lunedì 31 agosto 2026

La scuola produce materie prime e semilavorati non garantisce prodotti finiti, "cervelli maturi".







Nessun contadino, impegnato ad insegnare agli apprendisti diciottenni come usare la zappa senza darsela sui piedi, ha mai sofferto di Burnout.
Il cervello umano portato a maturare al sole di Madre Natura non ha mai dato problemi a nessuno contadino pastore pescatore boscaiolo.
Invece maturare i cervelli a scuola è causa di stress. Il professore, se eccessivamente impegnato e responsabile, è soggetto alla cosiddetta sindrome di Burnout, e non c'è nessuna garanzia che la qualità dell'insegnamento e la qualità del sapere producano nel discente vera maturazione, vera intelligenza.
Il sole della "cultura" come tutte le produzioni umane è a rischio (come una lampada abbronzante che ustiona invece di abbronzare) per alunni e professori. Ed è senza certificato di garanzia.
La Garanzia che la maturazione del cervello riesca a regola d'arte senza danno per prof e alunni non l'hanno ancora inventata.
Forse dovremmo dedurre che la scuola non produce prodotti finiti e garantiti, ma solo materie prime e semilavorati. Poi serve molto altro, perché da un laureato, da un possessore di titolo, ne venga fuori un intellettuale con gli attributi giusti al posto giusto.
Le legioni di imbecilli come li chiamava Umberto Eco escono tutti dalla scuola, perché nessuno ha ancora capito con esattezza cosa serve prima durante e dopo l'istruzione perché la cultura produca almeno la stessa qualità di "cervelli fini" garantita dalla coltura.
Franco Luceri

sabato 29 agosto 2026

La scuola, dallo stesso percorso formativo, può sfornare geni o imbecilli?

 









Nel giugno del 2015, durante una conferenza all'Università di Torino, Umberto Eco disse che i social media «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

A questo punto una domanda sorge spontanea: se in Italia abbiamo legioni di imbecilli ricercati e ascoltati a bocca aperta come fossero premi Nobel, è come dire che siamo un popolo di imbecilli con una classe dirigente imbecille. E da dove è saltata fuori tanta ricchezza di umani di seconda scelta?
Se non li ha creati Dio, che non è mai andato oltre pochi esemplari di scemi del villaggio, chi sono gli autorevoli "guastatori" del popolo italiano?

Gli industriali e i banchieri non si prenderebbero tanto fastidio, perché hanno bisogno di cittadini produttivi e sfruttabili. I giornalisti e i politici possono anche influenzare negativamente un popolo; ma chi dall'istruzione ha guadagnato un patrimonio intellettivo di tutto rispetto non se lo lascia certo guastare dagli imbecilli.

Non sarà per caso che la pedagogia ha trovato la formula magica, usando la stessa quantità e qualità di sapere che ha sempre reso geni gli occidentali e gli italiani in primis, e ora forma eserciti di umani di seconda scelta?
  
La scuola italiana non ha cambiato una virgola di ciò che una volta serviva per formare italiani intelligenti e geni.
Continua ad insegnare letteratura, storia, matematica, scienze, lingue straniere, ma i cervelli di oggi non sono più come quelli di ieri. La produzione di imbecilli non è per niente inventata è drammaticamente reale. Non è dovuta ad un calo di diottrie di Umberto Eco.

Se nelle scuole e nelle università italiane il nutrimento culturale per la formazione dei cervelli è rimasto invariato, cosa ha prodotto il cambiamento, anzi il capovolgimento: dalla formazione di geni alla formazione di "legioni di imbecilli"?

A questo rompicapo non si è mai dedicato nessuno, nemmeno i cervelloni dell'università, o i ministri dell'istruzione. Come se Umberto Eco fosse un vecchietto alcolizzato o rimbambito da sopportare.

La scuola italiana ha trovato la formula pedagogica per sviluppare la memoria degli umani, ma congelare e paralizzare l'intelligenza? Capiamo di meno perché sappiamo di più? Il rebus resta irrisolto.
Purtroppo gli imbecilli una volta confezionati non creano problemi soltanto sui social media ma ovunque, nelle aule scolastiche, nelle redazioni, nelle sedi di partito e peggio da industriali e banchieri.
Chi ha una risposta quantomeno credibile sul perché il popolo italiano per millenni ricco di santi, navigatori, eroi e geni, nel giro di 8 decenni, nutrito con la stessa cultura, si è riempito di imbecilli, lasci qua un suo commento.
Franco Luceri
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Il commento è del prof Carlo di Stanislao

Il paradosso sollevato dall’articolo è tutt’altro che banale: come può la stessa scuola che un tempo pretendeva di formare intelligenze produrre oggi persone sempre più istruite e, talvolta, sempre meno capaci di pensare? Forse il problema non è ciò che la scuola insegna, ma ciò che accade alla mente di chi apprende.

Perché sapere non significa comprendere. La memoria può diventare un magazzino sterminato di nozioni senza trasformarsi in intelligenza. Si possono conoscere date, formule, autori, teorie e lingue e rimanere incapaci di stabilire una relazione tra le cose, di riconoscere una contraddizione, di dubitare di una certezza o semplicemente di dire: «Non lo so».

L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute. È piuttosto la capacità di attraversarle, ordinarle, metterle in discussione e trasformarle in giudizio. Una mente piena non è necessariamente una mente viva.

E forse qui si trova una delle grandi contraddizioni della nostra epoca: abbiamo moltiplicato enormemente gli strumenti della conoscenza, ma non necessariamente gli strumenti per distinguere il vero dal falso, il profondo dal superficiale, il pensiero dall’opinione.

Anche i social, allora, forse non hanno creato gli “imbecilli” evocati da Eco. Hanno semplicemente tolto loro il silenzio. Hanno trasformato ogni voce in una possibile autorità e ogni opinione in una merce pubblica.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Anche chiamare “imbecilli” gli altri può diventare una forma di semplificazione.

La domanda più inquietante rimane dunque un’altra: può una società aumentare il proprio patrimonio di conoscenze mentre diminuisce la propria capacità di comprenderle?

Forse la risposta riguarda la scuola. O forse la scuola è soltanto lo specchio di una trasformazione molto più vasta.

Ed è bene che il problema rimanga aperto. Perché talvolta una domanda intelligente vale più di una risposta definitiva.

Carlo di Stanislao

sabato 22 agosto 2026

La globalizzazione economica più la globalizzazione scientifica di IA e la frittata è fatta


La rivoluzione digitale, la caduta dei blocchi contrapposti e la liberalizzazione dei mercati hanno asfaltato la strada alla globalizzazione interconnessa che conosciamo oggi, ormai appaltata all’intelligenza artificiale per convertire il caos in ordine. E i lavori proseguono a passo di carica.
Tra poco scuole e redazioni potranno chiudere i battenti e buttare la chiave. Governerà in automatico tutto l’AI. Compresa l’accensione, lo spegnimento e la temperatura del sole, per eliminare i condizionatori.
A quel punto, oltre ai professori e ai giornalisti, potranno fare domanda di pensionamento per invalidità anche i politici, perché mercato e IA saranno già una inossidabile dittatura globale.
Negli Stati Uniti sono già operativi più di 4.000 data center e oltre 3.000 sarebbero in progettazione o costruzione. La loro espansione suscita proteste per l’enorme richiesta di elettricità e acqua, il possibile impatto sulle bollette, l’occupazione del territorio e il numero relativamente limitato di posti di lavoro permanenti creati rispetto alla dimensione degli investimenti.
Insomma rassegnatevi. Se la macchina IA sa più dell’uomo, è la macchina IA che è diventata uomo e l’uomo macchina.
D’altra parte non ci voleva Archimede Pitagorico per capire che se l’umanità ha bisogno di intelligenza artificiale, significa che la naturale, sepolta viva sotto montagne di falsi problemi, non più grandi di una capocchia di spillo, è in liquidazione fallimentare.
I cervelloni della cultura hanno frammentato e specializzato il sapere umano per millenni, fino a perdere il controllo complessivo della realtà.
E ora i frutti stanno arrivando copiosi a maturazione. Non siamo in grado di governarci autonomamente, senza danni individuali, sociali e ambientali, non l’universo, il pianeta terra, il continente, lo Stato, la regione, la provincia, il comune o il condominio, ma manco il cassetto personale dei calzini o delle mutande, se non lo affidiamo in gestione all’IA.
In mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità, intelligenza artificiale compresa.
Ma ahinoi, i migliori sono una rarità, e in democrazia, come fossero una sola rondine, non fanno primavera.
E su quello che possono fare i peggiori meglio stendere un velo pietoso.
Franco Luceri
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Il prof. Carlo di Stanislao commenta così il mio articolo:

Il testo di Franco Luceri colpisce per una ragione precisa: dietro l’ironia, persino dietro l’iperbole volutamente apocalittica, contiene una domanda seria e tutt’altro che nuova: che cosa accade all’uomo quando costruisce strumenti capaci di fare sempre meglio ciò che un tempo considerava esclusivamente umano?
È una domanda che oggi assume una dimensione inedita, perché l’intelligenza artificiale non sta semplicemente sostituendo forza muscolare, velocità di calcolo o capacità meccaniche. Sta entrando nel territorio della scrittura, della traduzione, della ricerca, della diagnosi, della programmazione, dell’organizzazione e, più in generale, della produzione simbolica. È proprio questo il punto che rende l’IA diversa dalle precedenti grandi macchine della modernità.
Eppure, proprio qui, il tono provocatorio dell’articolo può essere rovesciato in una considerazione positiva.
L’intelligenza artificiale non dimostra necessariamente la fine dell’intelligenza naturale. Può diventare, al contrario, uno dei modi attraverso cui l’intelligenza naturale è costretta a interrogarsi nuovamente su se stessa.
Questa potrebbe essere la vera partita.
Perché una macchina che sa produrre rapidamente una risposta non elimina automaticamente la necessità di sapere quale domanda porre. Una macchina che sa mettere in relazione milioni di informazioni non decide, per il solo fatto di poterlo fare, quali relazioni siano importanti. Una macchina capace di imitare uno stile non possiede necessariamente l’esperienza esistenziale da cui quello stile è nato.
Qui passa una distinzione fondamentale.
Il rischio non è che la macchina diventi uomo.
Il rischio più concreto è che l’uomo rinunci progressivamente a essere uomo per diventare una macchina che usa macchine.
E questa è una differenza enorme.
L’IA, infatti, può essere considerata anche come uno specchio straordinariamente potente. Restituisce all’umanità l’immagine delle proprie conoscenze, delle proprie contraddizioni, delle proprie classificazioni, dei propri errori, dei propri pregiudizi e persino della propria straordinaria capacità creativa. In questo senso non è soltanto uno strumento tecnologico: è un dispositivo che ci obbliga a guardare la struttura del sapere umano.
L’articolo coglie bene un paradosso della nostra epoca: abbiamo accumulato una quantità di informazioni mai posseduta dall’umanità e, contemporaneamente, rischiamo di avere sempre meno una visione complessiva.
Abbiamo specialisti sempre più specialisti.
Abbiamo discipline sempre più separate.
Abbiamo banche dati sterminate.
Abbiamo strumenti di calcolo prodigiosi.
E tuttavia continuiamo a incontrare difficoltà enormi quando dobbiamo comprendere il rapporto fra le parti.
È forse proprio qui che l’intelligenza artificiale può offrire una possibilità interessante.
Non necessariamente perché debba pensare al posto nostro, ma perché può aiutarci a ricomporre ciò che abbiamo frammentato.
Questo è l’aspetto meno apocalittico e più promettente della questione.
L’IA potrebbe diventare una sorta di grande strumento di connessione: mettere in dialogo discipline lontane, confrontare testi, individuare ricorrenze, rendere accessibili conoscenze specialistiche, tradurre linguaggi differenti, aiutare un ricercatore a vedere una relazione che da solo avrebbe impiegato anni a individuare.
In altre parole, potrebbe contribuire non alla sostituzione dell'intelligenza, ma alla sua ricomposizione.
La vera rivoluzione, allora, non sarebbe avere una macchina che sa rispondere a tutto.
Sarebbe avere finalmente uno strumento che ci costringe a capire che cosa vale la pena chiedere.
E qui l’ironia di Luceri diventa quasi filosofica.
Se abbiamo bisogno dell’intelligenza artificiale perché non sappiamo più governare nemmeno il cassetto dei calzini, il problema non è necessariamente che la macchina sia diventata troppo intelligente.
Potrebbe essere che noi abbiamo smesso di esercitare alcune forme fondamentali di intelligenza.
L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute.
È anche capacità di discernimento.
È capacità di stabilire priorità.
È capacità di tollerare l’incertezza.
È capacità di riconoscere un errore.
È capacità di cambiare idea.
È capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
Ed è soprattutto capacità di attribuire significato.
Una macchina può elaborare informazioni. Ma il significato non è semplicemente contenuto nei dati. Il significato nasce dentro una relazione fra conoscenza, esperienza, cultura, memoria, desiderio, responsabilità.
Per questo motivo non credo che la prospettiva debba essere necessariamente quella della resa.
Non dobbiamo rassegnarci.
Dobbiamo imparare.
La storia della tecnologia mostra che ogni grande strumento ha prodotto contemporaneamente liberazione e dipendenza. La scrittura ha liberato la memoria ma ha anche trasformato il modo in cui ricordiamo. La stampa ha democratizzato il sapere ma ha anche reso possibile una diffusione senza precedenti della propaganda. Internet ha reso disponibile una quantità enorme di conoscenza e contemporaneamente ha creato nuove forme di manipolazione.
L’intelligenza artificiale seguirà probabilmente la stessa logica.
Non sarà buona o cattiva in sé.
Sarà amplificatrice.
Potrà amplificare competenza o incompetenza, creatività o conformismo, responsabilità o irresponsabilità.
Ed è proprio questo che rende decisiva la qualità di chi la utilizza.
Luceri scrive che «in mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità». È forse la frase che contiene la chiave più importante dell’intero articolo.
Perché sposta il problema dalla macchina all’uomo.
Non dobbiamo chiederci soltanto quanto diventerà intelligente l’intelligenza artificiale.
Dovremmo chiederci quanto saremo disposti a diventare intelligenti noi nel rapporto con essa.
È una domanda molto più difficile.
E, proprio per questo, molto più interessante.
Anche la scuola, allora, non è necessariamente destinata a chiudere i battenti. Al contrario, potrebbe essere chiamata a cambiare radicalmente funzione. Se una macchina può fornire rapidamente informazioni e persino elaborare testi complessi, la scuola non può continuare a fondarsi prevalentemente sulla semplice trasmissione di informazioni.
Dovrà insegnare a distinguere.
A verificare.
A contestualizzare.
A formulare domande.
A leggere criticamente.
A riconoscere una risposta plausibile da una risposta vera.
E soprattutto dovrà tornare a fare una cosa antica e fondamentale: formare persone capaci di giudizio.
Lo stesso vale per il giornalismo.
Se l’IA può produrre migliaia di testi in pochi secondi, il valore del giornalista non sarà più soltanto quello di scrivere rapidamente. Sarà quello di verificare, interpretare, assumersi la responsabilità di ciò che afferma, conoscere il contesto e soprattutto decidere ciò che merita di essere raccontato.
Paradossalmente, dunque, l’intelligenza artificiale potrebbe costringerci a recuperare il valore delle professioni umane invece di cancellarlo.
Potrebbe costringerci a comprendere che il valore non sta sempre nella produzione dell’oggetto, ma nella responsabilità che accompagna la sua produzione.
E questo vale anche per la politica.
L’algoritmo può forse ottimizzare un sistema.
Non può sostituire la responsabilità politica senza trasformare la politica stessa in amministrazione automatica.
Perché governare non significa soltanto trovare la soluzione più efficiente.
Significa decidere quale idea di società vogliamo costruire.
E questa non è una questione puramente tecnica.
È una questione etica, antropologica, persino filosofica.
Per questo l’immagine della «dittatura globale» proposta da Luceri, pur nella sua evidente ironia, contiene una provocazione utile. Una società governata esclusivamente dall’efficienza sarebbe certamente molto efficiente. Ma non è detto che sarebbe una società migliore.
L’efficienza non è il bene.
È soltanto una delle possibili qualità di un'azione.
Una società umana deve confrontarsi anche con la fragilità, la libertà, la giustizia, la memoria, la bellezza, la solidarietà, la differenza, il diritto all’errore.
E proprio qui l’uomo conserva qualcosa che nessuna macchina può semplicemente sostituire: la responsabilità di scegliere il mondo nel quale vuole vivere.
L’intelligenza artificiale, allora, può essere vista positivamente proprio se smettiamo di considerarla un oracolo.
Non dobbiamo inginocchiarci davanti alla macchina.
Dobbiamo imparare a dialogare con essa.
Non dobbiamo consegnarle il giudizio.
Dobbiamo usarla per rendere il nostro giudizio più informato.
Non dobbiamo chiederle di vivere.
Dobbiamo utilizzarla per avere più tempo per vivere.
Questa potrebbe essere la vera scommessa.
La macchina potrebbe restituirci tempo.
Tempo per leggere.
Tempo per pensare.
Tempo per studiare.
Tempo per stare con gli altri.
Tempo per osservare.
Tempo persino per annoiarci, che è una delle condizioni più fertili della creatività.
Il problema nasce quando il tempo restituito dalla tecnologia viene immediatamente riempito da altra tecnologia.
Allora non siamo più liberi: siamo semplicemente più veloci.
Ed è forse questa la differenza decisiva.
Essere più veloci non significa essere più intelligenti.
L’intelligenza autentica non consiste soltanto nel raggiungere prima una destinazione. Talvolta consiste nel capire se quella destinazione merita davvero di essere raggiunta.
Per questo, alla fine, la «frittata» non è necessariamente fatta.
Gli ingredienti sono sul tavolo: globalizzazione, mercati, tecnologia, energia, dati, algoritmi, intelligenza artificiale. Ora resta da decidere chi cucinerà, con quale ricetta e soprattutto per chi.
E forse la battuta più importante dell’articolo non è quella sulla macchina che diventa uomo.
È quella, implicita, sull’uomo che rischia di diventare macchina.
Perché se l’IA ci libererà dalla parte più ripetitiva, meccanica e burocratica dell’esistenza, potremmo finalmente essere costretti a recuperare ciò che avevamo dimenticato: la capacità di pensare lentamente, di dubitare, di immaginare, di creare connessioni inattese, di assumerci responsabilità e di riconoscere che non tutto ciò che può essere calcolato merita di essere calcolato.
In fondo, la sfida dell’intelligenza artificiale non è dimostrare che le macchine possono essere intelligenti.
È scoprire che cosa intendiamo ancora per intelligenza.
E questa, diversamente dalla temperatura del sole o dall’organizzazione di un data center, è una domanda che nessun algoritmo potrà toglierci.
Anzi, potrebbe finalmente costringerci a riprendercela.

Prof. Carlo di Stanislao

sabato 15 agosto 2026

La cultura ha convertito gli umani da figli a orfani della natura


Finché l'Umanità ha accettato 
la NATURA COME UNICA INSEGNANTE, la cultura e la civiltà agricola si sono sviluppate lentamente ma adattandosi con rispetto alle generose o impietose leggi del Creato, evitando strappi e conflitti insanabili. 
Poi l'Umanità ha incominciato a partorire filosofi e matematici e nel corso dei secoli si sono talmente moltiplicati, da convincere i popoli che la cultura umana autoreferenziale può surrogare e persino migliorare gli insegnamenti della natura, a costi inferiori e vantaggi incalcolabili.
E ricoprendo la doppia funzione di discenti e docenti di se stessi, le teste d'uovo della cultura, se la sono suonata e cantata da soli per tre millenni. Saltando a pie pari il consenso o dissenso della natura, (fatto di raccolti ricchi o distrutti alla vigilia del raccolto) si sono convinti di essere autonomi e si sono costruiti quel potere culturale che oggi impone all'intera comunità mondiale, regnanti e presidenti compresi, il doppio indottrinamento: istruzione obbligatoria e informazione da lavaggio del cervello,
tanto utili all'umanità, che il grande Mark Twain li ha descritti con queste inequivocabili parole:

"Il sapone e l'istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali."

E ora sarebbe stato persino riduttivo qualificare in quei termini il "contributo" della cultura, che specialmente in campo agricolo, per dimensione di catastrofi, è a di poco "miracoloso"
Oggi si utilizza solo il 50% delle terre coltivabili, e il 33% del cibo prodotto finisce al macero, con le conseguenze sociali, ambientali, climatiche e finanziarie che affliggono 8 miliardi di umani.

La natura ha fatto miracoli insegnando all'uomo ad adattarsi alle leggi del Creato per produrre l'essenziale per vivere, senza arrecare danni a se stesso, agli altri esseri viventi o alla natura. Mentre la cultura ha insegnato all'uomo a produrre di più depredando umanità e pianeta, e pagando a caro prezzo le conseguenze in termini di salute, qualità della vita, rapporti sociali, bancarotta finanziaria, conflittualità fra Stati, competizione selvaggia ( vedi i dazi di Trump) o guerra genocida.
Ma tranquilli, anche le catastrofi sono scientificamente studiate e sotto controllo.

Il pensatore, a differenza del lavoratore, non si confronta con l'unica maestra affidabile esistente sulla faccia della terra: la NATURA  capace di padroneggiare la complessità sistemica preclusa a qualunque essere umano.
Solo interagendo da contadino con la natura, l'intellettuale avrebbe potuto trovare conferma o smentita riguardo alla qualità del sapere autoprodotto. Perché interagendo anche per l'intera vita con i propri simili e mai con la natura da umili contadini, si sta interagendo con altri ignoranti che non possono garantire nemmeno calcolatrice alla mano la verità elementare di uno più uno uguale a due.
Quindi quella che chiamiamo per convenzione sociale cultura non è altro che una torre di Babele franata all'origine, un ammasso di semplificazioni, falsificazioni e sottovalutazioni scientificamente certificate come verità a 24 carati, senza alcun riscontro reale con la maestra affidabile dell'intero pianeta: Madre Natura, unica in grado di certificare successi e fallimenti a colpi di promozioni o bocciature: di raccolti andati a buon fine o distrutti alla vigilia del raccolto.

Nella civiltà contadina, non esisteva la frammentazione e specializzazione culturale. Esistevano solo mestieri contaminati. Gli umani di qualunque razza e condizione sociale erano tuttofare.
Il contadino era anche pastore pescatore boscaiolo e artigiano. Ma anche l'artigiano non era artigiano puro, si coltivava le verdure aveva la pecora le galline il maialino il cavallo e l'attrezzatura per procurarsi la legna dal bosco.
Insomma la civiltà contadina formava soggetti autonomi a 360 gradi e nessuno poteva abusarsi dell'altro sapendo bene che l'altro non era uno sprovveduto facilmente ingannabile.

Ora qualunque professionista abbia necessita di consultare un collega in un campo diverso dal suo, si trova nella scomoda condizione di un ignorante benestante con portafoglio da ripulire.

E si ha la percezione di quanto l'umanità del terzo millennio sia anche politicamente su una barca alla derivavedendo persino i super premier del calibro di Trump che maneggiano la vita dei popoli, dipendere da eserciti di CTS, (comitati tecnici scientifici) per mettere a punto una politica che non faccia scoppiare dalle risate tutti i polli del pianeta, o passare per stupidi o matti, anche solo per soffiarsi il naso. 
Franco Luceri

sabato 8 agosto 2026

Il mondo lo spinge avanti chi capisce è indietro chi crede di sapere

 







L'istruzione peggiora i popoli perché li illude che il sapere rende gli umani consapevoli, ma non è così. il cervello umano è limitato: chi sa molto capisce poco, e capisce solo chi non sa un bel niente.

Spaccando a colpi di scienza un capello in quattro, si finisce per sapere molto di un particolare insignificante. O viceversa, cercando di penetrare il mistero della complessità, si riesce a capire di più, ma si apprende di meno.

Infatti, quel burlone di Mark Twain, oltre un secolo fa, cercò inutilmente di farci capire che: 
"il sapone e l'istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali".

Ora, salvo rare e illustrissime eccezioni, dopo un secolo di istruzione obbligatoria mondiale, i soggetti autonomi sulla faccia della terra sono una rarità: 
i figli della cultura sanno tutto, ma come conservare il mondo in pace, e renderlo onestamente ed ecologicamente produttivo non capiscono una mazza, 
e i figli legittimi della natura non sanno un bel niente, ma per millenni hanno sempre capito come sopravvivere senza aiutini teologici e filosofici.

Allora la conflittualità umana è un attacco di stupidità collettiva: perché gli ignoranti affidati alla natura non hanno mai avuto bisogno degli istruiti per decine e decine di millenni; mentre oggi gli istruiti, nati "cibodipendenti" come qualunque altro essere vivente, hanno un drammatico bisogno degli ignoranti che del cibo sono ancora produttori esclusivi.

Quindi l'eccesso di istruzione è una forma di dirottamento culturale suicida. Proprio quel massacro di cervelli profetizzato da Twain. 
Istigare un popolo ad apprendere forme di sapere nuove, diverse e migliori, distrae chi è impegnato a soddisfare i bisogni primari, verso interessi secondari, come mandare i figli dei lavoratori a scuola di ballo, nuoto, calcio o musica, in aggiunta all'istruzione obbligatoria.
Così, invece di nutrirsi del sapere istintivo e intuitivo dei genitori, per acquisire e conservare la loro capacità produttiva, finiscono per perdersi in mille interessi costosi, improduttivi e persino pericolosi per la collettività e l'ambiente.
E alla morte dei genitori, non avendo quella specifica capacità per gestire l'impresa ereditata, svendono il laboratorio o abbandonano la campagna, il gregge o la pesca e fuggono a godersi il presente invece di costruirsi un futuro.

In questo modo si sono distrutti milioni di nuclei familiari e piccole imprese competitive e produttive per secoli passando da padre in figlio. 
Inizialmente questa politica è sembrata miracolosa perché ha reso più competitiva e vincente l'industria, fino a portare l'Italia a quarta potenza industriale. 
Ma poi, dovendo fare i conti col mercato globale, dove le prime potenze mondiali la fanno da padrone, in pace o in guerra, la fiammata di competitività, piano piano si è affievolita, e da un decennio il made in Italy è in liquidazione fallimentare.

Insomma spostare i giovani in massa dalla cultura familiare agricola o artigianale, ad un'altra anche migliore, ma in conflitto col sistema socio economico o ecologico esistente, è come predisporre un popolo al rischio fallimento, default e guerra civile.

Perché anche la migliore cultura del mondo va assorbita e digerita con gradualità, ha bisogno di un lungo rodaggio prima di rendere un sistema economico competitivo e produttivo, maturando con la giusta teoria e con una lunghissima pratica il cervello dei popoli, perché il loro onesto lavoro faccia lievitare i profitti onesti.
Ma questa complessa operazione richiede tempi lunghi e montagne di investimenti pubblici, col rischio di non riuscire a reggere alla competizione con i sistemi meno industriali e più artigianali che non affrontano cambiamenti culturali rischiosi e costosi e continuano a sfornare profitti.
Insomma, per non farla lunga, convinciamoci che il sapere è una medicina, e se sbagli dosaggio uccidi: persino l'antidoto ti si converte in veleno mortale.

La cultura non è un affidabile surrogato della natura. Interi popoli ignoranti con pochi teologi e filosofi hanno mandato avanti il mondo per millenni. Ma ora col dosaggio opposto si stanno facendo danni incalcolabili, perché il pianeta sembra gradire più i contadini che dissodano la terra con la zappa, chè gli intellettuali con la lingua, la penna, lo smartphone, il Caterpillar telecomandato, l'intelligenza artificiale o la guerra.
L'accelerazione dell'istruzione obbligatoria ha prodotto una potentissima classe intellettuale che ha messo radici nella politica, nell'industria e nella Finanza mondiale; ma sta generando squilibrio, a giudicare dalla spaventosa quantità di guerre in ogni angolo del pianeta e dalla marea di disperati che girano il mondo a caccia del loro diritto alla vita negato.
Se questa stortura culturale a 360 gradi, che schiavizza tutti i poveri del mondo, e impoverisce e condiziona pesantemente anche milioni di intellettuali onesti non è correggibile nemmeno dai politici guerrafondai modello Trump Putin e Netanyahu, allora va detto senza giri di parole: Twain non è stato un burlone ma un illuminato profeta.
Franco Luceri

sabato 1 agosto 2026

In Occidente per troppi galli non fa mai giorno.

La Cina differisce dal resto del mondo perché è un Sistema Stato come una self-driving cars (auto con pilota automatico). Che al posto di guida ci sia un campione di Formula 1, un patentato fresco, o un neonato col biberon non fa alcuna differenza, perché è l'auto che guida l'autista. È il sistema stato che governa il governante.

Provate ad immaginare se il presidente cinese XI Jinping in carica da 13 anni, avesse da un miliardo e mezzo di cittadini lo stesso livello di critiche che la Meloni ha da ogni singolo italiano.

Mentre gli stati occidentali sono come magazzini di pezzi di ricambio che nessun meccanico culturale o politico e mai riuscito a comporli in un vero e funzionante Stato di diritto. 
A differenza della cultura occidentale che promette miracoli e restituisce catastrofi, la cultura orientale è sistemica: è un tutt'uno: popolo, territorio e sovranità, e garantisce costante equilibrio dinamico. Autodiagnosi e autoterapia in ogni singola istituzione.
Mentre gli stati occidentali sono una accozzaglia di istituzioni, o meglio potentati mangia e ruba soldi dove popolo, territorio e sovranità sono istituzioni indipendenti e litigiose per tutto e tutti, addetti ai lavori compresi. 
In Italia non c'è stata una sola categoria di potenti esclusa.
In otto decenni hanno ammazzato giornalisti, professori, politici, giudici, industriali e banchieri. E la sola parola d'ordine che può avere qualche utilità in occidente è questa: "Si salvi chi può".
Per il popolo impotente le istituzioni scollegate e litigiose sono utili come un accogliente campo di sterminio.

Quando in Italia l'opposizione accusa la maggioranza di non finanziare a sufficienza scuola, sanità, trasporti, previdenza, eccetera eccetera, l'accusa di non contribuire abbastanza allo sfascio dello Stato.
Perché finanziare singole istituzioni che mai sono state e mai saranno sistema, serve solo a macellare popolo territorio e sovranità.
In Italia siamo 60 milioni di cittadini e abbiamo 600 miliardi di problemi.
I cinesi sono un miliardo 412 milioni di abitanti; se avessero cultura e politica della stessa qualità Italiana, provate a calcolarvi in proporzione quanti miliardi di miliardi di miliardi di problemi potrebbero avere.

Su Facebook leggo:
"Grazia reale concessa a 1.788 detenuti in Marocco.
Il Re Mohammed VI concede la grazia reale a 1.788 persone condannate da vari tribunali del Regno in occasione della Festa del trono del 29 luglio 2026".
I regnanti sono per natura generosi e quando festeggiano il trono si liberano dei loro poveri e li spediscono in villeggiatura in Europa, soprattutto in Italia, sapendo bene che in Europa ci sono i cittadini mai diventati Popolo e il popolo mai diventato Stato.
Così i contribuenti pagano tutto a piè di lista. Vitto e alloggio agli immigrati e libertà per chiunque, italiani compresi, di aggredire le forze dell'ordine. Roba da cavernicoli.

Insomma il più grande problema del mondo non sono né i poveri né gli ignoranti, che sono sicuramente un peso. Ma professori, dottori e presidenti che quel peso non hanno ancora imparato o voluto caricarselo, progettando e governando un modello di stato che non sia una Repubblica delle banane, una accozzaglia di istituzioni conflittuali e competitive per chi arraffa e spreca più soldi. 
La nostra cultura, formando individui troppo liberi, sabota qualunque tentativo politico di trasformare gli individui in popolo e il popolo in VERO STATO DI DIRITTO.
Invece la cultura orientale punta alla limitazione delle libertà individuali e alla costruzione di sistemi funzionanti, perché non lasciano ai singoli cittadini la minima opportunità di abusarsi del sistema.
Cina e India hanno quasi un miliardo e mezzo di cittadini a testa, ma la Cina ha un livello di sviluppo e di benessere crescente perché la Cina più dell'India ha saputo convertire culturalmente gli individui in popolo e politicamente il popolo in vero sistema Stato.
Franco Luceri