La rivoluzione digitale, la caduta dei blocchi contrapposti e la liberalizzazione dei mercati hanno asfaltato la strada alla globalizzazione interconnessa che conosciamo oggi, ormai appaltata all’intelligenza artificiale per convertire il caos in ordine. E i lavori proseguono a passo di carica.
Tra poco scuole e redazioni potranno chiudere i battenti e buttare la chiave. Governerà in automatico tutto l’AI. Compresa l’accensione, lo spegnimento e la temperatura del sole, per eliminare i condizionatori.
A quel punto, oltre ai professori e ai giornalisti, potranno fare domanda di pensionamento per invalidità anche i politici, perché mercato e IA saranno già una inossidabile dittatura globale.
Negli Stati Uniti sono già operativi più di 4.000 data center e oltre 3.000 sarebbero in progettazione o costruzione. La loro espansione suscita proteste per l’enorme richiesta di elettricità e acqua, il possibile impatto sulle bollette, l’occupazione del territorio e il numero relativamente limitato di posti di lavoro permanenti creati rispetto alla dimensione degli investimenti.
Insomma rassegnatevi. Se la macchina IA sa più dell’uomo, è la macchina IA che è diventata uomo e l’uomo macchina.
D’altra parte non ci voleva Archimede Pitagorico per capire che se l’umanità ha bisogno di intelligenza artificiale, significa che la naturale, sepolta viva sotto montagne di falsi problemi, non più grandi di una capocchia di spillo, è in liquidazione fallimentare.
I cervelloni della cultura hanno frammentato e specializzato il sapere umano per millenni, fino a perdere il controllo complessivo della realtà.
E ora i frutti stanno arrivando copiosi a maturazione. Non siamo in grado di governarci autonomamente, senza danni individuali, sociali e ambientali, non l’universo, il pianeta terra, il continente, lo Stato, la regione, la provincia, il comune o il condominio, ma manco il cassetto personale dei calzini o delle mutande, se non lo affidiamo in gestione all’IA.
In mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità, intelligenza artificiale compresa.
Ma ahinoi, i migliori sono una rarità, e in democrazia, come fossero una sola rondine, non fanno primavera.
E su quello che possono fare i peggiori meglio stendere un velo pietoso.
Franco Luceri
-----------------------
Il prof. Carlo di Stanislao commenta così il mio articolo:
Il testo di Franco Luceri colpisce per una ragione precisa: dietro l’ironia, persino dietro l’iperbole volutamente apocalittica, contiene una domanda seria e tutt’altro che nuova: che cosa accade all’uomo quando costruisce strumenti capaci di fare sempre meglio ciò che un tempo considerava esclusivamente umano?
È una domanda che oggi assume una dimensione inedita, perché l’intelligenza artificiale non sta semplicemente sostituendo forza muscolare, velocità di calcolo o capacità meccaniche. Sta entrando nel territorio della scrittura, della traduzione, della ricerca, della diagnosi, della programmazione, dell’organizzazione e, più in generale, della produzione simbolica. È proprio questo il punto che rende l’IA diversa dalle precedenti grandi macchine della modernità.
Eppure, proprio qui, il tono provocatorio dell’articolo può essere rovesciato in una considerazione positiva.
L’intelligenza artificiale non dimostra necessariamente la fine dell’intelligenza naturale. Può diventare, al contrario, uno dei modi attraverso cui l’intelligenza naturale è costretta a interrogarsi nuovamente su se stessa.
Questa potrebbe essere la vera partita.
Perché una macchina che sa produrre rapidamente una risposta non elimina automaticamente la necessità di sapere quale domanda porre. Una macchina che sa mettere in relazione milioni di informazioni non decide, per il solo fatto di poterlo fare, quali relazioni siano importanti. Una macchina capace di imitare uno stile non possiede necessariamente l’esperienza esistenziale da cui quello stile è nato.
Qui passa una distinzione fondamentale.
Il rischio non è che la macchina diventi uomo.
Il rischio più concreto è che l’uomo rinunci progressivamente a essere uomo per diventare una macchina che usa macchine.
E questa è una differenza enorme.
L’IA, infatti, può essere considerata anche come uno specchio straordinariamente potente. Restituisce all’umanità l’immagine delle proprie conoscenze, delle proprie contraddizioni, delle proprie classificazioni, dei propri errori, dei propri pregiudizi e persino della propria straordinaria capacità creativa. In questo senso non è soltanto uno strumento tecnologico: è un dispositivo che ci obbliga a guardare la struttura del sapere umano.
L’articolo coglie bene un paradosso della nostra epoca: abbiamo accumulato una quantità di informazioni mai posseduta dall’umanità e, contemporaneamente, rischiamo di avere sempre meno una visione complessiva.
Abbiamo specialisti sempre più specialisti.
Abbiamo discipline sempre più separate.
Abbiamo banche dati sterminate.
Abbiamo strumenti di calcolo prodigiosi.
E tuttavia continuiamo a incontrare difficoltà enormi quando dobbiamo comprendere il rapporto fra le parti.
È forse proprio qui che l’intelligenza artificiale può offrire una possibilità interessante.
Non necessariamente perché debba pensare al posto nostro, ma perché può aiutarci a ricomporre ciò che abbiamo frammentato.
Questo è l’aspetto meno apocalittico e più promettente della questione.
L’IA potrebbe diventare una sorta di grande strumento di connessione: mettere in dialogo discipline lontane, confrontare testi, individuare ricorrenze, rendere accessibili conoscenze specialistiche, tradurre linguaggi differenti, aiutare un ricercatore a vedere una relazione che da solo avrebbe impiegato anni a individuare.
In altre parole, potrebbe contribuire non alla sostituzione dell'intelligenza, ma alla sua ricomposizione.
La vera rivoluzione, allora, non sarebbe avere una macchina che sa rispondere a tutto.
Sarebbe avere finalmente uno strumento che ci costringe a capire che cosa vale la pena chiedere.
E qui l’ironia di Luceri diventa quasi filosofica.
Se abbiamo bisogno dell’intelligenza artificiale perché non sappiamo più governare nemmeno il cassetto dei calzini, il problema non è necessariamente che la macchina sia diventata troppo intelligente.
Potrebbe essere che noi abbiamo smesso di esercitare alcune forme fondamentali di intelligenza.
L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute.
È anche capacità di discernimento.
È capacità di stabilire priorità.
È capacità di tollerare l’incertezza.
È capacità di riconoscere un errore.
È capacità di cambiare idea.
È capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
Ed è soprattutto capacità di attribuire significato.
Una macchina può elaborare informazioni. Ma il significato non è semplicemente contenuto nei dati. Il significato nasce dentro una relazione fra conoscenza, esperienza, cultura, memoria, desiderio, responsabilità.
Per questo motivo non credo che la prospettiva debba essere necessariamente quella della resa.
Non dobbiamo rassegnarci.
Dobbiamo imparare.
La storia della tecnologia mostra che ogni grande strumento ha prodotto contemporaneamente liberazione e dipendenza. La scrittura ha liberato la memoria ma ha anche trasformato il modo in cui ricordiamo. La stampa ha democratizzato il sapere ma ha anche reso possibile una diffusione senza precedenti della propaganda. Internet ha reso disponibile una quantità enorme di conoscenza e contemporaneamente ha creato nuove forme di manipolazione.
L’intelligenza artificiale seguirà probabilmente la stessa logica.
Non sarà buona o cattiva in sé.
Sarà amplificatrice.
Potrà amplificare competenza o incompetenza, creatività o conformismo, responsabilità o irresponsabilità.
Ed è proprio questo che rende decisiva la qualità di chi la utilizza.
Luceri scrive che «in mano ai migliori, qualunque mezzo produce utilità». È forse la frase che contiene la chiave più importante dell’intero articolo.
Perché sposta il problema dalla macchina all’uomo.
Non dobbiamo chiederci soltanto quanto diventerà intelligente l’intelligenza artificiale.
Dovremmo chiederci quanto saremo disposti a diventare intelligenti noi nel rapporto con essa.
È una domanda molto più difficile.
E, proprio per questo, molto più interessante.
Anche la scuola, allora, non è necessariamente destinata a chiudere i battenti. Al contrario, potrebbe essere chiamata a cambiare radicalmente funzione. Se una macchina può fornire rapidamente informazioni e persino elaborare testi complessi, la scuola non può continuare a fondarsi prevalentemente sulla semplice trasmissione di informazioni.
Dovrà insegnare a distinguere.
A verificare.
A contestualizzare.
A formulare domande.
A leggere criticamente.
A riconoscere una risposta plausibile da una risposta vera.
E soprattutto dovrà tornare a fare una cosa antica e fondamentale: formare persone capaci di giudizio.
Lo stesso vale per il giornalismo.
Se l’IA può produrre migliaia di testi in pochi secondi, il valore del giornalista non sarà più soltanto quello di scrivere rapidamente. Sarà quello di verificare, interpretare, assumersi la responsabilità di ciò che afferma, conoscere il contesto e soprattutto decidere ciò che merita di essere raccontato.
Paradossalmente, dunque, l’intelligenza artificiale potrebbe costringerci a recuperare il valore delle professioni umane invece di cancellarlo.
Potrebbe costringerci a comprendere che il valore non sta sempre nella produzione dell’oggetto, ma nella responsabilità che accompagna la sua produzione.
E questo vale anche per la politica.
L’algoritmo può forse ottimizzare un sistema.
Non può sostituire la responsabilità politica senza trasformare la politica stessa in amministrazione automatica.
Perché governare non significa soltanto trovare la soluzione più efficiente.
Significa decidere quale idea di società vogliamo costruire.
E questa non è una questione puramente tecnica.
È una questione etica, antropologica, persino filosofica.
Per questo l’immagine della «dittatura globale» proposta da Luceri, pur nella sua evidente ironia, contiene una provocazione utile. Una società governata esclusivamente dall’efficienza sarebbe certamente molto efficiente. Ma non è detto che sarebbe una società migliore.
L’efficienza non è il bene.
È soltanto una delle possibili qualità di un'azione.
Una società umana deve confrontarsi anche con la fragilità, la libertà, la giustizia, la memoria, la bellezza, la solidarietà, la differenza, il diritto all’errore.
E proprio qui l’uomo conserva qualcosa che nessuna macchina può semplicemente sostituire: la responsabilità di scegliere il mondo nel quale vuole vivere.
L’intelligenza artificiale, allora, può essere vista positivamente proprio se smettiamo di considerarla un oracolo.
Non dobbiamo inginocchiarci davanti alla macchina.
Dobbiamo imparare a dialogare con essa.
Non dobbiamo consegnarle il giudizio.
Dobbiamo usarla per rendere il nostro giudizio più informato.
Non dobbiamo chiederle di vivere.
Dobbiamo utilizzarla per avere più tempo per vivere.
Questa potrebbe essere la vera scommessa.
La macchina potrebbe restituirci tempo.
Tempo per leggere.
Tempo per pensare.
Tempo per studiare.
Tempo per stare con gli altri.
Tempo per osservare.
Tempo persino per annoiarci, che è una delle condizioni più fertili della creatività.
Il problema nasce quando il tempo restituito dalla tecnologia viene immediatamente riempito da altra tecnologia.
Allora non siamo più liberi: siamo semplicemente più veloci.
Ed è forse questa la differenza decisiva.
Essere più veloci non significa essere più intelligenti.
L’intelligenza autentica non consiste soltanto nel raggiungere prima una destinazione. Talvolta consiste nel capire se quella destinazione merita davvero di essere raggiunta.
Per questo, alla fine, la «frittata» non è necessariamente fatta.
Gli ingredienti sono sul tavolo: globalizzazione, mercati, tecnologia, energia, dati, algoritmi, intelligenza artificiale. Ora resta da decidere chi cucinerà, con quale ricetta e soprattutto per chi.
E forse la battuta più importante dell’articolo non è quella sulla macchina che diventa uomo.
È quella, implicita, sull’uomo che rischia di diventare macchina.
Perché se l’IA ci libererà dalla parte più ripetitiva, meccanica e burocratica dell’esistenza, potremmo finalmente essere costretti a recuperare ciò che avevamo dimenticato: la capacità di pensare lentamente, di dubitare, di immaginare, di creare connessioni inattese, di assumerci responsabilità e di riconoscere che non tutto ciò che può essere calcolato merita di essere calcolato.
In fondo, la sfida dell’intelligenza artificiale non è dimostrare che le macchine possono essere intelligenti.
È scoprire che cosa intendiamo ancora per intelligenza.
E questa, diversamente dalla temperatura del sole o dall’organizzazione di un data center, è una domanda che nessun algoritmo potrà toglierci.
Anzi, potrebbe finalmente costringerci a riprendercela.
Prof. Carlo di Stanislao

Nessun commento:
Posta un commento