Nel giugno del 2015, durante una conferenza all'Università di Torino, Umberto Eco disse che i social media «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».
A questo punto una domanda sorge spontanea: se in Italia abbiamo legioni di imbecilli ricercati e ascoltati a bocca aperta come fossero premi Nobel, è come dire che siamo un popolo di imbecilli con una classe dirigente imbecille. E da dove è saltata fuori tanta ricchezza di umani di seconda scelta?
Se non li ha creati Dio, che non è mai andato oltre pochi esemplari di scemi del villaggio, chi sono gli autorevoli "guastatori" del popolo italiano?
Gli industriali e i banchieri non si prenderebbero tanto fastidio, perché hanno bisogno di cittadini produttivi e sfruttabili. I giornalisti e i politici possono anche influenzare negativamente un popolo; ma chi dall'istruzione ha guadagnato un patrimonio intellettivo di tutto rispetto non se lo lascia certo guastare dagli imbecilli.
Non sarà per caso che la pedagogia ha trovato la formula magica, usando la stessa quantità e qualità di sapere che ha sempre reso geni gli occidentali e gli italiani in primis, e ora forma eserciti di umani di seconda scelta?
La scuola italiana non ha cambiato una virgola di ciò che una volta serviva per formare italiani intelligenti e geni.
Continua ad insegnare letteratura, storia, matematica, scienze, lingue straniere, ma i cervelli di oggi non sono più come quelli di ieri. La produzione di imbecilli non è per niente inventata è drammaticamente reale. Non è dovuta ad un calo di diottrie di Umberto Eco.
Se nelle scuole e nelle università italiane il nutrimento culturale per la formazione dei cervelli è rimasto invariato, cosa ha prodotto il cambiamento, anzi il capovolgimento: dalla formazione di geni alla formazione di "legioni di imbecilli"?
A questo rompicapo non si è mai dedicato nessuno, nemmeno i cervelloni dell'università, o i ministri dell'istruzione. Come se Umberto Eco fosse un vecchietto alcolizzato o rimbambito da sopportare.
La scuola italiana ha trovato la formula pedagogica per sviluppare la memoria degli umani, ma congelare e paralizzare l'intelligenza? Capiamo di meno perché sappiamo di più? Il rebus resta irrisolto.
Purtroppo gli imbecilli una volta confezionati non creano problemi soltanto sui social media ma ovunque, nelle aule scolastiche, nelle redazioni, nelle sedi di partito e peggio da industriali e banchieri.
Chi ha una risposta quantomeno credibile sul perché il popolo italiano per millenni ricco di santi, navigatori, eroi e geni, nel giro di 8 decenni, nutrito con la stessa cultura, si è riempito di imbecilli, lasci qua un suo commento.
A questo punto una domanda sorge spontanea: se in Italia abbiamo legioni di imbecilli ricercati e ascoltati a bocca aperta come fossero premi Nobel, è come dire che siamo un popolo di imbecilli con una classe dirigente imbecille. E da dove è saltata fuori tanta ricchezza di umani di seconda scelta?
Se non li ha creati Dio, che non è mai andato oltre pochi esemplari di scemi del villaggio, chi sono gli autorevoli "guastatori" del popolo italiano?
Gli industriali e i banchieri non si prenderebbero tanto fastidio, perché hanno bisogno di cittadini produttivi e sfruttabili. I giornalisti e i politici possono anche influenzare negativamente un popolo; ma chi dall'istruzione ha guadagnato un patrimonio intellettivo di tutto rispetto non se lo lascia certo guastare dagli imbecilli.
Non sarà per caso che la pedagogia ha trovato la formula magica, usando la stessa quantità e qualità di sapere che ha sempre reso geni gli occidentali e gli italiani in primis, e ora forma eserciti di umani di seconda scelta?
La scuola italiana non ha cambiato una virgola di ciò che una volta serviva per formare italiani intelligenti e geni.
Continua ad insegnare letteratura, storia, matematica, scienze, lingue straniere, ma i cervelli di oggi non sono più come quelli di ieri. La produzione di imbecilli non è per niente inventata è drammaticamente reale. Non è dovuta ad un calo di diottrie di Umberto Eco.
Se nelle scuole e nelle università italiane il nutrimento culturale per la formazione dei cervelli è rimasto invariato, cosa ha prodotto il cambiamento, anzi il capovolgimento: dalla formazione di geni alla formazione di "legioni di imbecilli"?
A questo rompicapo non si è mai dedicato nessuno, nemmeno i cervelloni dell'università, o i ministri dell'istruzione. Come se Umberto Eco fosse un vecchietto alcolizzato o rimbambito da sopportare.
La scuola italiana ha trovato la formula pedagogica per sviluppare la memoria degli umani, ma congelare e paralizzare l'intelligenza? Capiamo di meno perché sappiamo di più? Il rebus resta irrisolto.
Purtroppo gli imbecilli una volta confezionati non creano problemi soltanto sui social media ma ovunque, nelle aule scolastiche, nelle redazioni, nelle sedi di partito e peggio da industriali e banchieri.
Chi ha una risposta quantomeno credibile sul perché il popolo italiano per millenni ricco di santi, navigatori, eroi e geni, nel giro di 8 decenni, nutrito con la stessa cultura, si è riempito di imbecilli, lasci qua un suo commento.
Franco Luceri
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Il commento è del prof Carlo di Stanislao
Il paradosso sollevato dall’articolo è tutt’altro che banale: come può la stessa scuola che un tempo pretendeva di formare intelligenze produrre oggi persone sempre più istruite e, talvolta, sempre meno capaci di pensare? Forse il problema non è ciò che la scuola insegna, ma ciò che accade alla mente di chi apprende.
Perché sapere non significa comprendere. La memoria può diventare un magazzino sterminato di nozioni senza trasformarsi in intelligenza. Si possono conoscere date, formule, autori, teorie e lingue e rimanere incapaci di stabilire una relazione tra le cose, di riconoscere una contraddizione, di dubitare di una certezza o semplicemente di dire: «Non lo so».
L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute. È piuttosto la capacità di attraversarle, ordinarle, metterle in discussione e trasformarle in giudizio. Una mente piena non è necessariamente una mente viva.
E forse qui si trova una delle grandi contraddizioni della nostra epoca: abbiamo moltiplicato enormemente gli strumenti della conoscenza, ma non necessariamente gli strumenti per distinguere il vero dal falso, il profondo dal superficiale, il pensiero dall’opinione.
Anche i social, allora, forse non hanno creato gli “imbecilli” evocati da Eco. Hanno semplicemente tolto loro il silenzio. Hanno trasformato ogni voce in una possibile autorità e ogni opinione in una merce pubblica.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Anche chiamare “imbecilli” gli altri può diventare una forma di semplificazione.
La domanda più inquietante rimane dunque un’altra: può una società aumentare il proprio patrimonio di conoscenze mentre diminuisce la propria capacità di comprenderle?
Forse la risposta riguarda la scuola. O forse la scuola è soltanto lo specchio di una trasformazione molto più vasta.
Ed è bene che il problema rimanga aperto. Perché talvolta una domanda intelligente vale più di una risposta definitiva.
Perché sapere non significa comprendere. La memoria può diventare un magazzino sterminato di nozioni senza trasformarsi in intelligenza. Si possono conoscere date, formule, autori, teorie e lingue e rimanere incapaci di stabilire una relazione tra le cose, di riconoscere una contraddizione, di dubitare di una certezza o semplicemente di dire: «Non lo so».
L’intelligenza, infatti, non coincide con la quantità di informazioni possedute. È piuttosto la capacità di attraversarle, ordinarle, metterle in discussione e trasformarle in giudizio. Una mente piena non è necessariamente una mente viva.
E forse qui si trova una delle grandi contraddizioni della nostra epoca: abbiamo moltiplicato enormemente gli strumenti della conoscenza, ma non necessariamente gli strumenti per distinguere il vero dal falso, il profondo dal superficiale, il pensiero dall’opinione.
Anche i social, allora, forse non hanno creato gli “imbecilli” evocati da Eco. Hanno semplicemente tolto loro il silenzio. Hanno trasformato ogni voce in una possibile autorità e ogni opinione in una merce pubblica.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Anche chiamare “imbecilli” gli altri può diventare una forma di semplificazione.
La domanda più inquietante rimane dunque un’altra: può una società aumentare il proprio patrimonio di conoscenze mentre diminuisce la propria capacità di comprenderle?
Forse la risposta riguarda la scuola. O forse la scuola è soltanto lo specchio di una trasformazione molto più vasta.
Ed è bene che il problema rimanga aperto. Perché talvolta una domanda intelligente vale più di una risposta definitiva.
Carlo di Stanislao

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