenza che può usare l'uomo è ubbidire alla natura, e soddisfare soltanto i bisogni primari, per garantire a tutti gli esseri viventi un minimo diritto alla vita. Perché se pensa che sia intelligente migliorarsi all'infinito la qualità della vita, ma in conflitto con l'ecosistema da cui dipendiamo tutti, dal batterio alla balena e passando per l'uomo, è un presuntuoso suicida, che con l'intelligenza non ha nessun rapporto di parentela.

I romani iniziavano sempre con la costruzione degli acquedotti perché senza acqua qualunque individuo muore in una settimana. Adesso si inizia costruendo grattacieli montando l'antenna e comprando il televisore ovviamente dopo lo smartphone.

È cambiata completamente l'idea di cosa sia o non sia intelligente dai cavernicoli agli umani sbandati da riportare in carreggiata con l'ultima genialata umana: l'intelligenza artificiale. L'AI.

Forse è il caso di ricordarci con che entusiasmo il grande Luigi Einaudi accettava le genialate dei pensatori e degli scienziati:

"Il mondo non è mosso dagli interessi ma dalle idee...... e non è piccola la probabilità che le idee generatrici di moto siano più facilmente quelle infantili e distruttive ma popolari che non quelle fornite di spirito di verità".

Insomma, è fortunato chi ha capito quale cultura rende intelligente l'uomo!  

Io, 83 primavere, non c'ho capito una mazza.

Franco Luceri


Commento del prof Carlo di Stanislao

Franco Luceri non scrive un semplice testo: lancia una provocazione contro il grande equivoco del nostro tempo, quello che confonde l’intelligenza con la capacità di trasformare, consumare e dominare. La sua tesi è scomoda: forse non siamo diventati più intelligenti, ma soltanto più abili nel costruire strumenti capaci di aggravare i problemi che noi stessi abbiamo creato.

Con ironia corrosiva e paradossi volutamente estremi, Luceri rovescia il mito del progresso e ci costringe a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare: l’uomo dipende dalla natura, mentre continua a comportarsi come se fosse la natura a dipendere dall’uomo.

Il pregio maggiore del testo è proprio questo: non offre comode soluzioni, ma mette sotto processo le nostre certezze. E quando conclude, a 83 anni, confessando di «non averci capito una mazza», l’autore compie il più intelligente dei gesti: lascia aperta la domanda. Perché forse l’intelligenza comincia proprio quando smettiamo di considerarci intelligenti.


L'habitat che ci pensa dentro






Conformazione e organizzazione del territorio condizionano il pensiero di qualunque essere umano, scienziato compreso.

Chi, nel mondo della cultura, volesse conferma di quanto l'organizzazione del luogo in cui vive gli modella il cervello, cambi habitat. 
Ma se non può cambiare casa paese o stato, modifichi l'ordine delle cose in casa sua.

Faccia spazio e ospiti sulla sua scrivania, (per averli a portata di mano in caso di emergenza) un martello, due chiodi, una sega per falegname, un barattolo di colla, la cazzuola da muratore, cercafase e nastro isolante da elettricista, la forbice da potatore, rubinetto e chiave a pappagallo da idraulico, la cassetta dei ferri del meccanico, e nel giro di una settimana incomincerà a pensare con una testa che non riconoscerà più come sua.
E se dovesse avanzare spazio sopra o sotto la scrivania, sarà tentato di ospitare pure la zappa del contadino, il campanaccio del pastore, la rete del pescatore e l'ascia del boscaiolo. Senza trascurare le attrezzature da fabbro.

Prima di un anno sarà tanto scandalizzato della complessità del suo pensiero, da sospettare che notte tempo possano averle smontato e sostituito la testa pensante con una doppia pensante e facente.
Grazie alle modifiche apportate al suo habitat, sarà tentato almeno dieci volte al giorno di alternare pensiero e azione. E passando dal dire al fare e viceversa, capirà che a separarli non è un piccolo mare quanto la vasca da bagno di casa sua, ma tutti gli oceani del pianeta.
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Il rubinetto gocciola e tenterà di cambiare la guarnizione. Poi appenderà un quadro abbandonato per mancanza di chiodo e martello. luciderà una maniglia, incollerà una sedia, lubrificherà le cerniere cigolanti di una porta, avviterà il bullone allentato dell'auto, andrà a zappare le aiuole del suo giardino, toglierà i rami secchi dagli alberi e alla lunga la sua testa, sbattuta in tutte le direzioni dai problemi reali mai immaginati, mai visti e mai affrontati, sarà indotto a pensare ad un livello di complessità a dir poco sconosciuto.

Noi umani ci illudiamo che sia il nostro pensiero a modellare l'habitat in cui scegliamo di vivere. Invece è l'habitat che oltre ad influenzare pesantemente la nostra salute, modella e indirizza il nostro pensiero. 

L'unico attore del mondo è la natura, la flora e la fauna animale e le nostre inevitabili reazioni adattative, alla ricerca del massimo rendimento col minimo costo. 
Reagiamo agli stimoli ambientali e culturali, materiali e psicologici, anche quando ci illudiamo di agire da primi attori e persino da registi autonomi e responsabili.

Separare culturalmente il pensiero dall'azione è come staccarsi mezzo cervello e buttarlo per lo smaltimento nel secchio dell'umido. 
Ecco perché l'intellettuale non può sapere quanto è difficile passare dal pensiero all'azione. E anche chi si dedica solo ai lavori manuali, non può capire quanta fatica costa pensare razionalmente.
Insomma, stringi stringi, a questo mondo razionalmente non ha mai pensato nessuno. Tant'è che l'intera umanità, crede di progredire nella civiltà usando più neuroni che muscoli, ma regredisce sempre più nella barbarie della stupidità, dell'egoismo e della guerra.

E pure questo problema è di una semplicità sconcertante.
Dio ha creato tutti gli esseri viventi dal batterio al dinosauro con un istinto universale e incancellabile "la fame di cibo o morte": con la certezza di morire se non si lavora per produrlo.

Poi i più furbi si sono inventati la "finta fame di sapere", col potere di obbligare il resto dell'umanità a lavorare per mantenerli a caviale, champagne e miliardi.

Se Dio avesse voluto diversificare i manovali dagli intellettuali avrebbe creato i primi con l'obbligo di saziare lo stomaco o morire e i secondi con l'obbligo di saziare il cervello o morire. 
Invece di scarsa conoscenza non è mai morto nessuno. Di fame si continua a morire da quando Socrate inventando la filosofia ha allargato il mondo di intellettuali e separato pensiero e azione.

E oggi è persino legale che chi produce cibo possa morire di fame avendo il dovere di garantirlo prima a chi produce parole, "aria fritta", a chi si finge "affamato di sapere".

Le teste d'uovo: burocrati, politici, industriali e banchieri si sono ritagliati a norma di legge il privilegio di farsi nutrire e arricchire da chi lavora fisicamente.
Gli eretici cercano di capire se c'è un rotto della cuffia da cui salvare il salvabile, ma "il rotto" non c'è più.
La rivoluzione non è più replicabile in nessun angolo del pianeta, nemmeno quanto un mattone 25x25.
E la ragione è presto detta. Una volta pensatori e potenti erano due razze che si guardavano in cagnesco. Oggi sono razza unificata: compagni di merende.
I Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Robespierre e i Luigi XVI sono tutti gemelli solidali, partoriti col cordone ombelicale annodato, per essere compagni di merende inseparabili, alla faccia dei "cani sciolti" che di notte sognano ancora, per la salvezza dell'umanità, "contratti sociali" e "separazioni dei poteri" degni di questo nome.
Campa cavallo!
Franco Luceri


Comm. del prof Carlo di Stanislao

L’habitat che ci pensa dentro

«Noi formiamo le nostre costruzioni e poi sono esse a formare noi.»
— Winston Churchill

Il testo di Franco Luceri ha il merito di mettere in discussione una separazione troppo comoda: quella tra pensiero e azione, tra cultura e manualità, tra individuo e ambiente. 
L’immagine della scrivania che si riempie progressivamente di strumenti è ironica, ma contiene un’intuizione profonda: cambiare ciò che ci circonda significa anche modificare le occasioni percettive, operative e cognitive alle quali siamo continuamente esposti.

L’habitat non è dunque un semplice sfondo della vita: è un ambiente che ci sollecita, ci vincola e ci insegna. Il passaggio dalla riflessione all’esperienza concreta può ampliare il pensiero proprio perché lo costringe a confrontarsi con resistenze, errori, materia e conseguenze.

La provocazione finale, volutamente aspra, invita a interrogarsi su una questione essenziale: una civiltà che separa troppo il sapere dal fare rischia di impoverire entrambi. Il valore del testo sta soprattutto in questo invito a ricomporre ciò che l'abitudine culturale ha diviso.
Prof Carlo di Stanislao

sabato 26 settembre 2026

Curriculum di Franco Luceri






Franco Luceri è un blogger e opinionista salentino con quasi quarant'anni di esperienza nel mondo della comunicazione e del giornalismo d'opinione. Il suo percorso inizia nel 1987 come opinionista amatoriale per storiche testate pugliesi come il Quotidiano di Lecce e la Gazzetta del Mezzogiorno.

Nel 2011, cogliendo la transizione digitale del giornale cartaceo 20centesimi, decide di trasferire la sua voce sul web fondando il blog personale "Il Rebus della Cultura". Nel corso degli anni ha arricchito il suo bagaglio collaborando con testate come Rosewood di Rina Brundu, The Front Page e Print.

Oggi, oltre a curare quotidianamente il proprio spazio indipendente, offre il suo punto di vista e la sua firma a nove diverse testate giornalistiche e di informazione online: Pensalibero.it, Eco del Sannio, Progetto Radici, Corriere di Puglia e Lucania, Corriere Nazionale, Stampa Parlamento, Newmediaeuropeanpress.eu, Imola Oggi e Trucioli Savonesi.


Quando le parole devono rispondere ai fatti





In politica, quello che conta non è quello che si dice, ma quello che si tace. (Jean Paul Sartre)

Forse in politica servirebbe una legge per impedire l'uso delle parole. Visto che la politica è la scienza delle soluzioni possibili, quindi "scienza dei fatti", se si lascia che gli addetti ai "lavori" la convertano in "scienza delle parole", per lucrare all'infinito potere e guadagni sulla conservazione dei problemi, si accetta di finire truffati, derubati, tartassati, "asserviti educatamente".

La filosofia ha ridotto la politica, da autosalone di istituzioni marcianti, in magazzino di pezzi di ricambio di seconda mano, o peggio deposito di rottami. Vedi Italia.

Qualunque politico italiano prometta o finga di risanare: scuola, sanità, previdenza, trasporti, eccetera eccetera, sta truffando gli elettori e i contribuenti. 

Perché il sistema Stato, come un treno, o funziona e garantisce servizi per una dignitosa qualità di vita a tutti i cittadini, o garantendo disservizi a 360 gradi, addetti ai lavori compresi, (pensate quanti politici, giudici, giornalisti e qualche professore sono stati ammazzati in otto decenni di finta democrazia) truffa in blocco potenti, utenti e contribuenti.

Qualificare o squalificare una singola istituzione, per favorire o ostacolare la politica di destra o di sinistra, in un paese indebitato come l'Italia è truffa culturale, burocratica, politica, economica e finanziaria continuata.

Al pari di vagoni merci guasti abbandonati su binari morti, le istituzioni italiane eternamente bisognose di manutenzione e riparazione, sono affidate a finti meccanici che si spacciano per veri politici e ci speculano su una barca di miliardi, truffando chi da utente e contribuente è chiamato prima a subire un danno e poi a pagare il prezzo del disservizio come fosse servizio di primissima qualità.

In qualunque paese del mondo, basta sfasciare la scuola che è il motore del sistema stato e dei relativi sottosistemi burocratici, e il resto è consequenziale: lo Stato si muove solo a spinta istigando il popolo a delinquere nel disperato quanto inutile tentativo di salvarsi.

Chi vi parla di risanamenti al di fuori della scuola vi sta truffando, perché se la scuola non è la sorgente di tutto il bene, lo è di tutto il male. 

Che si tratti di una democrazia o di una dittatura, la vera politica la fa il prof. formando e maturando il cervello degli alunni nonché futuri elettori chiamati ad auto governarsi democraticamente o ribellarsi ad una dittatura: il resto è bla bla.

Ma se i "maturatori di cervelli", (lavoro che è stato un rompicapo persino per Gesù) rischiano di uscire dalla scuola accoltellati, oppure i discenti entrano ignoranti ed escono criminali già a 13 anni, vuol dire una sola cosa:

la formula pedagogica usata per la maturazione dei cervelli, è perfetta per "massacrarli" direbbe Mark Twain.

Che la conoscenza sia l'unico sole capace di far crescere e maturare neuroni non ci sono dubbi. Ma si dovrebbe prima capire da quale finestra del cervello umano entra il sole. 

E quale sole pedagogico sia più idoneo a fare della bestia uomo, un uomo degno di questo nome, sia come docente che discente. E questo lo sa solo il Padreterno che ha creato gli umani ad uno ad uno tutti unici ed irripetibili.

La pedagogia attuale in Italia e in occidente avrebbe dovuto essere influenzata più da Montessori che da Croce e Gentile, per fare degli stati democratici mezzi al servizio dei popoli.

Invece la pedagogia Montessori è stata snobbata in Italia ma coltivata e sviluppata in Oriente, Cina in primis, dove la pratica prevale sulla teoria a partire dai bambini di tre anni per consentire ad ogni alunno di sviluppare liberamente e autonomamente il proprio talento migliore.

In Occidente si preferisce asservire i popoli agli Stati, insaccando i cervelli di teoria e ostacolando burocraticamente e tributariamente la pratica, fino a portare alla quasi estinzione la razza degli Artigiani:   i prof del fare.

Nascendo tutti unici e irripetibili, gli esseri umani non possono essere istruiti da nessuno, debbono autoistruirsi. E l'unico modo per auto istruirsi è la pratica non la teoria. Solo mettendo le mani in pasta precocemente in qualunque tipo di lavoro il cervello umano cresce e matura.

"Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che in dormiveglia giace nell'alba della vostra coscienza."    K. Gibran

Perciò l'insegnamento giusto, secondo la pedagogia Montessori, consiste nel creare l'ambiente adatto affinché il bambino possa auto educarsi. 

Il principio cardine del suo metodo è riassunto nella celebre frase: "Aiutami a fare da solo".

Se gli esseri umani nascono ad uno ad uno tutti unici e irripetibili, non gli si può nutrire il cervello con istruzioni massificate standard uguali per tutti, né si possono tagliare cucire e adattare a misura di ogni singolo soggetto. 

Allora capite bene, che sabotare il modello formativo montessoriano, dove formazione e maturazione dei cervelli è affidata a l'autoistruzione precoce (in Cina: a 3 anni negli asili si iniziano ad imparare tutti i mestieri) é asservimento e sfruttamento dei popoli liberi fino all'autodistruzione.

Franco Luceri


Commento del prof Carlo di Stanislao

Quando le parole devono rispondere ai fatti

«Un’oncia di azione vale una tonnellata di teoria.» — Ralph Waldo Emerson

La politica comincia dove finiscono le parole. Non perché le parole siano inutili, ma perché una promessa senza risultati diventa soltanto un modo elegante per rimandare la realtà.

Una scuola si giudica da ciò che insegna, un ospedale da come cura, un treno da quando arriva. La realtà non fa propaganda: accade.

E qui la scuola diventa il cuore della politica. È nelle aule che si formano i cittadini capaci, domani, di distinguere un fatto da un'opinione, una promessa da un risultato, la propaganda dalla verità.

«Aiutami a fare da solo», il principio montessoriano, contiene una grande idea politica: educare significa rendere l'essere umano progressivamente autonomo. Non riempire menti, ma insegnare a pensare, sperimentare, scegliere e verificare.

Una democrazia adulta non dovrebbe chiedere fede nei governanti, ma responsabilità e risultati. Ogni programma dovrebbe avere una verifica, ogni riforma effetti osservabili, ogni promessa una scadenza.

Perché governare non significa spiegare perché un problema esiste. Significa assumersi la responsabilità di cambiarlo.

E quando, dopo anni di annunci, il problema è ancora lì, non servono nuove parole, nuove emergenze o nuove promesse: serve una domanda elementare, quella che ogni cittadino dovrebbe poter rivolgere a chi governa:

«Che cosa avete fatto, concretamente, con il potere che vi è stato affidato?»

Alla fine della politica rimane sempre la stessa cosa: il risultato.

Le parole possono chiedere consenso. I fatti devono meritarselo.

Prof Carlo di Stanislao

sabato 19 settembre 2026

L’Occidente è l’inferno dei professori disoccupati, l’Oriente è il paradiso dei maestri autonomamente produttivi









In Cina, i bambini piccoli (dai 3 ai 5 anni) imparano l'autonomia pratica svolgendo "mestieri" reali come cucinare veri pasti, accendere piccoli forni a legna, lavare i panni, fare giardinaggio, cucire e usare piccoli attrezzi da falegnameria
A differenza della nostra, (che non insegna nemmeno a fare un uovo lesso a 50 anni) la pedagogia orientale punta alla "formazione con le mani in pasta". 
Alla "autoistruzione precoce e pratica", per formare soggetti liberi e autonomamente produttivi.
Mentre l'alunno occidentale immagazzina conoscenza, riempie memorie, ma non sviluppa nemmeno tre soldi di vera intelligenza, di soluzioni pratiche, nemmeno come piantare un chiodo e appendere un quadro senza fracassare il quadro o amputarsi un dito. 
Insomma la scuola occidentale imbottisce tanto i cervelli di saperi teorici, da inibire la consapevolezza.
Ecco perché l'occidente è un concentrato di laureati disoccupati, sottoccupati o in giro per il mondo a caccia di una speranza di futuro.
Mentre l'oriente è la terra della concretezza, del pragmatismo, della migliore soluzione possibile, del lavoro e del profitto senza voli di fantasia suicidi o omicidi.
La natura ha sempre creato e continua a creare esseri umani unici e irripetibili protetti dall'indotrinamento malefico altrui. Ogni individuo ha in sé tutto ciò che serve per assorbire ed elaborare la conoscenza necessaria a nutrirsi il cervello e onestamente anche il portafoglio.
Il cervello umano attinge conoscenza da cinque vie di comunicazione diretta con il prossimo e la  SUPERPROF. NATURA, che a colpi di promozioni o bocciature obbliga tutti gli esseri viventi a sviluppare intelligenza per non morire.
In ogni essere umano, vista, udito, odorato e gusto ricevono e trasmettono H24 informazioni dall'ambiente al cervello. 
Ma il principale organo responsabile dello sviluppo intellettivo, nonché anello di comunicazione tra l'uomo e l'habitat sono LE MANI. 
Il cervello usa le mani per entrare in contatto fisico con le cose con le persone e con la natura. 
Le mani fanno sbagliano, correggono, perfezionano e mostrano al cervello quale è la soluzione onesta meno costosa e più produttiva, in quel momento, in quel luogo e con le risorse disponibili.
E il cervello prende atto che la soluzione di quel problema non è scientificamente perfetta, ma è la migliore possibile.
Bilanciando teoria e pratica la cultura orientale ha indotto sviluppo sociale ed economico ovunque. Le imprese cinesi invadono il mondo conquistano consumatori e accumulano profitti; mentre quelle occidentali non reggono alla competizione mondiale e deperiscono. 
E il calvario de l'impoverimento che parte dalle imprese, finisce per coinvolgere lavoratori dipendenti, famiglie, istituzioni e Stati. 
In Europa e in America non sono previsti aggiustamenti di rotta culturale, ma visto che l'unica pedagogia vincente nel mondo è quella orientale, gli stati indebitati qualche pensierino dovrebbero iniziare a farlo.
La Cina ha 1 miliardo 412 milioni di abitanti, e grazie alla "pedagogia con le mani in pasta" ha un debito pubblico che non arriva a 20.000 miliardi di dollari. Mentre quello degli Stati Uniti, che di abitanti ne ha 349 milioni, (oltre un miliardo in meno) supera i 40.000 miliardi.
Io non sono un addetto ai lavori intellettuali o politici e sicuramente mi sbaglio. 
Ma secondo voi: 
tra la pedagogia occidentale del "borseggio a mano libera";
e quella orientale "delle mani in pasta"; quale è più idonea per conservare nella specie umana qualche traccia di buon senso ?
Franco Luceri


Commento del prof Carlo di Stanislao

«La mano è il prolungamento dell’intelligenza.» — Henri Focillon
Il testo di Franco Luceri colpisce perché mette il dito su una ferita che riguarda non soltanto la scuola, ma l’idea stessa di educazione. Abbiamo confuso il sapere con l’accumulo del sapere. Abbiamo riempito la memoria e, talvolta, lasciato vuota la capacità di fare. Un uomo può conoscere migliaia di definizioni e non saper affrontare un problema concreto; può possedere titoli e non possedere strumenti per stare nel mondo.
Per questo il passaggio sulle mani è forse il più importante. La mano non esegue semplicemente ciò che il cervello ha già pensato: spesso è la mano a insegnare al cervello a pensare. 
Tocca la materia, incontra la resistenza, commette l’errore, corregge il gesto, scopre una possibilità imprevista. È una scuola senza cattedra, nella quale la realtà è il maestro e l’esperienza è l’esame.
Qui Oriente e Occidente non dovrebbero diventare caricature contrapposte. La questione più profonda è un’altra: che cosa vogliamo formare, persone che sappiano ripetere ciò che hanno imparato o persone capaci di imparare da ciò che incontrano? La differenza è enorme.
Anche la Medicina Cinese, nella sua visione più autentica, non separa così facilmente corpo, esperienza e conoscenza. Il sapere nasce dall’interazione con il mondo, dal gesto, dalla sensibilità, dall’osservazione e dalla capacità di adattarsi alla trasformazione. Non basta conoscere la strada: bisogna saper camminare.
Forse è proprio questa la lezione più radicale delle “mani in pasta”: l’intelligenza non è soltanto ciò che sappiamo, ma ciò che siamo capaci di fare con ciò che sappiamo. 
E quando la mano torna a pensare, anche il cervello ricomincia ad ascoltare la realtà.
Prof. Carlo di Stanislao

sabato 12 settembre 2026

Inventando la matematica, il filosofo Pitagora ha declassato la filosofia a scienza degli ignoranti







L'avanzamento intellettivo dell'umanità è inarrestabile. Lo ha indotto la natura per decine di millenni facendo gli umani sempre più intelligenti. 
Poi Umberto Eco ha iniziato a vedere "legioni di imbecilli", dovute ad un calo di qualità dell'istruzione, ma temo che si sia sbagliato. Se la natura è ancora in servizio non è andata in pensione, le legioni di imbecilli sono una illusione ottica, non ci sono mai state, non ci sono, e non ci potranno mai essere.
Nell'ultimo secolo le scienze matematiche hanno avuto una accelerazione tale da lasciare indietro anni luce le scienze umanistiche. 
Io ho definito questa diversa accelerazione tra il sapere umanistico e scientifico, "spaccata culturale". 
Come se il mondo scientifico fosse scivolato su una buccia di banana, e la gamba matematica fosse partita a razzo facendo arretrare altrettanto la gamba filosofica.
Le scienze matematiche sono state impiegate nella produzione di mezzi sempre più complicati e potenti, tanto da far sembrare ignoranti e imbecilli gli umani condannati ad utilizzarli.
Ma è l'intelligenza media dei popoli che non potrà mai tenere il passo del progresso scientifico sparato, e non di rado demenziale e criminale.
Alcune auto viaggiano a 200 km orari e oltre, ma la percentuale di autisti che può guidarle su strada a quella velocità e senza fare danni è insignificante.
Secondo voi, sono diventati stupidi gli autisti o criminali i progettisti, i costruttori e chi ha omologato e legittimato la costruzione, produzione e commercio di quelle "armi" assassine su quattro ruote?

Sembra paradossale che tutti i problemi dell'umanità possano avere origine dalla tavola pitagorica e dalle scienze derivate. Ma è esattamente così, perché la matematica, a differenza della filosofia e relative scienze umanistiche, si presta alla frammentazione e persino alla polverizzazione scientifica che produce e commercia in ogni campo, tecnologia sempre più sofisticata, (vedi computer e smartphone, elettrodomestici e robot intelligenti e tuttofare, droni che fanno la guerra senza soldati, auto senza autista e tra poco predisposte a volare) tanto da far sembrare ignoranti i soggetti preposti ad utilizzarla e persino gli stessi pedagogisti che gli hanno formato e maturato il cervello.

Le scienze umanistiche: filosofia, pedagogia, psicologia e sociologia non hanno potuto tenere il passo delle scienze matematiche, perché un conto è rendere belle le cose, un altro maturare cittadini capaci di produrre contribuire e socializzare in pace, quando si è condannati ad utilizzare mezzi spacca cervelli incomprensibili, da cui trarre produttività onesta legale e pacifica, è semplice utopia.

Come dire che l'umanità è stata indotta a comprare e utilizzare tecnologia pur non avendo maturato l'adeguata intelligenza per usarla utilmente senza danni individuali sociali e ambientali. 
E l'impoverimento individuale, ha generato di riflesso l'impoverimento e l'indebitamento di tutti gli stati del mondo, che invece di incassare tasse sono stati chiamati a pagare sussidi.

Questo ha spostato il baricentro mondiale del potere economico dai popoli contribuenti (che hanno sempre mantenuto gli Stati), agli Stati sussidiatori di singoli e di Popoli, obbligati a compensare il calo della produttività privata ed evitare la guerra civile.

Questo paradosso della produzione tecnologica crescente, che genera produttività calante, ha caricato la politica di un costo e una responsabilità che non sarà mai più in grado di sopportare, nemmeno nelle primissime potenze mondiali.
Nell'ultimo secolo nessuna politica ha avuto il potere di tenere a bada le scienze matematiche obbligando gli scienziati ad adeguare i mezzi all'intelligenza media dei popoli, posto che le scienze umanistiche non possono muoversi alla stessa velocità delle scienze matematiche adattando gli uomini ai mezzi.

Comprando qualunque prodotto tecnologico di ultima generazione, non si guadagna sicurezza e produttività, ma danni e rischi a sé, agli altri e alla natura.
Questa è la causa di tutti i guasti dell'umanità. Quindi il progresso tecnologico ha prodotto e continua a produrre regresso economico e sociale, oltre che devastazione ambientale ingovernabile e speriamo almeno sanabile.
Ecco perché la politica non ha mezzi legali per mettere riparo a questa montagna di tecnologia suicida o assassina, e per tentare di evitare il default si rassegna ad invadere e depredare i popoli ricchi di risorse ma poveri di difese. 
Quindi si evita la guerra civile e il cannibalismo fra individui, dovuto all'impoverimento collettivo tecnologicamente indotto, nell'unico modo possibile, praticando con la guerra economica, finanziaria e bellica, il cannibalismo tra potenze mondiali e piccoli stati ricchi di materie prime ma poveri di difese militari. (vedi Ucraina Palestina Iran).

Ma ora una bella notizia. All'orizzonte è comparso un nuovo marchingegno tecnologico, l'intelligenza artificiale che tenterà di accorciare le distanze siderali tra cultura scientifica accelerata e fuori controllo e umanistica che arranca e sembra arretrare su tutti i fronti.
Ma se la tecnologia non verrà adattata all'intelligenza media dei popoli, e continuerà a fare più danni che utili, più perdite che profitti, ben presto anche l'intelligenza artificiale si rivederà una toppa peggiore del buco.
Franco Luceri

Il prof Carlo di Stanislao ha commentato così:

Il testo di Franco Luceri propone una diagnosi severa e suggestiva delle aporie del mondo contemporaneo. La sua tesi centrale individua nella frattura tra scienze matematico-tecnologiche e scienze umanistiche — la cosiddetta "spaccata culturale" — la matrice primaria della crisi sociale, economica e geopolitica attuale.
​La riflessione muove da una provocazione di fondo: la supposta regressione intellettuale della società non è dovuta a una decadenza biologica o all'insorgere delle "legioni di imbecilli" paventate da Umberto Eco, bensì all'incapacità strutturale dell'umanità di viaggiare alla stessa velocità della tecnica. Il fulcro della tesi si fonda su diversi snodi concettuali:
​La scissione tra tecnica e comprensione: La matematica e i suoi derivati tecnologici permettono la frammentazione e l'Iper-specializzazione. Ciò conduce alla creazione di strumenti (automobili iper-prestazionali, algoritmi, dispositivi complessi) le cui capacità superano di gran lunga la soglia dell'intelligenza media e della maturità emotiva necessarie per gestirli in modo sicuro ed etico.
​L'asimmetria conoscitiva: Le scienze umanistiche (filosofia, pedagogia, psicologia) si occupano della complessa e lenta maturazione dell'essere umano e del cittadino. Non potendo progredire con la frequenza esponenziale dell'innovazione tecnologica, restano irrimediabilmente indietro, generando l'illusione che l'uomo sia diventato più ignorante, quando è invece l'oggetto tecnico a essere diventato sproporzionatamente complesso.
​Il paradosso socio-economico: L'adozione massiccia di una tecnologia che supera la capacità umana di controllo non produce un vero aumento della produttività netta, ma genera esternalità negative: danni ambientali, rischi per la salute e costi sociali. Gli Stati sono così costretti a trasformarsi da enti regolatori a "sussidiatori", aumentando l'indebitamento pubblico per sanare le fratture sociali ed evitare il conflitto interno.
​Proiezione bellica e geopolitica: L'incapacità della politica di governare la traiettoria dello sviluppo scientifico sposta la pressione verso l'esterno, traducendosi in dinamiche neo-coloniali o conflitti internazionali per l'accaparramento delle risorse (guerre economiche e belliche).
​Matematica vs Filosofia: Un'asimmetria metodologica
​L'attribuzione a Pitagora della nascita di un modello di pensiero che "declassa" la filosofia evidenzia un nodo filosofico cruciale: la differenza tra la misurabilità del reale e la comprensione del significato. La matematica procede per astrazione, frammentazione e ricombinazione formale; ciò le consente una velocità di accumulazione e applicazione pratica senza pari. La filosofia e la pedagogia, al contrario, si occupano della totalità dell'esperienza umana, dell'etica e della convivenza, ambiti che richiedono tempi di assimilazione ed elaborazione non accelerabili a piacere.
​La metafora dell'automobile ad alta velocità riassume l'impasse: la responsabilità del rischio non risiede esclusivamente nella perizia dell'automobilista, ma nella scelta di mettere a disposizione strumenti letali all'interno di contesti ordinari.
​In questo scenario, l'ingresso dell'Intelligenza Artificiale rappresenta l'ultimo stadio di questo processo. L'IA viene descritta come un potenziale elemento di compensazione per colmare la distanza tra la complessità scientifica e le capacità umane; tuttavia, se concepita soltanto come ennesimo acceleratore tecnico privo di un riallineamento con le esigenze e i limiti dell'uomo, rischia di esacerbare le macerie culturali ed economiche già presenti.

sabato 5 settembre 2026

I mattoni della Scienza e la scomparsa dei muratori

 





"La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa".
Henri Poincaré

L'intero pianeta, con tutto il suo carico di umani impotenti, entra in crisi perché le singole scoperte scientifiche alla lunga si rivelano scollegate, conflittuali e persino catastrofiche per l'umanità, la natura o entrambe.

Quella che ci insegnano a chiamare "Scienza", (cioè sorgente unica di tutte le soluzioni umane intelligenti) è un mucchio di  "scienze" frammentate che manco si conoscono fra loro.
Ma gli addetti ai lavori non hanno alcuna difficoltà a convivere (lucrando profitti) con i problemi e le catastrofi che dovrebbero prevenire: violenza, ingiustizia, epidemie, carestie, guerre e politica marcia di corruzione che uccide i popoli e ingrassa i potenti. Vedi vaccino contro il covid-19, chè bella montagna di miliardi ha reso agli addetti ai lavori e di effetti collaterali mortali per l'umanità.

Ma quando l'ingordigia dei padroni arriva a mettere in crisi la classe media che è il polmone economico di riserva di qualunque popolo; per garantire ossigenazione finanziaria al sistema Stato, ed evitare che scoppi di debito pubblico impagabile, diventa urgente invadere e depredare un popolo ricco di risorse, ma militarmente indifeso e/o politicamente isolato.

E a questa forma di cannibalismo  nobilitato "Geopolitica", si arriva nel tentativo estremo di mettere riparo ai guasti secolari delle "scienze frammentate e specialistiche".
Questa macedonia indigesta di saperi scollegati e conflittuali senza capo e senza coda, è venduta come Scienza, progresso, sviluppo, produttività, giustizia, legalità e democrazia, ma garantisce l'esatto contrario.

Montagne di errori colposi e falsificazioni dolose custoditi gelosamente per millenni, perché produttivi per potenti e classe media, e agonia e morte per sfruttati ed esclusi.
E questo ingrossamento tumorale delle scienze specialistiche, ha reso la complessità e la verità talmente aggrovigliate e imponderabili da non trovare alloggio nemmeno nel cervello dei geni. 
Faticavano già all'origine i padri della Scienza: Aristotele, Copernico, Galilei, Newton eredi e successori.
Sulla terra fallì persino Gesù incarnato uomo, quando la "Scienza" era ancora lattante e figlia di pochissimi filosofi e matematici.
Chi crede di trasmettere col sapere una verità assoluta  insegna solo "verità parziale", e quindi  "autentica menzogna", come ci ricorda Aristotele, che certo ora si starà rivoltando nella tomba per l'infimo livello in cui versa la "SCIENZA" mondiale e derivati umani.

Mentre le scienze malate di incurabile nanismo si fingono SCIENZA, migliorando singoli particolari (vedi cappotto termico e auto elettriche) l'intera architettura del Progresso mondiale edificata a secco sulle sabbie mobili dell'ignoranza incancellabile, continua a franare e sprofondare.
In Italia ad Amatrice non hanno rimosso ancora nemmeno le macerie dopo 10 anni. E hanno speso una barca di miliardi in cappotti termici gratuiti a chi aveva una casa e magari pure la villa e lo yacht.

L'intelligenza artificiale, specchio fedele de l'intelligenza naturale, non riuscirà mai a colmare il caos delle scienze frammentate.

In mano ai migliori autisti,  qualunque mezzo, fosse pure senza motore o ruote, fa miracoli, e l'intelligenza artificiale come mezzo è già in movimento e sta sgommando.
Ma ahinoi, i MIGLIORI sono ormai una razza a rischio estinzione. E i pochi esemplari scampati all'eccidio, in democrazia sono come una rondine solitaria, non fanno "primavera".

E se vi riesce, provate a immaginare quale primavera politica potranno regalarci i "PEGGIORI" se acquisiranno il controllo del mostruoso arsenale scientifico IA, in aggiunta al potere secolare di fare montagne di miliardi progettando e governando: 
- pandemie genocide pilotate
- inflazioni e recessioni pilotate, 
- strozzinaggio finanziario "legale"
- rapina tributaria a norma di legge
- devastazione ambientale, 
- guerre locali col serio rischio che diventino atomiche e mondiali.

Forse dovremmo domandarci, perché i maestri di una volta usavano la bacchetta sulle mani per fertilizzare la maturazione di neuroni e formavano geni senza risparmio. 
Mentre ora, sparito quel miracoloso fertilizzante, ci siamo arricchiti di "legioni di imbecilli", come li chiamava 10 anni fa Umberto Eco e introvabili un secolo fa.
È sbagliata l'istruzione, l'informazione, la politica o cosa?

Franco Luceri


Commento del prof Carlo di Stanislao

I mattoni della scienza e la scomparsa dei muratori

“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa.”
Henri Poincaré

È da questa folgorante intuizione di Henri Poincaré che Franco Luceri apre la sua riflessione, con un’immagine che contiene già, in nuce, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.

È un’apertura forte, volutamente provocatoria, ma proprio per questo feconda.

Luceri non contesta semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, secondo la provocazione dell’autore, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell'uomo e del mondo.

Ed è proprio qui che la metafora iniziale acquista tutta la sua forza.

Una casa non nasce perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Nasce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.

Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di sintesi.

E forse è proprio quest’ultima che Luceri invita a cercare.

La sua riflessione parte infatti da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell'insieme? Chi mette in relazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?

La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare e amministrare il mondo per compartimenti separati.

È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.

Per questo l'apertura di Luceri merita attenzione. Il suo bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.

La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.

In questa prospettiva, la provocazione dell’autore diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?

La domanda diventa ancora più urgente nell'epoca dell'intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l'essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto.

L'intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e dagli scopi che gli vengono assegnati.

Ecco perché la metafora di Luceri non è soltanto una denuncia della crisi dell'istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.

Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di più cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.

Perché i mattoni sono necessari.

Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre.

E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.

Prof. Carlo di Stanislao

lunedì 31 agosto 2026

La scuola produce materie prime e semilavorati non garantisce prodotti finiti, "cervelli maturi".







Nessun contadino, impegnato ad insegnare agli apprendisti diciottenni come usare la zappa senza darsela sui piedi, ha mai sofferto di Burnout.
Il cervello umano portato a maturare al sole di Madre Natura non ha mai dato problemi a nessuno contadino pastore pescatore boscaiolo.
Invece maturare i cervelli a scuola è causa di stress. Il professore, se eccessivamente impegnato e responsabile, è soggetto alla cosiddetta sindrome di Burnout, e non c'è nessuna garanzia che la qualità dell'insegnamento e la qualità del sapere producano nel discente vera maturazione, vera intelligenza.
Il sole della "cultura" come tutte le produzioni umane è a rischio (come una lampada abbronzante che ustiona invece di abbronzare) per alunni e professori. Ed è senza certificato di garanzia.
La Garanzia che la maturazione del cervello riesca a regola d'arte senza danno per prof e alunni non l'hanno ancora inventata.
Forse dovremmo dedurre che la scuola non produce prodotti finiti e garantiti, ma solo materie prime e semilavorati. Poi serve molto altro, perché da un laureato, da un possessore di titolo, ne venga fuori un intellettuale con gli attributi giusti al posto giusto.
Le legioni di imbecilli come li chiamava Umberto Eco escono tutti dalla scuola, perché nessuno ha ancora capito con esattezza cosa serve prima durante e dopo l'istruzione perché la cultura produca almeno la stessa qualità di "cervelli fini" garantita dalla coltura.
Franco Luceri

sabato 29 agosto 2026

La scuola, dallo stesso percorso formativo, può sfornare geni o imbecilli?

 









Nel giugno del 2015, durante una conferenza all'Università di Torino, Umberto Eco disse che i social media «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

A questo punto una domanda sorge spontanea: se in Italia abbiamo legioni di imbecilli ricercati e ascoltati a bocca aperta come fossero premi Nobel, è come dire che siamo un popolo di imbecilli con una classe dirigente imbecille. E da dove è saltata fuori tanta ricchezza di umani di seconda scelta?
Se non li ha creati Dio, che non è mai andato oltre pochi esemplari di scemi del villaggio, chi sono gli autorevoli "guastatori" del popolo italiano?

Gli industriali e i banchieri non si prenderebbero tanto fastidio, perché hanno bisogno di cittadini produttivi e sfruttabili. I giornalisti e i politici possono anche influenzare negativamente un popolo; ma chi dall'istruzione ha guadagnato un patrimonio intellettivo di tutto rispetto non se lo lascia certo guastare dagli imbecilli.

Non sarà per caso che la pedagogia ha trovato la formula magica, usando la stessa quantità e qualità di sapere che ha sempre reso geni gli occidentali e gli italiani in primis, e ora forma eserciti di umani di seconda scelta?
  
La scuola italiana non ha cambiato una virgola di ciò che una volta serviva per formare italiani intelligenti e geni.
Continua ad insegnare letteratura, storia, matematica, scienze, lingue straniere, ma i cervelli di oggi non sono più come quelli di ieri. La produzione di imbecilli non è per niente inventata è drammaticamente reale. Non è dovuta ad un calo di diottrie di Umberto Eco.

Se nelle scuole e nelle università italiane il nutrimento culturale per la formazione dei cervelli è rimasto invariato, cosa ha prodotto il cambiamento, anzi il capovolgimento: dalla formazione di geni alla formazione di "legioni di imbecilli"?

A questo rompicapo non si è mai dedicato nessuno, nemmeno i cervelloni dell'università, o i ministri dell'istruzione. Come se Umberto Eco fosse un vecchietto alcolizzato o rimbambito da sopportare.

La scuola italiana ha trovato la formula pedagogica per sviluppare la memoria degli umani, ma congelare e paralizzare l'intelligenza? Capiamo di meno perché sappiamo di più? Il rebus resta irrisolto.
Purtroppo gli imbecilli una volta confezionati non creano problemi soltanto sui social media ma ovunque, nelle aule scolastiche, nelle redazioni, nelle sedi di partito e peggio da industriali e banchieri.
Chi ha una risposta quantomeno credibile sul perché il popolo italiano per millenni ricco di santi, navigatori, eroi e geni, nel giro di 8 decenni, nutrito con la stessa cultura, si è riempito di imbecilli, lasci qua un suo commento.
Franco Luceri
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Il commento è del prof Carlo di Stanislao

Il paradosso sollevato dall’articolo è tutt’altro che banale: come può la stessa scuola che un tempo pretendeva di formare intelligenze produrre oggi persone sempre più istruite e, talvolta, sempre meno capaci di pensare? Forse il problema non è ciò che la scuola insegna, ma ciò che accade alla mente di chi apprende.

Perché sapere non significa comprendere. La memoria può diventare un magazzino sterminato di nozioni senza trasformarsi in intelligenza. Si possono conoscere date, formule, autori, teorie e lingue e rimanere incapaci di stabilire una relazione tra le cose, di riconoscere una contraddizione, di dubitare di una certezza o semplicemente di dire: «Non lo so».

L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute. È piuttosto la capacità di attraversarle, ordinarle, metterle in discussione e trasformarle in giudizio. Una mente piena non è necessariamente una mente viva.

E forse qui si trova una delle grandi contraddizioni della nostra epoca: abbiamo moltiplicato enormemente gli strumenti della conoscenza, ma non necessariamente gli strumenti per distinguere il vero dal falso, il profondo dal superficiale, il pensiero dall’opinione.

Anche i social, allora, forse non hanno creato gli “imbecilli” evocati da Eco. Hanno semplicemente tolto loro il silenzio. Hanno trasformato ogni voce in una possibile autorità e ogni opinione in una merce pubblica.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Anche chiamare “imbecilli” gli altri può diventare una forma di semplificazione.

La domanda più inquietante rimane dunque un’altra: può una società aumentare il proprio patrimonio di conoscenze mentre diminuisce la propria capacità di comprenderle?

Forse la risposta riguarda la scuola. O forse la scuola è soltanto lo specchio di una trasformazione molto più vasta.

Ed è bene che il problema rimanga aperto. Perché talvolta una domanda intelligente vale più di una risposta definitiva.

Carlo di Stanislao

sabato 22 agosto 2026

La globalizzazione economica più la globalizzazione scientifica di IA e la frittata è fatta


La rivoluzione digitale, la caduta dei blocchi contrapposti e la liberalizzazione dei mercati hanno asfaltato la strada alla globalizzazione interconnessa che conosciamo oggi, ormai appaltata all’intelligenza artificiale per convertire il caos in ordine. E i lavori proseguono a passo di carica.
Tra poco scuole e redazioni potranno chiudere i battenti e buttare la chiave. Governerà in automatico tutto l’AI. Compresa l’accensione, lo spegnimento e la temperatura del sole, per eliminare i condizionatori.
A quel punto, oltre ai professori e ai giornalisti, potranno fare domanda di pensionamento per invalidità anche i politici, perché mercato e IA saranno già una inossidabile dittatura globale.
Negli Stati Uniti sono già operativi più di 4.000 data center e oltre 3.000 sarebbero in progettazione o costruzione. La loro espansione suscita proteste per l’enorme richiesta di elettricità e acqua, il possibile impatto sulle bollette, l’occupazione del territorio e il numero relativamente limitato di posti di lavoro permanenti creati rispetto alla dimensione degli investimenti.
Insomma rassegnatevi. Se la macchina IA sa più dell’uomo, è la macchina IA che è diventata uomo e l’uomo macchina.
D’altra parte non ci voleva Archimede Pitagorico per capire che se l’umanità ha bisogno di intelligenza artificiale, significa che la naturale, sepolta viva sotto montagne di falsi problemi, non più grandi di una capocchia di spillo, è in liquidazione fallimentare.
I cervelloni della cultura hanno frammentato e specializzato il sapere umano per millenni, fino a perdere il controllo complessivo della realtà.
E ora i frutti stanno arrivando copiosi a maturazione. Non siamo in grado di governarci autonomamente, senza danni individuali, sociali e ambientali, non l’universo, il pianeta terra, il continente, lo Stato, la regione, la provincia, il comune o il condominio, ma manco il cassetto personale dei calzini o delle mutande, se non lo affidiamo in gestione all’IA.
In mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità, intelligenza artificiale compresa.
Ma ahinoi, i migliori sono una rarità, e in democrazia, come fossero una sola rondine, non fanno primavera.
E su quello che possono fare i peggiori meglio stendere un velo pietoso.
Franco Luceri
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Il prof. Carlo di Stanislao commenta così il mio articolo:

Il testo di Franco Luceri colpisce per una ragione precisa: dietro l’ironia, persino dietro l’iperbole volutamente apocalittica, contiene una domanda seria e tutt’altro che nuova: che cosa accade all’uomo quando costruisce strumenti capaci di fare sempre meglio ciò che un tempo considerava esclusivamente umano?
È una domanda che oggi assume una dimensione inedita, perché l’intelligenza artificiale non sta semplicemente sostituendo forza muscolare, velocità di calcolo o capacità meccaniche. Sta entrando nel territorio della scrittura, della traduzione, della ricerca, della diagnosi, della programmazione, dell’organizzazione e, più in generale, della produzione simbolica. È proprio questo il punto che rende l’IA diversa dalle precedenti grandi macchine della modernità.
Eppure, proprio qui, il tono provocatorio dell’articolo può essere rovesciato in una considerazione positiva.
L’intelligenza artificiale non dimostra necessariamente la fine dell’intelligenza naturale. Può diventare, al contrario, uno dei modi attraverso cui l’intelligenza naturale è costretta a interrogarsi nuovamente su se stessa.
Questa potrebbe essere la vera partita.
Perché una macchina che sa produrre rapidamente una risposta non elimina automaticamente la necessità di sapere quale domanda porre. Una macchina che sa mettere in relazione milioni di informazioni non decide, per il solo fatto di poterlo fare, quali relazioni siano importanti. Una macchina capace di imitare uno stile non possiede necessariamente l’esperienza esistenziale da cui quello stile è nato.
Qui passa una distinzione fondamentale.
Il rischio non è che la macchina diventi uomo.
Il rischio più concreto è che l’uomo rinunci progressivamente a essere uomo per diventare una macchina che usa macchine.
E questa è una differenza enorme.
L’IA, infatti, può essere considerata anche come uno specchio straordinariamente potente. Restituisce all’umanità l’immagine delle proprie conoscenze, delle proprie contraddizioni, delle proprie classificazioni, dei propri errori, dei propri pregiudizi e persino della propria straordinaria capacità creativa. In questo senso non è soltanto uno strumento tecnologico: è un dispositivo che ci obbliga a guardare la struttura del sapere umano.
L’articolo coglie bene un paradosso della nostra epoca: abbiamo accumulato una quantità di informazioni mai posseduta dall’umanità e, contemporaneamente, rischiamo di avere sempre meno una visione complessiva.
Abbiamo specialisti sempre più specialisti.
Abbiamo discipline sempre più separate.
Abbiamo banche dati sterminate.
Abbiamo strumenti di calcolo prodigiosi.
E tuttavia continuiamo a incontrare difficoltà enormi quando dobbiamo comprendere il rapporto fra le parti.
È forse proprio qui che l’intelligenza artificiale può offrire una possibilità interessante.
Non necessariamente perché debba pensare al posto nostro, ma perché può aiutarci a ricomporre ciò che abbiamo frammentato.
Questo è l’aspetto meno apocalittico e più promettente della questione.
L’IA potrebbe diventare una sorta di grande strumento di connessione: mettere in dialogo discipline lontane, confrontare testi, individuare ricorrenze, rendere accessibili conoscenze specialistiche, tradurre linguaggi differenti, aiutare un ricercatore a vedere una relazione che da solo avrebbe impiegato anni a individuare.
In altre parole, potrebbe contribuire non alla sostituzione dell'intelligenza, ma alla sua ricomposizione.
La vera rivoluzione, allora, non sarebbe avere una macchina che sa rispondere a tutto.
Sarebbe avere finalmente uno strumento che ci costringe a capire che cosa vale la pena chiedere.
E qui l’ironia di Luceri diventa quasi filosofica.
Se abbiamo bisogno dell’intelligenza artificiale perché non sappiamo più governare nemmeno il cassetto dei calzini, il problema non è necessariamente che la macchina sia diventata troppo intelligente.
Potrebbe essere che noi abbiamo smesso di esercitare alcune forme fondamentali di intelligenza.
L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute.
È anche capacità di discernimento.
È capacità di stabilire priorità.
È capacità di tollerare l’incertezza.
È capacità di riconoscere un errore.
È capacità di cambiare idea.
È capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
Ed è soprattutto capacità di attribuire significato.
Una macchina può elaborare informazioni. Ma il significato non è semplicemente contenuto nei dati. Il significato nasce dentro una relazione fra conoscenza, esperienza, cultura, memoria, desiderio, responsabilità.
Per questo motivo non credo che la prospettiva debba essere necessariamente quella della resa.
Non dobbiamo rassegnarci.
Dobbiamo imparare.
La storia della tecnologia mostra che ogni grande strumento ha prodotto contemporaneamente liberazione e dipendenza. La scrittura ha liberato la memoria ma ha anche trasformato il modo in cui ricordiamo. La stampa ha democratizzato il sapere ma ha anche reso possibile una diffusione senza precedenti della propaganda. Internet ha reso disponibile una quantità enorme di conoscenza e contemporaneamente ha creato nuove forme di manipolazione.
L’intelligenza artificiale seguirà probabilmente la stessa logica.
Non sarà buona o cattiva in sé.
Sarà amplificatrice.
Potrà amplificare competenza o incompetenza, creatività o conformismo, responsabilità o irresponsabilità.
Ed è proprio questo che rende decisiva la qualità di chi la utilizza.
Luceri scrive che «in mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità». È forse la frase che contiene la chiave più importante dell’intero articolo.
Perché sposta il problema dalla macchina all’uomo.
Non dobbiamo chiederci soltanto quanto diventerà intelligente l’intelligenza artificiale.
Dovremmo chiederci quanto saremo disposti a diventare intelligenti noi nel rapporto con essa.
È una domanda molto più difficile.
E, proprio per questo, molto più interessante.
Anche la scuola, allora, non è necessariamente destinata a chiudere i battenti. Al contrario, potrebbe essere chiamata a cambiare radicalmente funzione. Se una macchina può fornire rapidamente informazioni e persino elaborare testi complessi, la scuola non può continuare a fondarsi prevalentemente sulla semplice trasmissione di informazioni.
Dovrà insegnare a distinguere.
A verificare.
A contestualizzare.
A formulare domande.
A leggere criticamente.
A riconoscere una risposta plausibile da una risposta vera.
E soprattutto dovrà tornare a fare una cosa antica e fondamentale: formare persone capaci di giudizio.
Lo stesso vale per il giornalismo.
Se l’IA può produrre migliaia di testi in pochi secondi, il valore del giornalista non sarà più soltanto quello di scrivere rapidamente. Sarà quello di verificare, interpretare, assumersi la responsabilità di ciò che afferma, conoscere il contesto e soprattutto decidere ciò che merita di essere raccontato.
Paradossalmente, dunque, l’intelligenza artificiale potrebbe costringerci a recuperare il valore delle professioni umane invece di cancellarlo.
Potrebbe costringerci a comprendere che il valore non sta sempre nella produzione dell’oggetto, ma nella responsabilità che accompagna la sua produzione.
E questo vale anche per la politica.
L’algoritmo può forse ottimizzare un sistema.
Non può sostituire la responsabilità politica senza trasformare la politica stessa in amministrazione automatica.
Perché governare non significa soltanto trovare la soluzione più efficiente.
Significa decidere quale idea di società vogliamo costruire.
E questa non è una questione puramente tecnica.
È una questione etica, antropologica, persino filosofica.
Per questo l’immagine della «dittatura globale» proposta da Luceri, pur nella sua evidente ironia, contiene una provocazione utile. Una società governata esclusivamente dall’efficienza sarebbe certamente molto efficiente. Ma non è detto che sarebbe una società migliore.
L’efficienza non è il bene.
È soltanto una delle possibili qualità di un'azione.
Una società umana deve confrontarsi anche con la fragilità, la libertà, la giustizia, la memoria, la bellezza, la solidarietà, la differenza, il diritto all’errore.
E proprio qui l’uomo conserva qualcosa che nessuna macchina può semplicemente sostituire: la responsabilità di scegliere il mondo nel quale vuole vivere.
L’intelligenza artificiale, allora, può essere vista positivamente proprio se smettiamo di considerarla un oracolo.
Non dobbiamo inginocchiarci davanti alla macchina.
Dobbiamo imparare a dialogare con essa.
Non dobbiamo consegnarle il giudizio.
Dobbiamo usarla per rendere il nostro giudizio più informato.
Non dobbiamo chiederle di vivere.
Dobbiamo utilizzarla per avere più tempo per vivere.
Questa potrebbe essere la vera scommessa.
La macchina potrebbe restituirci tempo.
Tempo per leggere.
Tempo per pensare.
Tempo per studiare.
Tempo per stare con gli altri.
Tempo per osservare.
Tempo persino per annoiarci, che è una delle condizioni più fertili della creatività.
Il problema nasce quando il tempo restituito dalla tecnologia viene immediatamente riempito da altra tecnologia.
Allora non siamo più liberi: siamo semplicemente più veloci.
Ed è forse questa la differenza decisiva.
Essere più veloci non significa essere più intelligenti.
L’intelligenza autentica non consiste soltanto nel raggiungere prima una destinazione. Talvolta consiste nel capire se quella destinazione merita davvero di essere raggiunta.
Per questo, alla fine, la «frittata» non è necessariamente fatta.
Gli ingredienti sono sul tavolo: globalizzazione, mercati, tecnologia, energia, dati, algoritmi, intelligenza artificiale. Ora resta da decidere chi cucinerà, con quale ricetta e soprattutto per chi.
E forse la battuta più importante dell’articolo non è quella sulla macchina che diventa uomo.
È quella, implicita, sull’uomo che rischia di diventare macchina.
Perché se l’IA ci libererà dalla parte più ripetitiva, meccanica e burocratica dell’esistenza, potremmo finalmente essere costretti a recuperare ciò che avevamo dimenticato: la capacità di pensare lentamente, di dubitare, di immaginare, di creare connessioni inattese, di assumerci responsabilità e di riconoscere che non tutto ciò che può essere calcolato merita di essere calcolato.
In fondo, la sfida dell’intelligenza artificiale non è dimostrare che le macchine possono essere intelligenti.
È scoprire che cosa intendiamo ancora per intelligenza.
E questa, diversamente dalla temperatura del sole o dall’organizzazione di un data center, è una domanda che nessun algoritmo potrà toglierci.
Anzi, potrebbe finalmente costringerci a riprendercela.

Prof. Carlo di Stanislao

sabato 15 agosto 2026

La cultura ha convertito gli umani da figli a orfani della natura


Finché l'Umanità ha accettato 
la NATURA COME UNICA INSEGNANTE, la cultura e la civiltà agricola si sono sviluppate lentamente ma adattandosi con rispetto alle generose o impietose leggi del Creato, evitando strappi e conflitti insanabili. 
Poi l'Umanità ha incominciato a partorire filosofi e matematici e nel corso dei secoli si sono talmente moltiplicati, da convincere i popoli che la cultura umana autoreferenziale può surrogare e persino migliorare gli insegnamenti della natura, a costi inferiori e vantaggi incalcolabili.
E ricoprendo la doppia funzione di discenti e docenti di se stessi, le teste d'uovo della cultura, se la sono suonata e cantata da soli per tre millenni. Saltando a pie pari il consenso o dissenso della natura, (fatto di raccolti ricchi o distrutti alla vigilia del raccolto) si sono convinti di essere autonomi e si sono costruiti quel potere culturale che oggi impone all'intera comunità mondiale, regnanti e presidenti compresi, il doppio indottrinamento: istruzione obbligatoria e informazione da lavaggio del cervello,
tanto utili all'umanità, che il grande Mark Twain li ha descritti con queste inequivocabili parole:

"Il sapone e l'istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali."

E ora sarebbe stato persino riduttivo qualificare in quei termini il "contributo" della cultura, che specialmente in campo agricolo, per dimensione di catastrofi, è a di poco "miracoloso". 
Oggi si utilizza solo il 50% delle terre coltivabili, e il 33% del cibo prodotto finisce al macero, con le conseguenze sociali, ambientali, climatiche e finanziarie che affliggono 8 miliardi di umani.

La natura ha fatto miracoli insegnando all'uomo ad adattarsi alle leggi del Creato per produrre l'essenziale per vivere, senza arrecare danni a se stesso, agli altri esseri viventi o alla natura. Mentre la cultura ha insegnato all'uomo a produrre di più depredando umanità e pianeta, e pagando a caro prezzo le conseguenze in termini di salute, qualità della vita, rapporti sociali, bancarotta finanziaria, conflittualità fra Stati, competizione selvaggia ( vedi i dazi di Trump) o guerra genocida.
Ma tranquilli, anche le catastrofi sono scientificamente studiate e sotto controllo.

Il pensatore, a differenza del lavoratore, non si confronta con l'unica maestra affidabile esistente sulla faccia della terra: la NATURA  capace di padroneggiare la complessità sistemica preclusa a qualunque essere umano.
Solo interagendo da contadino con la natura, l'intellettuale avrebbe potuto trovare conferma o smentita riguardo alla qualità del sapere autoprodotto. Perché interagendo anche per l'intera vita con i propri simili e mai con la natura da umili contadini, si sta interagendo con altri ignoranti che non possono garantire nemmeno calcolatrice alla mano la verità elementare di uno più uno uguale a due.
Quindi quella che chiamiamo per convenzione sociale cultura non è altro che una torre di Babele franata all'origine, un ammasso di semplificazioni, falsificazioni e sottovalutazioni scientificamente certificate come verità a 24 carati, senza alcun riscontro reale con la maestra affidabile dell'intero pianeta: Madre Natura, unica in grado di certificare successi e fallimenti a colpi di promozioni o bocciature: di raccolti andati a buon fine o distrutti alla vigilia del raccolto.

Nella civiltà contadina, non esisteva la frammentazione e specializzazione culturale. Esistevano solo mestieri contaminati. Gli umani di qualunque razza e condizione sociale erano tuttofare.
Il contadino era anche pastore pescatore boscaiolo e artigiano. Ma anche l'artigiano non era artigiano puro, si coltivava le verdure aveva la pecora le galline il maialino il cavallo e l'attrezzatura per procurarsi la legna dal bosco.
Insomma la civiltà contadina formava soggetti autonomi a 360 gradi e nessuno poteva abusarsi dell'altro sapendo bene che l'altro non era uno sprovveduto facilmente ingannabile.

Ora qualunque professionista abbia necessita di consultare un collega in un campo diverso dal suo, si trova nella scomoda condizione di un ignorante benestante con portafoglio da ripulire.

E si ha la percezione di quanto l'umanità del terzo millennio sia anche politicamente su una barca alla deriva, vedendo persino i super premier del calibro di Trump che maneggiano la vita dei popoli, dipendere da eserciti di CTS, (comitati tecnici scientifici) per mettere a punto una politica che non faccia scoppiare dalle risate tutti i polli del pianeta, o passare per stupidi o matti, anche solo per soffiarsi il naso. 
Franco Luceri