"La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa".
Henri Poincaré
L'intero pianeta, con tutto il suo carico di umani impotenti, entra in crisi perché le singole scoperte scientifiche alla lunga si rivelano scollegate, conflittuali e persino catastrofiche per l'umanità, la natura o entrambe.
Quella che ci insegnano a chiamare "Scienza", (cioè sorgente unica di tutte le soluzioni umane intelligenti) è un mucchio di "scienze" frammentate che manco si conoscono fra loro.
Ma gli addetti ai lavori non hanno alcuna difficoltà a convivere (lucrando profitti) con i problemi e le catastrofi che dovrebbero prevenire: violenza, ingiustizia, epidemie, carestie, guerre e politica marcia di corruzione che uccide i popoli e ingrassa i potenti. Vedi vaccino contro il covid-19, chè bella montagna di miliardi ha reso agli addetti ai lavori e di effetti collaterali mortali per l'umanità.
Ma quando l'ingordigia dei padroni arriva a mettere in crisi la classe media che è il polmone economico di riserva di qualunque popolo; per garantire ossigenazione finanziaria al sistema Stato, ed evitare che scoppi di debito pubblico impagabile, diventa urgente invadere e depredare un popolo ricco di risorse, ma militarmente indifeso e/o politicamente isolato.
E a questa forma di cannibalismo nobilitato "Geopolitica", si arriva nel tentativo estremo di mettere riparo ai guasti secolari delle "scienze frammentate e specialistiche".
Questa macedonia indigesta di saperi scollegati e conflittuali senza capo e senza coda, è venduta come Scienza, progresso, sviluppo, produttività, giustizia, legalità e democrazia, ma garantisce l'esatto contrario.
Montagne di errori colposi e falsificazioni dolose custoditi gelosamente per millenni, perché produttivi per potenti e classe media, e agonia e morte per sfruttati ed esclusi.
E questo ingrossamento tumorale delle scienze specialistiche, ha reso la complessità e la verità talmente aggrovigliate e imponderabili da non trovare alloggio nemmeno nel cervello dei geni.
Faticavano già all'origine i padri della Scienza: Aristotele, Copernico, Galilei, Newton eredi e successori.
Sulla terra fallì persino Gesù incarnato uomo, quando la "Scienza" era ancora lattante e figlia di pochissimi filosofi e matematici.
Chi crede di trasmettere col sapere una verità assoluta insegna solo "verità parziale", e quindi "autentica menzogna", come ci ricorda Aristotele, che certo ora si starà rivoltando nella tomba per l'infimo livello in cui versa la "SCIENZA" mondiale e derivati umani.
Mentre le scienze malate di incurabile nanismo si fingono SCIENZA, migliorando singoli particolari (vedi cappotto termico e auto elettriche) l'intera architettura del Progresso mondiale edificata a secco sulle sabbie mobili dell'ignoranza incancellabile, continua a franare e sprofondare.
In Italia ad Amatrice non hanno rimosso ancora nemmeno le macerie dopo 10 anni. E hanno speso una barca di miliardi in cappotti termici gratuiti a chi aveva una casa e magari pure la villa e lo yacht.
L'intelligenza artificiale, specchio fedele de l'intelligenza naturale, non riuscirà mai a colmare il caos delle scienze frammentate.
In mano ai migliori autisti, qualunque mezzo, fosse pure senza motore o ruote, fa miracoli, e l'intelligenza artificiale come mezzo è già in movimento e sta sgommando.
Ma ahinoi, i MIGLIORI sono ormai una razza a rischio estinzione. E i pochi esemplari scampati all'eccidio, in democrazia sono come una rondine solitaria, non fanno "primavera".
E se vi riesce, provate a immaginare quale primavera politica potranno regalarci i "PEGGIORI" se acquisiranno il controllo del mostruoso arsenale scientifico IA, in aggiunta al potere secolare di fare montagne di miliardi progettando e governando:
- pandemie genocide pilotate
- inflazioni e recessioni pilotate,
- strozzinaggio finanziario "legale"
- rapina tributaria a norma di legge
- devastazione ambientale,
- guerre locali col serio rischio che diventino atomiche e mondiali.
Forse dovremmo domandarci, perché i maestri di una volta usavano la bacchetta sulle mani per fertilizzare la maturazione di neuroni e formavano geni senza risparmio.
Mentre ora, sparito quel miracoloso fertilizzante, ci siamo arricchiti di "legioni di imbecilli", come li chiamava 10 anni fa Umberto Eco e introvabili un secolo fa.
È sbagliata l'istruzione, l'informazione, la politica o cosa?
Franco Luceri
Commento del prof Carlo di Stanislao
I mattoni della scienza e la scomparsa dei muratori
“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa.”
Henri Poincaré
È da questa folgorante intuizione di Henri Poincaré che Franco Luceri apre la sua riflessione, con un’immagine che contiene già, in nuce, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.
È un’apertura forte, volutamente provocatoria, ma proprio per questo feconda.
Luceri non contesta semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, secondo la provocazione dell’autore, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell'uomo e del mondo.
Ed è proprio qui che la metafora iniziale acquista tutta la sua forza.
Una casa non nasce perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Nasce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.
Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di sintesi.
E forse è proprio quest’ultima che Luceri invita a cercare.
La sua riflessione parte infatti da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell'insieme? Chi mette in relazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?
La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare e amministrare il mondo per compartimenti separati.
È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.
Per questo l'apertura di Luceri merita attenzione. Il suo bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.
La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.
In questa prospettiva, la provocazione dell’autore diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?
La domanda diventa ancora più urgente nell'epoca dell'intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l'essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto.
L'intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e dagli scopi che gli vengono assegnati.
Ecco perché la metafora di Luceri non è soltanto una denuncia della crisi dell'istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.
Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di più cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.
Perché i mattoni sono necessari.
Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre.
E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.
“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa.”
Henri Poincaré
È da questa folgorante intuizione di Henri Poincaré che Franco Luceri apre la sua riflessione, con un’immagine che contiene già, in nuce, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.
È un’apertura forte, volutamente provocatoria, ma proprio per questo feconda.
Luceri non contesta semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, secondo la provocazione dell’autore, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell'uomo e del mondo.
Ed è proprio qui che la metafora iniziale acquista tutta la sua forza.
Una casa non nasce perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Nasce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.
Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di sintesi.
E forse è proprio quest’ultima che Luceri invita a cercare.
La sua riflessione parte infatti da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell'insieme? Chi mette in relazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?
La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare e amministrare il mondo per compartimenti separati.
È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.
Per questo l'apertura di Luceri merita attenzione. Il suo bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.
La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.
In questa prospettiva, la provocazione dell’autore diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?
La domanda diventa ancora più urgente nell'epoca dell'intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l'essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto.
L'intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e dagli scopi che gli vengono assegnati.
Ecco perché la metafora di Luceri non è soltanto una denuncia della crisi dell'istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.
Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di più cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.
Perché i mattoni sono necessari.
Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre.
E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.
Prof. Carlo di Stanislao

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