venerdì 2 ottobre 2026

L'intelligenza, chi l'ha vista?


Mio articolo del 28 settembre 2024 commentato dal prof Carlo di Stanislao il 2 ottobre 2026

L'intelligenza, chi l'ha vista?

Con la cultura, l'umanità "se la canta e se la suona da sé". Guasta il mondo e poi si inventa toppe peggiori del buco fingendo di risanarlo: 

alle case serve il cappotto termico. 

ai mezzi di trasporto niente carburante solo la batteria.

La cultura che gli addetti ai lavori spacciano come medicina è l'origine di tutte le malattie, perché sono le piante, gli animali e il pianeta ad assicurare vita all'umanità.

Dio ha creato il mondo, perché a l'uomo servano i muscoli per lavorare non il cervello per pensare. 

Dall'uomo di Neanderthal, a Socrate, padre della filosofia, sono passati 350.000 anni, ci confermano i "pensatori". 

Da Socrate a oggi 2400. 

E da Galilei ad oggi solo 400.

Negli ultimi 4 secoli, filosofi e scienziati hanno fatto più danni dell'intera razza umana dall'uomo scimmia ad oggi.

Quella che consideriamo intelligenza, ce la siamo inventata noi umani negli ultimi tre millenni, prima per necessità e poi per lucro, visto che a quell'esca, noi poveri affamati di sapere finto abbocchiamo a miliardi.

Perché promette qualità della vita, ma nascondendo un piccolo neo: tutto ciò che per gli umani è utile, per il pianeta è un danno, una perdita, una catastrofe.

Ci aiuta a vivere meglio, ma al prezzo della devastazione ambientale che istiga la natura a rispondere da matrigna anziché da madre, a colpi di sconvolgimenti climatici assassini per l'uomo e per tutte le specie viventi.

Tendiamo a dimenticare che è l'uomo a dipendere dal pianeta Terra, non viceversa. 

La natura ordina e l'uomo dovrebbe eseguire. E da responsabile esecutore non avrebbe bisogno di intelligenza per progettare grattacieli e Industrie avvelenatrici, ma di muscoli e ubbidienza per coltivare la terra.

Perché il creato ha i mezzi per indurci ad ubbidire oppure sloggiare, posto che dipendiamo dalla natura al 100%.

Agendo sui cinque elementi vitali sole, acqua, vento, fuoco e terra, la natura premia o punisce gli umani che presumono di poter dare ordini invece di prenderli ed eseguirli.

Piove e devi raccogliere acqua per affrontare i periodi di siccità se vuoi continuare a vivere. 

Fa caldo e devi accettare il caldo non accendere il condizionatore. 

Fa freddo e devi usare le coperte non la stufa. 

Fa vento, non devi sbarrargli la strada costruendo muri e case per ripararti.

Devi curare il bosco perché il vento non lo spazzi via o lo incendi come un mazzo di fiammiferi.

E dove la natura te lo proibisce, non puoi costruire e non puoi piantare.

Se frana la montagna ti ordina di piantare alberi o di consolidarla con qualunque sistema naturale. 

Ma tu ordini alla natura di non franare e te ne vai a passeggio o in villeggiatura per conservarti o migliorarti la "finta" qualità della vita. 

Ma quando torni, al primo acquazzone ti spazza via la casa, si porta via l'automobile, ti devasta l'impresa e ti lascia in mutande, se proprio ha un attacco di generosità.

Allora la migliore intelligenza che può usare l'uomo è ubbidire alla natura, e soddisfare soltanto i bisogni primari, per garantire a tutti gli esseri viventi un minimo diritto alla vita. Perché se pensa che sia intelligente migliorarsi all'infinito la qualità della vita, ma in conflitto con l'ecosistema da cui dipendiamo tutti, dal batterio alla balena e passando per l'uomo, è un presuntuoso suicida, che con l'intelligenza non ha nessun rapporto di parentela.

I romani iniziavano sempre con la costruzione degli acquedotti perché senza acqua qualunque individuo muore in una settimana. Adesso si inizia costruendo grattacieli montando l'antenna e comprando il televisore ovviamente dopo lo smartphone.

È cambiata completamente l'idea di cosa sia o non sia intelligente dai cavernicoli agli umani sbandati da riportare in carreggiata con l'ultima genialata umana: l'intelligenza artificiale. L'AI.

Forse è il caso di ricordarci con che entusiasmo il grande Luigi Einaudi accettava le genialate dei pensatori e degli scienziati:

"Il mondo non è mosso dagli interessi ma dalle idee...... e non è piccola la probabilità che le idee generatrici di moto siano più facilmente quelle infantili e distruttive ma popolari che non quelle fornite di spirito di verità".

Insomma, è fortunato chi ha capito quale cultura rende intelligente l'uomo!  

Io, 83 primavere, non c'ho capito una mazza.

Franco Luceri


Commento del prof Carlo di Stanislao

Franco Luceri non scrive un semplice testo: lancia una provocazione contro il grande equivoco del nostro tempo, quello che confonde l’intelligenza con la capacità di trasformare, consumare e dominare. La sua tesi è scomoda: forse non siamo diventati più intelligenti, ma soltanto più abili nel costruire strumenti capaci di aggravare i problemi che noi stessi abbiamo creato.

Con ironia corrosiva e paradossi volutamente estremi, Luceri rovescia il mito del progresso e ci costringe a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare: l’uomo dipende dalla natura, mentre continua a comportarsi come se fosse la natura a dipendere dall’uomo.

Il pregio maggiore del testo è proprio questo: non offre comode soluzioni, ma mette sotto processo le nostre certezze. E quando conclude, a 83 anni, confessando di «non averci capito una mazza», l’autore compie il più intelligente dei gesti: lascia aperta la domanda. Perché forse l’intelligenza comincia proprio quando smettiamo di considerarci intelligenti.


L'habitat che ci pensa dentro






Conformazione e organizzazione del territorio condizionano il pensiero di qualunque essere umano, scienziato compreso.

Chi, nel mondo della cultura, volesse conferma di quanto l'organizzazione del luogo in cui vive gli modella il cervello, cambi habitat. 
Ma se non può cambiare casa paese o stato, modifichi l'ordine delle cose in casa sua.

Faccia spazio e ospiti sulla sua scrivania, (per averli a portata di mano in caso di emergenza) un martello, due chiodi, una sega per falegname, un barattolo di colla, la cazzuola da muratore, cercafase e nastro isolante da elettricista, la forbice da potatore, rubinetto e chiave a pappagallo da idraulico, la cassetta dei ferri del meccanico, e nel giro di una settimana incomincerà a pensare con una testa che non riconoscerà più come sua.
E se dovesse avanzare spazio sopra o sotto la scrivania, sarà tentato di ospitare pure la zappa del contadino, il campanaccio del pastore, la rete del pescatore e l'ascia del boscaiolo. Senza trascurare le attrezzature da fabbro.

Prima di un anno sarà tanto scandalizzato della complessità del suo pensiero, da sospettare che notte tempo possano averle smontato e sostituito la testa pensante con una doppia pensante e facente.
Grazie alle modifiche apportate al suo habitat, sarà tentato almeno dieci volte al giorno di alternare pensiero e azione. E passando dal dire al fare e viceversa, capirà che a separarli non è un piccolo mare quanto la vasca da bagno di casa sua, ma tutti gli oceani del pianeta.
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Il rubinetto gocciola e tenterà di cambiare la guarnizione. Poi appenderà un quadro abbandonato per mancanza di chiodo e martello. luciderà una maniglia, incollerà una sedia, lubrificherà le cerniere cigolanti di una porta, avviterà il bullone allentato dell'auto, andrà a zappare le aiuole del suo giardino, toglierà i rami secchi dagli alberi e alla lunga la sua testa, sbattuta in tutte le direzioni dai problemi reali mai immaginati, mai visti e mai affrontati, sarà indotto a pensare ad un livello di complessità a dir poco sconosciuto.

Noi umani ci illudiamo che sia il nostro pensiero a modellare l'habitat in cui scegliamo di vivere. Invece è l'habitat che oltre ad influenzare pesantemente la nostra salute, modella e indirizza il nostro pensiero. 

L'unico attore del mondo è la natura, la flora e la fauna animale e le nostre inevitabili reazioni adattative, alla ricerca del massimo rendimento col minimo costo. 
Reagiamo agli stimoli ambientali e culturali, materiali e psicologici, anche quando ci illudiamo di agire da primi attori e persino da registi autonomi e responsabili.

Separare culturalmente il pensiero dall'azione è come staccarsi mezzo cervello e buttarlo per lo smaltimento nel secchio dell'umido. 
Ecco perché l'intellettuale non può sapere quanto è difficile passare dal pensiero all'azione. E anche chi si dedica solo ai lavori manuali, non può capire quanta fatica costa pensare razionalmente.
Insomma, stringi stringi, a questo mondo razionalmente non ha mai pensato nessuno. Tant'è che l'intera umanità, crede di progredire nella civiltà usando più neuroni che muscoli, ma regredisce sempre più nella barbarie della stupidità, dell'egoismo e della guerra.

E pure questo problema è di una semplicità sconcertante.
Dio ha creato tutti gli esseri viventi dal batterio al dinosauro con un istinto universale e incancellabile "la fame di cibo o morte": con la certezza di morire se non si lavora per produrlo.

Poi i più furbi si sono inventati la "finta fame di sapere", col potere di obbligare il resto dell'umanità a lavorare per mantenerli a caviale, champagne e miliardi.

Se Dio avesse voluto diversificare i manovali dagli intellettuali avrebbe creato i primi con l'obbligo di saziare lo stomaco o morire e i secondi con l'obbligo di saziare il cervello o morire. 
Invece di scarsa conoscenza non è mai morto nessuno. Di fame si continua a morire da quando Socrate inventando la filosofia ha allargato il mondo di intellettuali e separato pensiero e azione.

E oggi è persino legale che chi produce cibo possa morire di fame avendo il dovere di garantirlo prima a chi produce parole, "aria fritta", a chi si finge "affamato di sapere".

Le teste d'uovo: burocrati, politici, industriali e banchieri si sono ritagliati a norma di legge il privilegio di farsi nutrire e arricchire da chi lavora fisicamente.
Gli eretici cercano di capire se c'è un rotto della cuffia da cui salvare il salvabile, ma "il rotto" non c'è più.
La rivoluzione non è più replicabile in nessun angolo del pianeta, nemmeno quanto un mattone 25x25.
E la ragione è presto detta. Una volta pensatori e potenti erano due razze che si guardavano in cagnesco. Oggi sono razza unificata: compagni di merende.
I Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Robespierre e i Luigi XVI sono tutti gemelli solidali, partoriti col cordone ombelicale annodato, per essere compagni di merende inseparabili, alla faccia dei "cani sciolti" che di notte sognano ancora, per la salvezza dell'umanità, "contratti sociali" e "separazioni dei poteri" degni di questo nome.
Campa cavallo!
Franco Luceri


Comm. del prof Carlo di Stanislao

L’habitat che ci pensa dentro

«Noi formiamo le nostre costruzioni e poi sono esse a formare noi.»
— Winston Churchill

Il testo di Franco Luceri ha il merito di mettere in discussione una separazione troppo comoda: quella tra pensiero e azione, tra cultura e manualità, tra individuo e ambiente. 
L’immagine della scrivania che si riempie progressivamente di strumenti è ironica, ma contiene un’intuizione profonda: cambiare ciò che ci circonda significa anche modificare le occasioni percettive, operative e cognitive alle quali siamo continuamente esposti.

L’habitat non è dunque un semplice sfondo della vita: è un ambiente che ci sollecita, ci vincola e ci insegna. Il passaggio dalla riflessione all’esperienza concreta può ampliare il pensiero proprio perché lo costringe a confrontarsi con resistenze, errori, materia e conseguenze.

La provocazione finale, volutamente aspra, invita a interrogarsi su una questione essenziale: una civiltà che separa troppo il sapere dal fare rischia di impoverire entrambi. Il valore del testo sta soprattutto in questo invito a ricomporre ciò che l'abitudine culturale ha diviso.
Prof Carlo di Stanislao