Non c'è solo un abisso di spessore culturale fra i vecchi maestri Platone e Pitagora poco più che contadini, e gli attuali scienziati cacciatori di galassie e dominatori dell'universo; ma anche nel livello di civiltà che ne è derivato. Gli scienziati “caricatura” di ieri, (alfabetizzati a casaccio: Socrate confessava umilmente “e che so io”?) ci hanno regalato un modello di civiltà millenaria da cui nessun umano potrà mai prescindere.
Mentre gli scienziati veri di oggi, dal sapere sconfinato, ci hanno infilato in una civiltà caricatura da cui c’è il serio rischio che si esca tutti in orizzontale.
Ci hanno liberato dal “disordine dinamico” della natura, (gli addetti ai lavori chiamano così il pianeta Terra) ma per sequestrarci in un ordine mondiale affidato ai soliti quattro tiranni di fiducia, mutuati pari pari in “democrazia”: ignoranza, fame, malattia, e guerra a tempo indeterminato, posto che i vecchi intervalli fra una guerra e la successiva, da sempre definiti armistizio e pace, oggi sono “utilmente” occupati dal terrorismo mondiale che impedisce pericolose infiltrazioni di pace o quanto meno sicurezza fra due guerre.
Al punto in cui siamo, non so se i padri della filosofia pre e post socratica sono felici di averci aiutato a sapere sempre più e sempre meglio come staccare, spaccare, innestare, trapiantare, concimare e conservare vivo un capello anche su un defunto e su un pianeta già morto; o se si rivoltano quotidianamente nella tomba osservando che capiamo sempre meno e sempre peggio come liberare da l’inferno terreno ormai culturalmente indotto popoli e Stati.
Gramsci diceva che “la maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente e nel loro pratico operare è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia”.
E sarebbe bello sapere come il filosofo Gramsci considera i suoi colleghi di oggi, il cui “pratico operare” è bere caffè, battere tasti al computer, guidare l’auto, lavarsi le mani prima e i denti dopo i pasti, fumare una sigaretta. Ma un martello per piantare un chiodo, e puntellare una casa che rischia il crollo, mai.
Quindi, attribuire alla politica anche i guasti della cultura è una autentica truffa. La politica democratica è una pietanza semplice come l’uovo lesso. Chiunque governi, non può moltiplicare le risorse naturali né mai cambiare gli “ingredienti umani”, cioè le classi sociali, a cui servono secoli di cultura per migliorarne la qualità.
E che non sia la politica a fare la differenza, lo deduciamo dal fatto che passando di getto dal comunismo al liberismo avrebbero dovuto fallire Russia e Cina, geni di collettivismo non di liberismo; invece sta fallendo Europa e America, che sono si politicamente più liberiste, ma non culturalmente.
Franco Luceri
Commento
Prof Carlo di Stanislao
L'illusione del progresso e l'eclissi della sapienza
«Abbiamo accumulato un'enorme quantità di conoscenze scientifiche, ma non abbiamo ancora imparato ad essere umani.» — Albert Einstein
L'invettiva di Franco Luceri si inserisce con forza nel solco d'una critica serrata alla modernità tecnocratica, mettendo a nudo una delle contraddizioni più vistose del nostro tempo: la drastica divergenza tra il gigantismo del sapere scientifico e la rimpicciolita statura della civiltà.
La contrapposizione tra i "vecchi maestri" e gli odierni dominatori dell'universo non è una semplice operazione nostalgia, ma un monito epistemologico. Se Socrate e i pre-socratici partivano dal limite e dal dubbio per costruire una cosmogonia etica capace di reggere nei secoli, la scienza contemporanea sembra spesso mossa da un delirio di onnipotenza tecnica. Dominare le galassie o manipolare la materia infinitesimalmente non ha impedito l'instaurarsi di un ordine globale segnato da guerre perenni, disuguaglianze e una diffusa povertà di senso. Abbiamo imparato a preservare la vita nei dettagli più irrilevanti, ma abbiamo smarrito la capacità di riscattare i popoli dall'inferno terreno della miseria e del terrore.
Luceri coglie nel segno anche quando richiama Gramsci per evidenziare la decontestualizzazione e la passività dell'intellettuale odierno. Il "pratico operare" si è impoverito, riducendosi a gesti automatizzati e confortevoli, del tutto privi di quella spinta trasformativa necessaria a "puntellare una casa che rischia il crollo".
L'azione culturale ha ceduto il passo al consumo intellettuale, lasciando la società priva di guide capaci di incidere sui processi reali.
È stimolante, infine, la tesi che solleva la politica dalle colpe primarie per restituire centralità alla cultura. La politica democratica è un'architettura di gestione: lavora sugli "ingredienti umani" che ha a disposizione e non può inventare risorse dal nulla. Il vero motore del cambiamento — o del degrado — risiede nel livello culturale di una comunità.
Il fallimento cui assistiamo non è dunque un semplice cortocircuito istituzionale, ma il collasso di una matrice culturale che ha scambiato l'efficienza tecnologica con la civiltà, dimenticando che senza una direzione etica anche la scienza più avanzata rischia di trasformarsi in un sofisticato strumento di autodistruzione.
Carlo di Stanislao

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