martedì 16 giugno 2015

Dai sogni culturali agli incubi politici


Dai sogni culturali agli incubi politici
Le stagioni politiche non cambiano quattro volte l’anno come quelle climatiche, ma seguono a rimorchio i  rari cambiamenti delle stagioni filosofiche, se e quando hanno la bontà di manifestarsi.
In Italia aspettiamo una stagione che induca politica alternativa alla comunista da sette decenni, ma a destra non c’è una vera filosofia liberale da cui ci si possa aspettare qualcosa di salvifico.
Come dire che in Italia abbiamo tanto comunismo e tanto finto anticomunismo, ma del liberismo ancora non c’è traccia. I comunisti accentrano il potere nello Stato e nella burocrazia e poi ne fanno uso e abuso senza risparmio. (Vedi mafia capitale). Ma i liberisti sono alternativi ai comunisti a parole e complementari di fatto, perché quando governano loro si guardano bene dallo spostare il potere dallo “Stato burocratico, corrotto e tiranno”, al popolo che sovrano non è mai diventato, e usano e abusano di quel potere, magari non quanto, ma come i comunisti. E peggio, con l’alibi di ferro che la tirannia comunista l'hanno solo ereditata.
Insomma, i sessanta milioni di italiani si ritrovano fra l’incudine del comunismo parassita e il martello del liberismo fallito. Ecco perché l’invasione di immigrati, che è sempre una benedizione negli Stati liberali, (l’America è diventata Prima Potenza Mondiale impiegando milioni di braccia e cervelli d’importazione); da noi potrebbe accelerare e completare la “fine” del sistema. 
Perché le imprese italiane non hanno il potere di estrarre ricchezza a prezzi competitivi da quella forza lavoro e pagare tasse, perché ai comunisti fa comodo mantenere gli immigrati disoccupati, scaricare il costo sullo Stato, e scorticare vivi di tasse i piccoli contribuenti per mantenere nella bestiale condizione di invalidi da soccorrere, tante degnissime persone, che invece potrebbero salvare e arricchire l’Italia e l’intera Europa, se il liberismo fosse capace di rendere culturalmente prima che politicamente inoffensivo il comunismo.
Ma a questa idea miraggio non possiamo affezionarci, perché sette decenni di comunismo hanno disseminato nel Paese una quantità di trappole culturali, giuridiche ed economiche (per topi), da mettere in difficoltà non solo i miseri venditori di bruscolini e caldarroste, ma anche i colossi della finanza, che senza le mammelle dello Stato comunista da succhiare a spese di "Pantalone", con la voracità di una idrovora, sarebbero falliti da un pezzo.
Ma su una cosa possiamo essere certi. In Italia, la distinzione politica di destra e sinistra non esiste più. A sinistra abbiamo Renzi, che essendo amico dei banchieri, non può che essere vero comunista e finto liberale; e a destra abbiamo ancora Berlusconi e berlusconiani che sono tanto liberali da essere sostenitori di Renzi.
E non basta; in Italia il comunismo politico non tira le cuoia, perché ad ancorarlo alla cultura comunista ci pensano decine di migliaia di intellettuali, professori, giornalisti, professionisti e burocrati a tutti i livelli sociali e istituzionali; mentre dei "cacasenno liberali", ahi noi, la nascita è ipotizzabile non prima di fine millennio.
Certo la verità è decisamente più complessa di come possa percepirla un qualunquissimo signor nessuno come me. Magari il comunismo ha solo la colpa, se tale si può dire, di aver colmato un “sottovuotospinto” chiamato liberismo. Una finta filosofia, come tutte le filosofie che spingono i più alla competizione, divisione, sfruttamento e sopraffazione economica, e mai alla cooperazione solidale, in funzione del "BENE COMUNE", che non passerà mai da l’impoverimento di milioni di poveri per l’arricchimento di decine di ricchi sfondati.
La finalità idiota del comunismo era rendere potente lo Stato, per servire il popolo; quella del comunismo finto liberista, è dissanguare e rendere impotente lo Stato, sfruttare e impoverire l’intero popolo per arricchire dieci paperoni. Quanto tutto ciò possa dirsi filosofia politica, ve lo lascio immaginare.

giovedì 4 giugno 2015

Vittorie elettorali di carta


 Vittorie elettorali di carta

Se ce la fate ad immaginare il livello di potere finto di un miliardario fallito, che per non deprimersi si trastulla con una collezione di figurine in mancanza di contanti; siete già attrezzati per ridere a crepapelle dei candidati politici, che vedendo il loro mucchio di voti crescere più di quello degli avversari, festeggiano sentendosi già potenti e vincenti.
Si, la vittoria cartacea. Sta proprio là la democratica truffa italiana a vantaggio degli eletti e a danno degli elettori. Basta superare gli avversari nella corsa a l’accaparramento della poltrona e relativo lauto compenso; e quella è l’unica occasione di tutta la legislatura per dirsi potenti e vincenti, in un Paese che sprofonda ininterrottamente da sette decenni, nelle sabbie mobili dell’ingiustizia sociale, dell’anarchia e ora pure della povertà.
Se nello sfoglio delle schede elettorali un politico non trovasse il giusto malloppo di consensi per dirsi vincente; dovrebbe aspettare le successive elezioni per tentare il colpaccio di una vittoria cartacea truffa, che lo illuda per l’intera legislatura di essere lui il vero potente, anche se gli toccherà uscire ogni giorno come un cane bastonato nella vera guerra ai veri nemici immortali di qualunque popolo: istruzione, informazione, lavoro, salute, sicurezza, povertà e futuro improbabile.
Perché contro quei nemici, possono marciare compatti tutti gli eserciti e i generali della cultura, politica e mercato del pianeta, e alla fine fregiarsi in massa, dell’unica, gigantesca, comune vittoria: “il buco ne l’acqua“.
In Italia, i nobili culi che abbiamo alternato sulle poltrone del potere politico, li abbiamo arruolati da tutte le direzioni possibili, con tutte le competenze e il prestigio mondiale immaginabile: persino uno che dovevamo lavarci e sciacquarci la bocca prima di osare nominarlo: il dott, prof, sen. Premier, Mario Monti, (in sostituzione di Berlusconi) e pure la sua vincente politica, ci ha lasciato una tale ricchezza di cerchi concentrici del suo accademico buco ne l’acqua, che a colmarlo di tasse non ci basterà l’intero popolo dei contribuenti italiani fino a fine secolo.
Quindi, per darci un taglio alla truffa politico culturale italiana fatta da sette decenni di vittorie cartacee nel chiuso delle cabine elettorali, dovremmo impedire a politici e giornalisti, di usare le parole “vincitori e sconfitti“, mentre stanno ancora giocando con le “figurine elettorali”, e sul fronte di guerra dei problemi sociali reali da combattere, non ci sono ancora arrivati manco con la fantasia.
Altrimenti saprebbero che la politica impatta regolarmente come un ubriaco a l’uscita da l’osteria contro un palo della luce, se continua a scimmiottare la giustizia combattendo gli uomini, anziché i problemi apocalittici: l’istruzione che ormai serve solo a garantire disoccupazione o emigrazione, il lavoro che evapora come alcool in una bottiglia aperta, la malattia che vince sulla salute, il rischio sulla sicurezza, l’emergenza sul futuro, la perdita su l’onesto guadagno, la fame sul benessere. Insomma, il PIL calante, il debito pubblico crescente e l’immigrazione inarrestabile sono il vero nemico, contro cui le schede elettorali sono armi giocattolo.
Altro che “vincitori”. Contare voti, ormai si è ridotto a gioco innocuo per bambini scemi, perché solo a quel livello di tragica immaturità intellettuale, politica, giudica e finanziaria si può pensare di debellare un problema vero, spacciando per nemico, un avversario finto, per evitare di uscire con le ossa rotte, contro i nemici invincibili dell’Occidente.
Contro il Berlusconi nemico italiano per eccellenza, hanno marciato e sparato compatti, di rincalzo ai PM, tutti gli eserciti giornalistici, burocratici, sindacali, finanziari e politici disponibili; “ma è come avessero combattuto un virus con gli antibiotici: hanno dato fondo a tutte le scorte di farmaci giudiziari disponibili, ma il “virus Berlusconi è diventato antibiotico resistente”.
Perché non c’è niente di più idiota al mondo di un politico che si illude di far politica scimmiottando il giudice; ma truffa l’intero popolo che lo ha eletto e lo paga per essere liberato dai problemi con le vere soluzioni, non per moltiplicare gli illeciti moltiplicando le catastrofi socio-economiche che in Italia già affliggono venti milioni di poveri, e la povertà sta sconfinando pure nella classe media.
Tre millenni di filosofia, guerre di religione, due guerre mondiali contro tre assassini nemici dell’Umanità, Stalin, Mussolini e Hitler, e qual è il risultato: il manicomio mondiale è senza recinzioni. I politici non hanno ancora capito, che a differenza dei giudici, non hanno nemici in carne ed ossa da combattere, ma problemi assassini da rendere inoffensivi a colpi di soluzioni, se sono capaci.
Perché nessun popolo può rinunciare alle leggi e alla magistratura per combattere singoli crimini. Ma se scimmiottando i giudici, i giornalisti e i politici pensano di fare politica combattendo gli uomini, anziché i complessi problemi nazionali o mondiali spacca cervello che sono la conseguenza di milioni o miliardi di errori e di crimini, colposi e dolosi di intere classi sociali, quel popolo ha un tragico presente e un improbabile futuro.
E’ sempre cosa buona e giusta che un politico denunci alla magistratura un crimine di cui è a conoscenza. Ma se si intesta come proprie vittorie contro i problemi nazionali, le vittorie del PM contro singoli criminali, è un poveraccio, che terrorizzato dai problemi reali del Paese, combatte la guerra delle parole contro gli avversari finti, per non mostrarsi disarmato di soluzioni contro i problemi veri.


sabato 30 maggio 2015

Che Dio ci salvi dai "salvatori mondiali"


Che Dio ci salvi dai “salvatori mondiali

La buona politica è così maledettamente semplice che se non fosse mischiata alla cattiva, per rendere contorto e astruso qualunque sistema sociale, i popoli si addormenterebbero in piedi per mancanza di stimoli. Invece così in piedi ci rimangono e con gli occhi sbarrati pure la notte, cercando disperatamente la salvezza nella lotta o nella fuga.
Un tale diceva (non ricordo se Gobetti o Gramsci) che “la storia insegna ma non ha scolari”. E quindi, chi non avesse la vocazione del guerriero suicida o del coniglio gambalesta, dovrebbe improvvisarsi discente e lasciarsi istruire dalla storia.
Che se un popolo, nel risanare il suo sistema sociale dopo una guerra o una rivoluzione, si da, anche solo per un decennio, una classe politica “debole con i forti”; dopo si ritrova con un sistema socio-economico in disfacimento crescente, ingovernabile, e quindi governabile con la solita politica “forte con i deboli”, efficace come il pediluvio nella cura del tumore al cervello, allunga l’agonia del sistema anche di un secolo, ma senza riuscire ad impedirne il decesso.
Gli insegnamenti della storia nazifascista e poi comunista basterebbero a lavare qualunque dubbio anche allo scemo del paese se fosse lui a governare. Se inizialmente la politica si appoggia a saggi e ricchi, poi quel bastone non può più rifiutarlo, e il diritto di rimanere al potere non può che conquistarselo con la solita politica demenziale, terrorizzando e sfruttando la massa dei piccoli produttori di ricchezza, e condannando il sistema al solito tragico epilogo fatto di recessioni, stagnazioni, default, o peggio, rivoluzione o peggio guerra.
Nemmeno un miliardo di geni riesce a salvare un popolo di quattro gatti, se la politica ha spostato troppo potere da chi produce a chi consuma: “dagli imprenditori ai prenditori”. Perché in piedi ci resta solo il Vaticano, per un miracolo personale del Padreterno; se la politica, con una burocrazia e finanza ossessiva impedisce agli adulti di lavorare, produrre ricchezza onesta, mantenere famiglie oneste, pagare tasse oneste e conservare popolo e Stato.
Di soluzioni politiche alternative ve ne sono miliardi, ma sono tutte toppe peggiori del buco. Si può anche invertire la funzione fra popolo e Stato: lo Stato pensiona tutti dal neonato al nonno, il popolo incassa, l’economia sembra uscire dal coma, ma poi si accascia, perché è come portare l’asino sul campanile della chiesa a mangiarsi l’unico zangone disponibile, dicevano i saggi veri di una volta.
Se non c’è una mano magica che stringe il rubinetto dei privilegi a ricchi e potenti, per i piccoli produttori di ricchezza e quindi per la grande massa dei lavoratori dipendenti, c’è solo navigazione tappa falle col ....

Un futuro a tempo indeterminato c’è solo per chi scappa da l’Italia e dalla UE. Basta contare quanti “salvatori mondiali” si stanno alternando al capezzale della povera Grecia a rischio default, per succhiare risorse, fingendo di pomparle. E alla fine ci diranno: “l’operazione è perfettamente riuscita ma la paziente è schiattata”. Passiamo a salvare l’Italia? No grazie, voi no.

giovedì 21 maggio 2015

La democrazia divora se stessa?

La democrazia divora se stessa?

La democrazia, che è il meglio, del meglio, del meglio di tutta la scienza politica umana, ha più di 26 secoli di onorato servizio, (essendo antecedente a Platone di un secolo e mezzo, così dicono gli esperti). E pure in Italia siamo ancora così ossessionati dal mal funzionamento della democrazia, da mettere in discussione non solo la capacità di governo di qualunque Premier, ma persino la democraticità della democrazia, la costituzionalità della legge elettorale e per buona misura, pure la legalità della Costituzione.
Che è come criticare chi guida male su strada un’automobile, ma l’automobile non è stata ancora progettata, tornita, stampata, montata, collaudata su strada a regola d’arte. Insomma, imputiamo ai Premier l’incapacità di governare i sistemi democratici, che dopo più di 26 secoli non sono ancora dei prodotti finiti e affidabili, ma dei rozzi semilavorati, posto che filosofi, giuristi ed economisti ancora mettono in discussione la loro scientificità. Sono fantascienza comunista o liberale, mai diventata scienza.
In Italia, negli ultimi sette decenni, la politica ha ridotto lo Stato ad un cumulo di macerie, perché la lotta fra ideologie contrapposte si è sviluppata nel potere esecutivo, ma originata, affiancata e sostenuta da quello culturale, partendo dai filosofi, costituzionalisti, economisti e forse pure maestri d’asilo, impegnati a difendere la Costituzione e la legge elettorale, o a pretendere di stravolgere tutto. Ma il "porcellum" ce lo siamo goduto.
Per mezzo secolo, nella Prima Repubblica, gli intellettuali italiani “dal naso sopraffino” non hanno mai avvertito nella politica manco un leggero tanfo di totalitarismo, né i giudici, di crimine; mentre hanno iniziato ad avvertire una puzza insopportabile di antidemocraticità e illegalità diffusa, solo con l’arrivo di Berlusconi, (poi con Monti e Fornero tutto è tornato igienico, profumato e funzionante come un orologio svizzero), e ora con Renzi sentono quasi un tanfo di putrefazione, perché la politica sta tentando timidamente di curare i problemi che potrebbero anche essere incurabili, mentre gli intellettuali si accapigliano ancora per stabilire se i guasti italiani sono di natura economica, giuridica o addirittura filosofica.
E su l’Opinione del 14/5/2015, il prof. Massimo Negrotti, osservando lo stato della politica italiana, ha titolato un articolo a dir poco allucinante: “Se la democrazia divora se stessa”. Come dire, che quando la politica è alla sua massima produttività di corruzione e sfascio (vedi Prima Repubblica DC-PS consociata PCI) la sua democraticità è inossidabile e incontestabile. Invece diventa sfacciatamente antidemocratica (vedi Seconda Repubblica) con Renzi che tenta timidamente di mettere ordine a sette decenni di caos, ma non può che fallire alla grande.
E con queste inequivocabili parole il prof Negrotti giustifica il titolo così impegnativo: “A contrastare o controllare l’azione della maggioranza parlamentare, e del Governo, sono rimasti solo pezzi di opposizione ma non “una” opposizione. Il Pd assomiglia, dunque, a una grossa gallina con tanti pulcini attorno, alcuni buoni e consenzienti e altri permalosi e punzecchianti, ma nulla di più.”  Come dire: ci siamo fumati il governo del popolo, che esiste solo se maggioranza e opposizione coesistono, si bilanciano, si alternano, e pazienza se si impediscono reciprocamente qualunque forma di governo onesto e intelligente come hanno fatto nella Prima Repubblica e proseguono nella Seconda.
Allora forse dovremmo iniziare a temere la democrazia come una specie di barcone scassato ammazza immigrati; posto che non lascia agli elettori la libertà di muoversi in massa a destra o a sinistra generando il consenso necessario per buttare a mare gli scafisti della politica cattiva.
Per non rischiare il capovolgimento della barca, in “democrazia che divora se stessa”, devono rimanere immobili, devono turarsi il naso, votare e morire DC come si diceva una volta, devono rassegnarsi a convivere con tracce di benefattori e valanghe di malfattori, a destra e a sinistra come nella Prima Repubblica.
E augurandosi che i Di Pietro della magistratura, non facciano danni privandoli dei malfattori, per non scatenare quel finimondo che dura ormai da un ventennio, e culminato nella forma patologica di “democrazia che divora se stessa”.

Perché se il meglio, del meglio, del meglio, della scienza politica democratica è tutto qua; io, a naso, temo che prima della politica di Renzi, andrebbe messa in discussione l’intera ingegneria filosofica (da cui ha origine qualunque politica fasulla), da Solone a Bobbio, e passando per Platone, Marx, Rousseau e compagni, e sempre che non sia già tardi anche per le parole, come da decenni, lo è per i fatti.

giovedì 7 maggio 2015

Chi ha staccato i vagoni dalla locomotiva


Chi ha staccato i vagoni dalla locomotiva
Cosa è cambiato realmente da l’uomo delle caverne a quello delle conquiste spaziali e comunicazioni globali, non è facile stabilirlo. Ma su una cosa possiamo scommettere: la cultura occidentale ha avuto il merito di sterminare la pubblicizzata razza dei “cimabue”, quelli che facevano una cosa ma ne sbagliavano due, e l’ha sostituita con quella dei tecnici, “progettisti e piloti di sistemi complessi”, così mostruosamente intelligenti, da indurre il grande Luigi Einaudi a questa rassegnata conclusione: “il mondo non è mosso, come da molti si crede, dagli interessi, ma dalle idee; e quelle che muovono e fanno agire gli uomini, non è certo siano sempre feconde, anzi non è piccola la probabilità che le idee generatrici di moto siano più facilmente quelle infantili e distruttive ma popolari che non quelle fornite di spirito di verità”.
Come dire che la cultura ha soppresso la rarissima razza naturale degli ignoranti, e l’ha sostituita con una di “tecnici”, tanto falsamente esperti in riforme della scuola, sanità, trasporti, lavoro, finanza, previdenza, ecc., da scatenare autentiche catastrofi socio-economiche, salvo poi scandalizzarsi perché la politica, continua a ricucire gli strappi, con toppe peggiori del buco.
E fra le “migliori idee dei geni della cultura”, c’è quella politico sindacale che ha sganciato il lavoro dal capitale, considerando il salario una “variabile indipendente dal mercato”, con la nobile intenzione di mettere al riparo i poveri lavoratori, da sfruttatori, affaristi, corruttori e strozzini.
E per oltre mezzo secolo questa idea ha funzionato “da dio” in tutte le democrazie occidentali che così si sono guadagnate il titolo di potenze mondiali, solidali, ricche, progredite, pacifiche, garantiste, ecc. ecc.
Poi s’è capito che rendere il lavoro e il relativo salario, indipendente dalla reale quantità di ricchezza che riesce a restituire al capitale, è una benedizione per i banchieri e una iattura per il lavoratori.
Perché staccare i vagoni (degli affamati di salario), dalla locomotiva (dei ladri di profitti) è come fermare i vagoni e accelerare la locomotiva. Ma ora che le sofferenze finanziarie e le recessioni e stagnazioni ammazza popoli e Stati si estendono per interi continenti, ci converrà sospettare che Einaudi possa aver centrato il problema dei problemi con largo anticipo, quando nessuno si sognava ancora di riconoscere al mondo del lavoro il sacrosanto diritto di fare danni miliardari, producendo meno di quanto incassa, e alla impresa, finanza e politica, il dovere di tappare le falle in maniera delinquenziale, con la corruzione, o col fondoschiena, come i marinai su una nave in affondamento.
L’idea infantile e distruttiva del salario come variabile indipendente, dopo mezzo secolo sembra aver esaurito la sua mostruosa forza d’inerzia. Il treno del lavoro carente, e della produttività calante, sembra un asino che ormai non si lascia smuovere nemmeno a bastonate.
Senza il peso dei vagoni salariali e imprenditoriali ormai in prefallimento o falliti; il locomotore finanziario viaggia che è una bellezza in giro per il mondo comprando debiti sovrani o interi Stati, (vedi Grecia), e macinando profitti usurai a spese dei contribuenti sempre più squattrinati.
Ad onor del vero va detto che senza sindacalismo il mondo del lavoro sarebbe ancora arretrato di un secolo o un millennio. I vantaggi acquisiti sono evidenti, ma c’è un piccolo inghippo. I banchieri arricchiscono sempre e comunque a spese dei lavoratori, dei disoccupati e persino dei barboni. E non c’è sindacato capace di infilare per un attimo le mani nelle tasche dei banchieri, che invece le tengono fisse nelle tasche dei lavoratori e dei falliti fino allo  sfondamento.
Se lavorando, un popolo produce ricchezza, non può che destinare una parte dei profitti alle banche che hanno finanziato. Ma se una grossa fetta di lavoratori resta improduttiva, i banchieri filantropi disposti a pagarne il mantenimento non li hanno ancora inventati.
Come dire, che il capitale è libero e indipendente dal lavoro, da sempre. Ma fare del lavoro una variabile altrettanto indipendente, è stata l’idea politico-sindacale che ha fatto muovere di più il mondo, ma verso l’abisso, come ogni idea infantile e distruttiva” che si rispetti.
Perciò, chi, con funzione di classe dirigente, in questo settantennio di presunta democrazia, ha contribuito a fare l’Italia e quegli italiani che il Primo Maggio scorso hanno devastato Milano, provi a rivolgersi questa domanda: se la democrazia ha la funzione di garantire prosperità, giustizia e pace a tutti i cittadini senza discriminazioni ed esclusioni; io, da politico, giudice, burocrate, sindacalista, giornalista, industriale, banchiere, ho contribuito a rendere cattivo chi oggi combatte l’Italia come una brutta matrigna, oppure o reso buono, chi con l’EXPO tenta di venderla come madre degna di contribuire alla soluzione della fame mondiale?
Certo, quale che sia la risposta che vi darete, ci vorrà almeno un secolo prima che la storia ci racconti il vero, su ragioni e torti di chi ha sporcato Milano, e di chi tenta ancora di venderla come Milano “da bere”.
Ma una cosa è chiara da subito: non vive con i piedi per terra chi ha pensato di far coincidere l’inaugurazione dell’Expo, con la festa del Primo Maggio, ormai ridotta a funerale dell’occupazione e della giustizia sociale italiana, per il numero incalcolabile di vittime del lavoro inesistente e della povertà galoppante (oltre il 50% di giovani disoccupati), per la generale negazione dei diritti essenziali, della giustizia a babbo morto, della rapacità fiscale e povertà fuori controllo.
No, non sapremo mai quanti italiani hanno gioito per il successo dei buoni e bravi all’Expo, e quanti hanno tifato per gli sporchi, brutti e cattivi che hanno rovinato l’immagine del Belpaese passando per Milano. Ma se mamma Italia continua a discriminare due diversissime razze di figli: “i potenti con licenza di stuprare economicamente il prossimo a norma di legge”, e “gli impotenti di pagarne gli effetti”, vuol dire che qua la giustizia e la pace sociale sono sicuramente al settimo decennio di gestazione, ma ipotizzarne il parto anche solo per fine millennio, è pura utopia.
Chi, sindacalista, economista, politico o giudice, ha pensato giusto e nobile proteggere le masse dei lavoratori fino a costringerli per legge ad essere sempre più irresponsabili, costosi e improduttivi per imprenditori e banchieri, si è sopravvalutato parecchio.
Perché ora che ha guastato il giocattolo dell’economia occidentale, zavorrando gli Stati di debiti per mantenere ladri e fannulloni, pubblici e privati, non è più in grado di governare, né la fame degli incolpevoli lavoratori, disoccupati, sottoccupati, "esodati" e pensionati, né la conseguente ferocia degli industriali e banchieri, che, (a differenza dei piccoli imprenditori suicidi, che levano il disturbo senza un lamento) non avendo voglia di annegare in una crisi economica mondiale, miliardi di volte più devastante di quella del 29, venderanno cara la pelle.

domenica 29 marzo 2015

La messa in moto dei "Media" in mano agli idioti

La messa in moto dei "Media" in mano agli idioti
Se da millenni, tutto ciò che è “umano”, non è più opera “naturale” del Creato, ma è culturalmente indotto e modellato, prima dalla formazione e poi dalla informazione, non pensate che sia più onesto che la cultura si assuma (al pari della politica e della giustizia) le sue responsabilità? 
Perché chiamare le variabili impazzite, “componente umana”, (vedi co-pilota dell'Airbus che ha fatto una strage per suicidarsi, e sempre che sia lui il vero responsabile), è un tentativo puerile di scaricare sul Padreterno la responsabilità dei cervelli bacati in produzione intensiva nel mondo della cultura, e talmente cresciuti di numero, che in Italia si è ormai costretti a riclassificare gli incidenti stradali mortali, come omicidi colposi o dolosi. 
Che io sappia il Padreterno non ha mai fatto nascere automobilisti muniti di licenza d’uccidere sotto forma di patente, né piloti di airbus stragisti. Allora, vogliamo smetterla di incriminare ossessivamente solo politici, giudici e burocrati per il mal funzionamento dei sistemi sociali? 
Perché chiedere politica e giustizia intelligente a chi governa, va benissimo se il mondo della cultura sta formando cervelli degni di questo nome, popoli intelligenti e onesti (governabili solo con politica intelligente e onesta), ma se ha una ricca e crescente produzione di “variabili impazzite”, di imponderabili “componenti umane”, che sfuggono a “regole, protocolli, abilitazioni e tecnologie”, come dice il bravo dott. Sallusti direttore de il Giornale, allora gli intellettuali provino a chiamare il tutto AVARIE CULTURALI e incomincino a fare autocritica che non guasta mai, perché di quelle AVARIE, la politica, la giustizia e la burocrazia sono vittime, pure quando sono carnefici.
Le uniche risorse umane imputabili al Padreterno sono quelle che alla laurea hanno preferito l’analfabetismo: la cultura e l’intelligenza naturale; e non mi risulta che oggi i peggiori guasti siano imputabili agli ignoranti, ma agli istruiti, ai laureati, ai dottori, ai professori, ai presidenti, ai cacasenno a casaccio.
Un "ignoto cretino" co-pilota di airbus (sempre che sia lui il responsabile) ha sterminato 149 persone per diventare "cretino noto". Voleva che il mondo dell’informazione mondiale si occupasse solo di lui (così dicono i media). Voleva fare carriera come pilota e magari entrare nei libri di storia come genio, ma potendo entrarci solo come matto assassino, in otto minuti, portando a termine una strage, ha programmato e messo in moto la stupida macchina dell’informazione mondiale, (sempre a caccia di mentecatti), che sta parlando e parlerà gratuitamente dell’idiota in questione, per mesi, anni e decenni, classificandolo matto, variabile impazzita, "componente umana" imponderabile.
Ma in quel soggetto, (magari avariato all'origine) il delirio di onnipotenza che lo ha spinto a suicidarsi in maniera così plateale, sterminando altri 149 innocenti, per attirare su di sé l'attenzione mondiale, non è naturale, è culturalmente indotto. Chi gli ha dato l'istruzione, il titolo di pilota e messo in mano quel "arma airbus", almeno in parte, sulla sua coscienza, il peso di quelle povere vittime dovrebbe incominciare a sentirselo.
A questo mondo gli idioti sono un danno costante perché molto ignoranti e poco produttivi; ma istruirgli l'unico neurone rincoglionito che posseggono, fino a farne delle bombe culturali rapaci, devastanti o assassine, a naso mi sembra poco intelligente. Ma fate voi!!!

lunedì 9 febbraio 2015

Attenti alle bombe "lemmiche"


Attenti alle “bombe lemmiche

Se le “bombe d’acqua” hanno una loro potenzialità devastativa che nessuno sottovaluta; i “nubifragi di parole senza senso” che via media si abbattono h24 sui poveri cervelli degli italiani non sono meno devastanti, perché impediscono a tutti noi, governanti e governati di vedere dove siamo e dove sarebbe giusto che andassimo; posto che la bellissima via del comunismo, crollata un quarto di secolo fa, ha abbandonato nella disperazione, senza lavoro e soldi  mezza umanità.
Ma la nebbia creata dalle "parole che piacciono", diceva un tale, ancora induce i popoli a credere nella bellissima utopia del comunismo, invece di cercare scampo nello Stato liberale, che è certamente pieno di malanni, ma sono tutti curabili. E ha la ruota di scorta essendo composto da due sistemi economici e due datori di lavoro: quello pubblico e quello privato.
Allora, ciò che rimane oscuro nei sistemi liberisti, è capire se la politica è capace di curare il sistema economico aiutando la competitività e produttività degli imprenditori, o solo tenendo in buona salute e funzionanti le istituzioni.
A sentire le teste d'uovo, “l’economia va tanto meglio, quanto meno i politici ci mettono le mani”. Significa che gli imprenditori hanno capacità terapeutiche autonome; e la politica può occuparsi del mercato solo indirettamente, liberando il datore di lavoro pubblico, cioè la pubblica amministrazione, lo Stato, da sprechi e furti, ladri e parassiti, corrotti e mafiosi che vi sguazzano dentro da secoli e per secoli a spese degli imprenditori e lavoratori privati onesti.
Che per essere competitivi, produttivi e contributivi, non hanno bisogno di denaro pubblico elargito dalla politica; posto che la politica promette alle imprese bisognose aiuti futuri per 10, ma parte a l’attacco tassando subito quelle stesse imprese in difficoltà per 100, fino a farle fallire.
E quando le imprese chiudono o falliscono a grappoli come adesso, migliaia ogni giorno, ingrassando l’esercito dei disoccupati, la politica si sente legittimata ad intervenire fingendo aiuti miracolosi e cucendo toppe peggiori del buco che sé stessa ha generato.
Invece la vera politica liberale, non è quella che mette a l’ingrasso l’economia privata quando (come ora) sembra anoressica; ma quella che mette a dieta lo Stato elefantiaco, spendaccione e ladrone, che la schiaccia, che succhia il sangue ai piccoli imprenditori rassegnandoli al suicidio.
Quindi, senza "le bombe lemmiche" sganciate dai media, che ci avvolgono in una nebbia di chiacchiere e ci impediscono di vedere, non avremmo difficoltà a capire che l'unica politica che aiuta l’economia privata in difficoltà, è quella che rende meno obeso lo Stato. Perché quella che tassa i piccoli imprenditori, per ingrassare le multinazionali e indurle a non fuggire, è politica idiota, posto che quelle incassano e scappano (vedi Fiat).
La ricchezza privata, che via tasse transita per lo Stato, ha l’effetto della medicina scaduta: più che a passare, aiuta i popoli a trapassare. Perciò, solo quella produttiva di valore aggiunto è degna di dirsi POLITICA. Ma quella con la "spending review" abortita al concepimento, la spesa, gli sprechi e i furti fuori controllo, sarà pure politica di nome, ma è rapina di fatto.

sabato 24 gennaio 2015

Agli Stati coi "Pantalone" sgarrati, ci pensa la BCE


Agli Stati coi “Pantalone” sgarrati, ci pensa la BCE.

Se alla prova dei fatti le mie idee presunte intelligenti si rivelano stupide, non posso che ridere di cuore della mia ignoranza. Ma oggi che il mio cervello ha partorito un modello innovativo di politica economica, attingendo alle ferree convinzioni di un matto, che garantiva che il cielo non sarebbe mai venuto giù perché appeso a quattro robuste catene, ho riso fino al mal di pancia, sentendo che ora pure la BCE compra debiti sovrani.
Trenta anni di studi da autodidatta, dopo il diploma, e quale soluzione vado ad inventarmi per gli Stati indebitati modello Italia? “Una politica finanziaria appesa a quattro robuste catene", e vado a spiegare il concetto. 
Nel mondo si sprecano gli Stati, che come immobili o monumenti pericolanti hanno bisogno di essere puntellati e risanati. Ma al pari dell’ingombrante impalcatura edile che tiene in piedi una casa cadente, ma ne rende difficile l’accesso e il risanamento; quella finanziaria che soccorre  gli Stati in pre-default, evita si la caduta, ma rende finto e impossibile il risanamento, perché scarica il costo in basso sulle imprese agonizzanti, che è come voler salvare uno che sta morendo dissanguato, facendogli un prelievo anziché una trasfusione.
Quindi, il costo finanziario per tenere in piedi uno Stato pieno di crepe, non può essere scaricato sui contribuenti, posto che l’ipertassazione ne ha limitato per decenni la produttività e il relativo gettito fiscale, generando di riflesso nello Stato un mostruoso indebitamento; e caricare ulteriormente le imprese di altro peso tributario, non può che trascinare al fallimento l’economia privata senza risanarne la pubblica.
Quindi un immobile si può circoscriverlo e ancorarlo a terra per restauro. Ma uno Stato va appeso al sistema bancario; come dire che il peso del suo risanamento va scaricato “su” alle banche, non “giù” alle imprese, perché queste sono già andate in tilt per sovraccarico tributario.
Il matto di cento anni fa, che aveva fatto divertire la generazione dei miei nonni, e mia madre che rideva a crepapelle raccontandocelo, ha trovato la giusta politica finanziaria di risanamento delle economie pubbliche senza arrischiare la tenuta di quelle private.
Un immobile da restaurare non si può appenderlo in cielo a quattro catene, ma se si potesse, il restauro sarebbe dieci volte più veloce, migliore ed economico. Invece lo Stato è liberissimo di scaricare il costo del suo risanamento in basso sul popolo bue, che già di suo non ha più una quattro soldi bucata, ma così realizza quel finto risanamento pluridecennale alla bancarotta che in Italia tutti conosciamo. Oppure può appendersi finanziariamente alle banche, (quattro o quaranta quattro mila) alleggerire l’economia privata da l’enorme peso fiscale che la paralizza, lasciarla libera di produrre, e poi tornare a tassarla con moderazione e gradualità, per scongiurare il default.
Esattamente ciò che ha deciso il Presidente Mario Draghi che ora vuole appendere alla BCE gli Stati indebitati, per evitare pericolose cadute.
E se scopiazzando uno scemo del paese, tutto andrà per il verso giusto; dovremo proprio ammettere, alla faccia di tutte le scienze economiche e politiche e relativi sacerdoti, che in 70 anni hanno portato l’Europa ad un passo dalla guerra civile, che due sono i soggetti che arrivano per primi alla Vera Verità: i bambini e i matti.
Comunque consoliamoci… meglio tardi che mai.

domenica 18 gennaio 2015

Hegel e la "coscienza della libertà"


Hegel e la “coscienza della libertà”

Ad uno scettico improvvisato e dilettante quale credo di esserlo, il Mondo si mostra ricco di tifosi e credenti, ma povero di eretici, ricco di illusi, ma povero di disincantati. Tant'è che alla lunga ho dovuto chiedermi; ma per curare le epidemie di fede cieca, che da millenni garantiscono un’ottima conservazione della guerra fra continenti, stati, popoli, razze e singoli, serve davvero sganciare la bomba atomica sui tifosi, oppure basta bucargli il pallone, dissacrarli l’oggetto del culto, che sia materiale come il pallone, il mercato, la politica o spirituale come la scienza, la filosofia o la religione?
E ho capito che non ci sono soluzioni miracolose: il “tifo” è la regola; mentre il “disincanto socratico” era e resterà sempre merce rara persino nel mondo della filosofia che lo rincorre.
Insomma la politica ha una gigantesca patata bollente da cavare dal fuoco: deve evitare che un popolo diventi vittima di sé stesso per carenza di autostima, oppure si trasformi in carnefice, per eccesso di fede cieca: vedi nazismo.
Nell’Europa cattolica, dopo due guerre mondiali e il tracollo dei valori di tutte le razze, la spia del serbatoio de l’autostima dei popoli e dei singoli si direbbe rosso lampeggiante da decenni, e forse questa è la ragione per cui rischiamo di finire sopraffatti dal mondo musulmano che in fatto di fede non sembra avere dubbi: più che prendere lezioni, preferisce impartirle.
Insomma, se c’è un travaso di tifosi a senso unico, non ci vuole Einstein per capire che stanno fuggendo dalla squadra perdente per rifugiarsi nella vincente. E in Europa, l’emorragia di fedeli, anche se non è a livello di esodo biblico, è uno stillicidio vecchio di decenni, e ancora nessuno ha voglia di domandarsi cosa hanno di sbagliato la nostra cultura, la nostra religione o la politica, da indurre un numero crescente di giovani a fuggire dal lusso e libertà Occidentale, verso le difficoltà e restrizioni musulmane col rischio di doversi pure immolare per difenderle?
Per millenni i popoli hanno rincorso inutilmente il miraggio dell’arricchimento culturale e finanziario come massima espressione di progresso, civiltà e libertà. Ma ora che l’Occidente sembra averlo afferrato per la coda, persino gli stessi beneficiari fuggono schifati ad abbracciare le restrizioni, le difficoltà e la schiavitù. Fuggono forse dalla cultura e religione, o anche dalla politica e dal mercato? Ma forse questa è domanda da miliardi di dollari senza risposta.
L'unica cosa di cui abbiamo una discreta certezza, è ch'è tipico degli umani desiderare l'esatto opposto di ciò che hanno. Il ricco sogna il pane ammuffito addentato voracemente dal povero, mentre il povero ha l'incubo della bistecca alla fiorentina fumante e succosa buttata alle immondizie perché al ricco è venuta a nausea.
Hegel ha provato a spiegare perché non è semplice distillare civiltà dall’ingiustizia sociale, con queste illuminanti parole: “la storia del mondo non è altro che il progresso della coscienza della libertà”
E l’arricchimento facile, la libertà incondizionata, l'appropriazione indebita, la corruzione, la disinformazione, (vedi Italia) inducono"sonno della ragione", che è purissimo progresso della coscienza della libertà”, ma a ritroso.


domenica 11 gennaio 2015

Ciò che non aiuta la pace sociale, la sabota.

Ciò che non aiuta la pace sociale, la sabota.
Dalla buona religione non si riesce ancora a ricavare una buona politica; né la buona politica è riuscita mai a selezionare per l’Umanità una religione produttiva e pacifica per tutti.
E se non rischiassi il torcicollo a guardare dietro, direi che in Italia, 2000 anni di cattolicesimo e 66 di democrazia non solo sono riusciti a peggiorare gli italiani ma anche a sfasciare l’Italia. E a voler essere obbiettivi, se in 33 anni di vita terrena il figlio di Dio non è riuscito a risolvere il problema della convivenza pacifica e produttiva degli umani, perché mai dovrebbero riuscirci oggi i sacerdoti della cultura, politica, giustizia, mercato e chiacchiere dell’informazione assortite?
No, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Ovunque si tenti di cercare la chiave dei problemi dell’Umanità si trova una serratura arrugginita, un buco nero. Alcuni credono nella cultura come fosse religione, altri nella politica, nella giustizia o nel mercato, ma se tutto serve eternamente alla guerra fra Continenti, Popoli, Stati, Famiglie e singoli individui: è solo un ammasso di ruggine spacciato per oro colato.
A questo mondo non esiste niente per cui valga la pena di accapigliarci: perché a fare “giusto” l’uomo non è solo la cultura, la religione e derivati, ma è anche il “posto”;  il territorio in cui si trova a vivere, che può convertire un “uomo giusto” in uno tanto sbagliato da diventare un pericolo pubblico, violando le leggi da anarchico, terrorista, corrotto, mafioso.
Allora la domanda che sorge spontanea è questa: siccome i popoli non cambiano la cultura e la religione con la stessa frequenza delle mutande, ma cambiano in maniera quasi ossessiva e quotidiana, politica, giustizia e mercato; allora non credete che ci si debba interrogare se il popolo italiano, per la formazione filosofico-teologica che riceve, è più giusto per essere governato da un tiranno in una dittatura, o per autogovernarsi democraticamente?
Posto che il popolo anarchico, terrorista e mafioso come è ora quello italiano, è perfetto per accoppare un dittatore già nell'utero materno e disfarsi pure della madre dittatura, (basta guardare l’uso che ne facciamo dei Premier democratici: vedi Berlusconi) ma è un autentico suicida se sceglie di autogovernarsi democraticamente, perché dimentica come un ubriacone che lui è insieme governato e governante, schiavizzato e schiavista, somaro e sovrano.
Quindi è liberissimo di pensare da matto nel chiuso del suo cervello, e sentirsi cattolico, laico, comunista, liberale, credersi Napoleone o Cleopatra, e fare il matto in casa sua senza risparmio; ma passando da pensatore ad attore, ha solo da rispettare le leggi dello Stato "senza se e senza ma". E non importa un accidente se e quanto le condivide, e non importa nemmeno se è un lavacessi o il Presidente della Corte Costituzionale, o della Repubblica, perché di fronte alla legge non ci sono cittadini disuguali.
E allora domandiamocelo, se in Italia il pluralismo culturale, religioso e informativo e il garantismo giudiziario servono a formare liberi pensatori, o eserciti di anarchici, terroristi e mafiosi sempre in rotta di collisione con lo Stato per impedire al Premier di governare, o per assaltare la diligenza derubando lo Stato, o per attentare alla Costituzione e alla democrazia scambiandola per dittatura, o per corrompere gli addetti a danno dei contribuenti. Perché i popoli o i cittadini alle quattro stagioni non li hanno ancora inventati: se sono giusti per difendersi da un dittatore matto e sanguinario, sono maledettamente sbagliati in democrazia, e possono vivere solo da suicidi e auto schiavizzarsi da somari, non sapendosi sovrani.
Non sapendo di essere nel contempo popolo e Stato; quello italiano ha assassinato i doveri e pretende che lo Stato diluvi diritti, (ma con i soldi di chi?) e da Stato vuole un popolo pantalone che accetti vagonate di doveri pagando a piè di lista tutte le ruberie pubbliche e le catastrofi da anarchismo, terrorismo, mafia e corruzione e chi più ne ha più ne metta.
Insomma io credo che l’Italia sia arrivata alla frutta come democrazia, certamente per una casta politica da pianto, ma anche perché il popolo è formato culturalmente per non essere più schiavizzabile, ma per schiavizzarsi da sé, pensando liberamente (e fin qui tutto bene, anzi benissimo) ma poi agendo anarchicamente alla faccia del legislatore che da 66 anni si illude, sfornando leggi erga omnes alla velocità e quantità di una industria di bottoni, di trasformare un popolo “dispettoso” in uno “rispettoso” della legge e della magistratura italiana.
Ma questi sono tutti conti senza l’oste culturale, che in Italia continua a formare individui tanto liberi di pensare ai ca..i propri, che non accettano più di farseli governare da un Premier e lo combattono come fosse un tiranno. Salvo che tale lo è, ma di panna montata. Ogni singolo cittadino è governato e governante, suddito e tiranno, e combattendo o sfruttando lo Stato, tiranneggia se stesso.
Quindi in Italia non avremmo la casta politica ridotta a calamità sociale, se non avessimo le caste intellettuali di matti: l’istruzione e l’informazione che sono anacronisticamente anti tiranniche: resistenti ad una tirannia inesistente. Non volendo vedere e accettare che in Italia non esiste più il problema del Premier come potenziale schiavista e tiranno.
Il vero rompicapo dei popoli liberamente pensanti e agenti alla faccia di leggi e giudici, non è il malgoverno di un tiranno da combattere, ma il nongoverno di un povero cristo di Premier abilitato a risanare tutto ma solo con la lingua: perché se governando macella il popolo bue è un premier da dio, ma se per sbaglio intacca i privilegi e il potere delle classi dirigenti capacissime di governarsi da sé, (mangiandosi l'Italia viva e morta), allora passa da dio a porco da macellare e convertire in mortadelle, zamponi e cotechini.

venerdì 2 gennaio 2015

Kant e il dovere della felicità


Kant e il dovere della felicità

In Italia le catastrofi sono dovute a l’eccessivo sbilanciamento fra diritti crescenti e doveri calanti. Ma guai a pensare che sia solo la crescita dei diritti, a generare il collasso dei doveri; c’è qualcosa di molto più complicato che nemmeno Immanuel Kant è riuscito ad infilare nel cervello degli umani con queste inequivocabili parole: “Assicurare la propria felicità è un dovere, diceva Kant; perché il fatto di non essere contenti del proprio stato potrebbe facilmente diventare una grande tentazione di mancare ai propri doveri”.
Ed è proprio questo il rompicapo italiano numero uno. Alla “grande tentazione di mancare ai propri doveri, che poi sono i diritti dei cittadini” ormai non riesce a sottrarsi più nessuno di quelli che bazzicano strapagati nelle stanze dei bottoni. Così l’intero popolo bue, sentendosi derubato di tutti o parte dei propri diritti, che di tasse gli costano un occhio, ritiene doveroso sdebitarsi a sua volta mancando ai propri doveri.
E se non ci credete, provate a chiedere a chi guadagna in un anno da 200 mila euro in su, se si sente giustamente retribuito, e vi risponderà che merita molto di più per ciò che fa e per quanto rende. E magari presiede un ente o una azienda in prefallimento, in paese fallito da un pezzo.
Allora il primo dovere di cui non dovremmo mai renderci inadempienti come suggerisce Kant, è di sentirci felici per ciò che abbiamo, perché chi vive a pane ed acqua e dorme in un cartone, ha mille buone ragioni per essere felicissimo di quel poco che ha, visto che è proprio quello a salvargli la vita.
Quindi noi italiani affondiamo irrimediabilmente nello sfascio, perché a l’elenco chilometrico di diritti che ci siamo accreditati grazie al demenziale e anarchico autogoverno democratico, rispondiamo con un altrettanto sterminato elenco di doveri mancati.
La mafia dei potenti falsi infelici produce e schiavizza infelici veri fino ad ucciderli. E in questo barbaro modo il tessuto sociale si è lentamente sfilacciato e lacerato fino alla guerra civile del tutti contro tutti. Adulti contro bambini; uomini contro donne e viceversa; pensionati contro lavoratori e viceversa; lavoratori contro imprenditori e viceversa; dipendenti pubblici contro utenti e contribuenti e viceversa; fornitori contro clienti e viceversa; italiani contro immigrati e viceversa; comunisti contro fascisti e viceversa; onesti contro disonesti e viceversa; atei contro cattolici e viceversa; giudici contro delinquenti, corrotti, mafiosi, politici e viceversa. E via elencando a l’infinito.
Ormai nessun italiano può dirsi esente di nemici da odiare. Ma ai falsi infelici, a quelli che scoppiano di salute finanziaria e continuano a rubare e depredare il prossimo anche dormendo, basterebbe poco per capire a quale livello di imbecillità mista a pazzia sono sprofondati.
Se i poveri, i barboni e i malati, che di buone ragioni per essere infelici ne hanno a vagonate, grazie a chi li priva anche del diritto essenziale alla vita, si fossero impegnati a ripagare i loro nemici con la stessa moneta dell’omicidio, della razza umana non ci sarebbe stata più traccia da svariati millenni.
Allora, gli infelici per ingordigia compulsiva, i falsi filantropi che danno palesemente con una mano, ma prendono occultamente con una collezione di pale meccaniche ruba soldi, si diano una calmata, nello “sport mondiale del fotti compagno”, perché il mondo sta correndo sparato verso l’autodistruzione, e ancora non si sa bene chi possa invertire la rotta.