domenica 4 maggio 2014

Ritorno alle origini


Ritorno alle origini

La condizione culturale, economica e morale, quasi disperata dell’Italia, mi ha indotto a riflettere su cosa possa inibire la civiltà e precipitare nella barbarie un popolo; e credo che l’errata distribuzione dei costi e dei ricavi, (come dire: l’ingiustizia sociale) alla lunga possa danneggiare un popolo fino alla totale distruzione.
L’Italia, madre e padre di tutte le ingiustizie, ha la guerra civile dietro l’angolo, perché la chiave della giustizia sociale comunista si è spezzata nella serratura da un quarto di secolo, e quella liberale è in progettazione da sette decenni.
E in attesa della futura giustizia intelligente, i conti dobbiamo farceli con quella comunista e liberale in guerra fra loro a tempo indeterminato, tanto da aver cancellato anche le impronte digitali del diritto al lavoro per i dipendenti, cancellando il diritto alla vita onesta per gli imprenditori.
Insomma siamo nella mer…
La scienza è ormai come una automobile forata e senza ruota di scorta. Si prende in carico un problema che necessita di una soluzione e ne restituisce mille perfettamente incancreniti. Filosofi, economisti e giornalisti giocano allo scarica barile: o si contestano reciprocamente le soluzioni ideologiche e perciò fasulle che sfornano a ciclo continuo, oppure ribaltano sulla politica la responsabilità dello sfascio, e questa si affretta a chiamare in correità, giudici, burocrati sindacalisti e professionisti, oppure vanno tutti sul sicuro incriminando di evasione fiscale i piccoli imprenditori a cui non sono rimasti più nemmeno gli occhi per piangere.
Insomma, siamo fortunati, abbiamo tutto ciò che serve per “ritornare alle origini”, retrocedendo nella barbarie, perché il comunismo ha tirato le cuoia, ma da noi governa; e il liberismo che sembrava un primatista mondiale, è ingessato come un salame da un miliardo di politiche di emergenza per tenercelo in piedi artificialmente.
Quindi, ciò che producono le imprese basta solo agli "umani di buon appetito": super imprenditori, banchieri e classe dirigente ladra, con la santa benedizione dei comunisti che si limitano a perequare da cani le briciole che cadono di bocca ai banchieri, e a strappare di tasse rapina persino le viscere ai mini imprenditori onesti fino a ridurli a barboni o peggio a suicidi. E quanto tutto questo possa dirsi Stato di diritto e giustizia sociale ve lo lascio immaginare.
Per l’equa distribuzione di costi e ricavi fra Stato e contribuenti forse ci toccherà aspettare il Padreterno, perché agli umani addetti ai lavori continua a sfuggire un particolare fondamentale. Per produrre ricchezza onesta a qualunque livello, si sopportano dei costi prevedibili, ma anche una marea di costi imprevedibili. E quando i secondi superano i primi, il profitto si trasforma in perdita.
Il giorno prima della vendemmia, il Padreterno che ti grandina il raccolto, ti scarica addosso un costo imprevedibile, e addio profitto. Naturalmente, il Padreterno, pur potendo scatenare l’inferno in terra, non è ancora riuscito a battere politici, giudici, burocrati, banchieri, sindacalisti e professionisti in fatto di grandinate devastanti; e ancora peggio, la classe dirigente in questione non si è ancora posto il problema di come ripartire i costi imprevisti fra le classi sociali, per evitare che chi produce sia indotto a licenziare, chiudere o delocalizzare, se puntualmente le perdite superano i profitti.
Il buon senso imporrebbe di scaricare i massimi costi imprevisti sulle due classi sociali che hanno le spalle larghe e robuste: quella numerosa dei lavoratori e pensionati e quella ricca delle multinazionali e dei banchieri. Ma è già blasfemo pensarlo; perché nel sistema Italia sono le piccole imprese (in costante rischio fallimento) e i relativi dipendenti precari a doversi fare carico di costi e danni esterni all’impresa: da mal funzionamento dello Stato, disonestà degli addetti, calamità naturali, recessioni e stagnazioni mondiali, guerre, mafia, e quanto altro.
Ma questa via è a scorrimento veloce verso la guerra civile. I danni e le perdite “eccezionali” subiti dagli imprenditori andrebbero “socializzati”, (al pari dei profitti) per proteggere dalla disoccupazione chi lavora, dal fallimento chi produce, e lo Stato, dalla perdita definitiva di tasse.
Ma se i dipendenti, i pensionati e i banchieri, (che hanno una rappresentanza politica così inossidabile da legittimarsi persino l’omicidio) alzano le barricate a protezione delle loro classi sociali, scaricano tutti i costi imprevisti ed eccezionali sui piccoli imprenditori, come fossero ebrei da sterminare, e inducono barbarie senza via d’uscita per due elementari ragioni: primo, perché si tratta di imprese povere che mai potranno sopportare quei costi; secondo, si tratta di una classe sociale che nel 2011 era di soli due milioni di addetti, su 41 milioni di contribuenti, e dopo l’oculata politica di Monti, Letta e prossima di Renzi, sarà all’estinzione.
Quando ero ragazzo raccontavano spesso la storiella di un tale che aveva un cavallo da tiro che da solo poteva trainarsi il mondo, ma il suo padrone, intelligente come una capra, (direbbe Sgarbi) lo usava per le passeggiate. Per i carichi pesanti legava l’asino davanti al carro e il cavallo dietro, e puntualmente ogni settimana, di super lavoro ammazzava un asino.
In Italia, la cultura, la politica e la giustizia sembrerebbero pensate in esclusiva da quel ammazza  asini. Se invece analizzassimo senza prosciutti sugli occhi il problema del lavoro autonomo, capiremmo che l’attività di piccolo imprenditore (peggio se onesto), una volta ricca, privilegiata e ambita, si è ridotta ad un calvario. Per l’alto rischio economico, (al pari dei lavori umilianti, sporchi o pesanti) si è resa appetibile (in mancanza d’altro) solo agli immigrati, mentre il numero degli addetti italiani è in caduta libera, da oltre un decennio.
Come dire che l’Italia  ha nei dipendenti, pensionati e banche, un ottimo cavallo da tiro per i grossi carichi tributari, ma al pari dello scemo del paese, continua a scaricare tutto sull’asino della piccola imprenditoria, che inizialmente tenta di tenersi a galla ricorrendo agli usurai, evadendo le tasse, e sperando che la politica rinsavisca, poi schiatta. E insieme a quel asino schiatta l’Italia.

lunedì 7 aprile 2014

L’uomo giusto al posto giusto


L’uomo giusto al posto giusto
Da quando ho sentito al telegiornale che hanno chiuso un bar per 7 euro di evasione fiscale, e sfrattato una famiglia per l'ammanco di 3 euro nel canone di locazione; una domanda continua a rimbalzarmi nel cervello con una risposta che non mi piace affatto.
Se l’uomo giusto al posto giusto può fare miracoli; perché l’Italia continua ad essere così carente di queste risorse di qualità, e a fare solo miracoli alla rovescia, con un popolo rassegnato al sud e secessionista al nord?
I nostri padri e nonni hanno versato fiumi di sangue per rifarci giusto il “posto” italico reso sbagliato dal nazifascismo. E noi figli e nipoti abbiamo impiegato ossessivamente 65 anni per farci, a colpi di diplomi, lauree e master, cittadini giusti per l’Italia giusta; ma ancora non azzecchiamo un italiano che valga un pelo di chi per secoli ha fatto del Belpaese il paradiso del mondo.
Ma quale accidenti di ingrediente è mancato alla nostra frittata culturale per nutrire i cittadini giusti per un Paese che giusto lo era già nel 1948? Manco uno: ne abbiamo da spreco. 
Io ho disprezzato cordialmente professori e giornalisti fino a settanta anni, considerandoli gli industriali di una fabbrica di idioti e farabutti, a pieno regime, ma ora temo di aver preso una cantonata. Di aver sofferto di miopia per settantanni senza accorgermi.
Il capolavoro di involuzione morale che interessa l’intero popolo italiano, salvo eccezioni, è imputabile solo alla politica, che in quanto democratica, mal si concilia con l’affermazione di leader responsabili.
E se tu ad un Einstein togli la responsabilità, ne fai a l’istante un cretino. E toglila a sei milioni di classe dirigente e ti ritrovi con sei milioni di individui culturalmente e giuridicamente impeccabili, ma moralmente sbagliati, indotti a comportarsi da idioti o criminali, rinnegando quella “diligenza del buon padre di famiglia”, (la "responsabilità”) che una volta era il faro morale e giuridico del popolo italiano.
Si cari italiani, chiudere un bar per 7 euro di evasione o gettare per strada una famiglia per l’ammanco nel canone di locazione di 3 euro per spese bancarie, sono enormità da scemo del Paese.
E pure questi fattacci ci arrivano quotidianamente a carrettate da funzionari, ispettori e giudici con un patrimonio culturale apprezzato ovunque nel mondo, ma da noi condannati a fare solo danni, per evitare di incorrere nel reato di omissione di atti di ufficio, (o qualcosa di peggio) opponendo resistenza morale alla legge che ti lascia libero si di pensare da intelligente, ma solo se ti affretti ad agire da idiota, chiudendo un bar e sfrattando una famiglia, per un ammanco stratosferico di 10 euro, in un Paese dove i lava cessi del Parlamento incassano stipendi da Presidente Obama. E su quello che rubano i politici meglio stendere un velo pietoso.
Aver attribuito alla burocrazia e giustizia italiana potere di vita o di morte nei confronti dei cittadini, ma averla privata di quel margine fisiologico di discrezionalità che le consenta di mettere "responsabilmente" riparo alle carenze o distorsioni della legge, ha reso idiota anche chi come individuo è nato genio.
Insomma, nel fu Belpaese, c’è libertà assoluta di furto: si può rubare impunemente privati e Stato; ma se un burocrate o giudice volesse tirar fuori tre euro per evitare lo sfratto a quella famiglia, deve andare prima dal legislatore a farsi fare la legge, o deve chiamare il Presidente del Consiglio come ha fatto Gerri Scotti volendo rinunziare alla pensione di Onorevole, o deve martellare per mesi l’opinione pubblica come ha fatto la squadra di Grillo, per riuscire a restituire allo Stato una parte dei compensi obbligatoriamente percepiti dagli Onorevoli M5S. Perché in Italia è severamente proibito rinunciare ad un diritto, rifiutando ciò che il Ministero delle Finanze dello Stato italiano alla bancarotta pretende di accreditarti.
Di tanto danno sono responsabili le industrie formative di cervelli, scuola e stampa, come io stupidamente pensavo prima; oppure, come penso ora è tutta colpa del legislatore, che avendo privato le classi dirigenti anche della minima discrezionalità di violare la legge quando questa collide ferocemente con la morale e con il buon senso, (come istigare gli imprenditori al suicidio per evasioni risibili, e persino, (roba da manicomio) per aver rifiutato dallo Stato l’IVA a credito) ne ha fatto una razza speciale di irresponsabili che hanno distrutto l’Italia, pur rimanendo singolarmente onesti e affidabili.
Qualcuno potrebbe obbiettare che dalla discrezionalità non si può distillare giustizia. Sacrosanto. Allora provi a distillarla dalla irresponsabilità di politici ladroni e burocrati e giudici seppelliti vivi sotto montagne di leggi, decreti e regolamenti, che li impediscono di tassarsi di dieci euro per risparmiare al barista la chiusura del bar e alla famiglia lo sfratto.
Prima o poi la vita ci obbliga a dimetterci dalla ricca e comoda carriera di struzzi e a ricostruirci quella faticosa (o come disse quel tale, "abominevole") di uomini, chiedendoci più spesso cosa noi possiamo dare allo Stato, come hanno fatto Scotti e Grillo e alcuni manager pubblici pronti al taglio dei loro compensi; e non cosa possiamo togliere o pretendere dallo Stato come la massa dei rapaci.
Quindi non basta una classe politica intelligente per rendere tale un popolo. Ma se scuola e stampa sono riuscite a formarlo a regola d’arte, (tanto è che i laureati italiani a l’estero sono super gettonati) un sistema legislativo idiota basta e avanza per deformarlo moralmente, scoraggiando e punendo il senso critico degli onesti e capaci, e premiando la stupidità e l’irresponsabilità. E a lavoro completato, col popolo che ruba lo Stato per difendersi dalla burocrazia rassegnata a rubare il popolo, per ingrassare la politica, solo il Padreterno può metterci riparo.

venerdì 4 aprile 2014

Processare le idee per assolvere gli uomini


Processare le idee per assolvere gli uomini

Credo che i più siano rassegnati a l’impossibilità di capire perché la bellissima filosofia egualitaria comunista ha generato tanto sfascio a livello mondiale; e ora, la altrettanto bella filosofia liberale sta paralizzando l’Occidente super civile e progredito. Ma se allarghiamo lo sguardo alle religioni, troviamo che i problemi delle teologie sono analoghi a quelli delle filosofie: singolarmente tutte le idee sembrano belle, ma diventano tutte devastanti quanto guerre atomiche, dovendo interagire con altre idee contrapposte.
Ecco perché, a venticinque anni dalla fine del comunismo e settanta dalle Fosse Ardeatine, in Italia siamo a l'anno zero quanto a giustizia sociale.
E se in Europa la politica fosse stata degna di questo nome, in tanto tempo, almeno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avrebbe dovuto diventare superata e inutile: invece è l’unica istituzione ad avere ancora senso, in un Continente dissennato, e per un Paese caricatura come l’Italia, dove minacce di secessione, omicidi, suicidi di imprenditori, femminicidi, falliti e disoccupati sono il piatto forte dell’informazione quotidiana, perché l’immobilismo politico (berlusconisti e antiberlusconisti) ha scimmiottato quello culturale: comunismo contro liberismo e viceversa.
E nemmeno in manicomio si sarebbe potuto pensare per gli italiani un sistema sociale dove chi ha il dovere di produrre ricchezza per tutti, (cioè gli imprenditori) è privato totalmente del diritto di spenderla; e chi ha il potere di rubarla o sperperarla (la classe dirigente pubblica) non ha alcun dovere né responsabilità verso chi l’ha prodotta, anzi ha il potere tirannico di ridurre gli imprenditori onesti al suicidio (quelli che non avendo rubato al pari della politica e burocrazia, non possono certo finanziarle pagando tasse rapina).
E se per questo si debbano condannare i politici, ma assolvere gli intellettuali: professori, professionisti, burocrati e giornalisti; allora io da eretico incallito preferisco dissociarmi e condannare la cultura prima e più della politica.
E non certo con l’intenzione idiota di svuotare le galere dai politici incapaci o rapaci e riempirle di intellettuali. Ma per processare a monte le idee filosofiche contrapposte, scatenando la guerra dei cervelli pensanti, e fermare quella fra popoli resi poi inermi o egoisti o secessionisti o guerrafondai per carenza di cultura razionale.
La guerra fra scuole di pensiero antagoniste lascia sul campo meno morti di due popoli che si combattono con le armi; ma guai a pensare che le “guerre di religione” siano a costo zero. Perché poi, le calamità politico-economiche che seguono, sono la conseguenza di una filosofia o teologia che ha avuto la forza di affermarsi, ma combattendo un’altra.
Io non sono un addetto ai lavori in campo culturale o politico; ma chi lo è, provi a chiedersi questo: oggi l’Italia è il paradiso degli immigrati in cerca di lavoro dipendente e l’inferno degli imprenditori che chiudono, falliscono, si suicidano o delocalizzano, (persino il Presidente di Confindustria Squinzi ha minacciato di emigrare): chi pensate che ha vinto la “guerra di religione” fra ideologie contrapposte nella buonanima del Belpaese: l’armata brancaleone dei berlusconisti o l’esercito sterminato di quelli che lavorano ad impiccare di tassi e tasse gli imprenditori, per poi ridere in faccia a chi li chiama comunisti?
Ma ridono per stupidità; perché  dopo venti anni di berlusconismo inconcludente ancora non si sono chiesti: ma se il 90% degli elettori italiani sono lavoratori dipendenti o pensionati, perché ai comunisti moralmente impeccabili, preferiscono quel “farabutto” di Berlusconi? Dipendenti e pensionati che lo votano sono forse idioti o farabutti? O non essendo tali hanno capito che Berlusconi è l’unico politico che “vuole ma non può”. Lo perseguitano per impedirgli di azzerare milioni di rendite di ciarlatani e parassiti destri e sinistri. Così i lavoratori si rassegnano al meno peggio, continuando a preferire il “Berlusconi carcerato”, ai “carcerieri comunisti”.
Sartre diceva: “quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire”: parole sante. Le asettiche “guerre di religione”, per l’acquisizione, lo sfruttamento e il controllo del sapere, avere e potere, hanno come effetto ultimo la sanguinosa “guerra fra poveri”.
E temo che chi voglia salvare banchieri e barboni, debba processare a monte le idee di qualunque razza , (soprattutto quelle “contro” e mai “per”) prima che diventino ingovernabili calamità come il comunismo, il fascismo o peggio il nazismo, capaci di rincretinire o ammattire interi popoli e per secoli, rendendo vittime gli stessi filosofi, economisti o politici che per cronica miopia le promuovono e difendono, fino a non sapere più come arginarne gli effetti.
Franco Luceri

giovedì 20 marzo 2014

Le pentole del Premier


Le pentole del Premir
Temo che l’informazione italiana, sia afflitta da una specie di peccato originale; quello di considerare i Palazzi del Potere, alla stregua di ruderi disabitati, facilmente occupabili da qualunque povero, sfrattato o clandestino alla ricerca di un riparo notturno.
Invece le istituzioni hanno la stessa accessibilità di Fort Knox. Si entra solo con calcio bene assestato dei potenti, e solo per servirli. Chi osasse accostarsi per altre ragioni o interessi personali, non troverebbe un alloggio di fortuna, ma la scarogna di un mitra puntato in faccia.
Allora pensare che un tizio arrivi al governo o ad un ministero per le proprie capacità di piazzista venditore di pentole, come dicono del Presidente Renzi, è una semplificazione giornalistica idiota. Se sei là, ti hanno messo gli altri per curare i loro interessi, e non hanno alcuna difficoltà a spararti a calci se non lo fai. Che poi uno, maneggiando farina, non disdegni di sporcarsi, magari a sua insaputa, è un altro paio di maniche. Però i potenti veri ma occulti, sono e restano inamovibili e irresponsabili nei palazzi del sapere e dell'avere.
Per quel poco che ne capisco io, è falsissimo considerare Renzi l’accoltellatore di Letta. Quando Renzi disse: “Letta/stai/sereno”, di sicuro non sapeva che Letta stava per subire dai suoi sponsor la procedura di sfratto, e lui l’assegnazione di quell’alloggio.
Così Renzi si è ritrovato a Palazzo Chigi, padrone di una Ferrari se si mette al servizio della sua cordata di sponsor; o della bicicletta di Fantozzi senza sella, se non si lascia docilmente sfruttare dai potenti che hanno scommesso sul Renzi governatore.
Quindi non c’è niente di più idiota dell’interrogarsi ossessivamente di quanti e quali vantaggi personali trae nella nostra democrazia il potente-impotente Presidente del Consiglio.
Più intelligente sarebbe capire quali interessi corporativi è tenuto a proteggere e quali a sfruttare o combattere; e in che misura il Premier italiano potrà uscire incolume dagli assalti alla diligenza, posto che i più ne escono come una sagoma di tiro a segno, modello scolapasta.
Perché illudersi di sapere la politica che ci darà Renzi contando le auto blu che sta mettendo o che gli stanno mettendo a disposizione della moglie e della famiglia, è come credere di saper valutare scientificamente un mosaico gigantesco, dopo aver osservato un solo tassello. 
Quelli che preoccupano i giornalisti degni di questo nome, non sono i vantaggi personali di cui Renzi potrebbe fare incetta (il condizionale è d’obbligo); ma quanta biada dovrà garantire il suo governo al cavallo del potere su cui viaggia, (cioè ai suoi sponsor nazionali, europei e mondiali) per non finire disarcionato alla Letta maniera, o peggio, appeso alla Berlusconi ad un gancio di macelleria.

Per difenderci dagli eventuali abusi di potere che potremmo subire dai nostri Premier, ancora sconfiniamo nel ridicolo, inviando in pellegrinaggio alla strapotente maestra teutonica, gli scolaretti del nostro risibile potere politico, che il nullaosta sindacale, finanziario, burocratico e giudiziario, per essere potenti italiani veri, quanto la Angela Dorothea Merkel, non lo avranno mai.

domenica 16 marzo 2014

Salvate il maggiordomo Renzi


Salvate il maggiordomo Renzi

Come abbia fatto la stampa a convincere gli italiani che i cambiamenti politici migliorativi passano tutti dal Premier; cioè da l’unico italiano che non ha il potere di soffiarsi autonomamente nemmeno il suo naso, senza il consenso del Parlamento: cercatevi un esperto che ve lo spieghi perché io non lo so.
A naso, (il mio), credo che i linguisti giuridici abbiano commesso un genocidio di governanti italiani, definendo “POTERE”, il “DOVERE” di qualunque Premier di prendere ordini dal “POTERE LEGISLATIVO” ed eseguirli. 
Perciò, se la cantonata non la sto prendendo io, temo sia stato improprio definire quello “ESECUTIVO”, un “POTERE”, perché ancora oggi ci induce a considerare il Premier come il potente dei potenti, come l’unico promotore di cambiamenti intelligenti; salvo poi scandalizzarci che sono sempre e solo conservativi: gattopardiani, e scorticarlo vivo di critiche al vetriolo e perseguitarlo e distruggerlo se non si affretta a levare il disturbo.
Ecco perché quel illuso di Berlusconi, uscì da Palazzo Chigi nel suo primo giorno da Premier, meravigliato che in garage non c’era la Ferrari, non c’era il carretto, non c’era il volante, ma solo la bicicletta di Fantozzi “alla bersagliera”, senza sella.
Di fatto il potere vero in democrazia lo ha il Parlamento che può fare le leggi, la Magistratura libera di interpretarle, la Corte Costituzionale che può rottamarle, i centri di potere culturale: università, redazioni e professioni, che riforniscono il Parlamento di “cervelli” (si fa per dire) e i centri di potere finanziario che si occupano di sfruttamento intensivo di popoli e Stati, comprando montagne di debito pubblico a strozzo.
E aspettarsi bel tempo politico da uno che è corso a Palazzo Chigi per saltare sulla bicicletta di Fantozzi, con l’interessata benedizione di Berlusconi, felice di affidargliela; è come credere nel volo degli asini o che il cielo è appeso a quattro catene.
Voi trovatemi un ex Premier italiano che non sia entrato papa e uscito prete spretato, da Palazzo Chigi, e qualcuno anche a rischio galera. Perché un Premier italiano col potere autonomo, (anche senza il consenso del Parlamento) di salvare popolo e Stato, stravolgendo la politica “gattopardiana” non l’hanno ancora inventato.
Quindi non vi resta che rassegnarvi a questa mia eresia, che considera illogico definire “POTERE” quello “ESECUTIVO”: cioè “IL DOVERE DI PRENDERE ED ESEGUIRE ORDINI SUPERIORI, IMPONENDOLI DA MAGGIORDOMO AI SOTTOPOSTI, ALLA SERVITU': AL POPOLO SOMARO”.
Insomma, io temo che in Italia il Presidente del Consiglio andrebbe considerato a tutti gli effetti il “MAGGIORDOMO NAZIONALE”. 
Gli ordini che il Premier da ai cittadini, sono ordini ricevuti, (e quindi subiti) dal potere culturale e finanziario, sindacale, legislativo, giudiziario e in Europa anche da UE e BCE.
Certo il sistema tirannico Italia, ha impiegato un po’ a cambiare i maggiordomi: Andreotti, Craxi e Berlusconi, ma dopo Monti e Letta, Renzi se lo farà in un boccone; se gli arruffapopoli della stampa continueranno a sparare a pallettoni, per forza d'inerzia, sul povero Renzi, scambiando la democrazia per un giallo di Agatha Christie, dove il presunto assassino è sempre il maggiordomo.
E pure, col Berlusconi Premier, (ex dio del mercato) anche lo scemo del paese avrebbe dovuto capire, che in quel ruolo si diventa tutti agnelli sacrificali di ben altri “POTERI FORTI, OCCULTI, MAFIOSI E MONDIALI”, liberissimi di usarti o spararti a calci come hanno fatto col Silvio nazionale.
Perciò, criticando, ostacolando e combattendo l’inquilino di Palazzo Chigi, crediamo di liberarci dei padroni disonesti o incapaci che ci sfruttano e affliggono da decenni, invece ci liberiamo del loro illuso maggiordomo; mentre i veri padroni occulti, sbellicati dalle risate per la nostra stupidità, a nostre spese, metteranno in cottura un altro premier nuovo di zecca: E NOI, ALLE DIPENDENZE DEL LORO FIDATO MAGGIORDOMO, CAPO DEI SERVI, MA SERVO DEI CAPI, RESTEREMO PER L’ETERNITA’ CORNUTI E MAZZIATI”.
Ora se vi capita a tiro qualche gran testone di intellettuale ossessionato nel criticare i Premier, i potenti-impotenti italiani, avendo scambiato la bicicletta di Fantozzi, per la lampada di Aladino, suggeritegli di correre a Palazzo Chigi a sfregarla personalmente, perché di sicuro Renzi si è già stufato, a giudicare dalle sue “ottimistiche” previsioni: “O CAMBIO L’ITALIA O CAMBIO MESTIERE”.


sabato 8 marzo 2014

La politica machiavellica


La politica machiavellica
Affermare che la democrazia è migliore della dittatura, riesce a qualunque cretino: proprio perché alla democrazia, come al confetto Falqui, “basta la parola”.
Ben altra cosa invece è capire che razza di fatti: di intelligenza e onestà politica servono per impedire che i popoli governati si democraticamente, ma da cani, come l’Italia, abbiano a rimpiangere la politica dei dittatori più sanguinari del pianeta, fino a Nerone e oltre.
Machiavelli ha tentato inutilmente di spiegare che è l’utilità del fine a giustificare l’uso del mezzo, anche quando sembra improprio o inutile. Ma da quel l’orecchio, la classe intellettuale italiana non ci ha mai sentito, e continua a contestare e a imporre alla politica l’uso di mezzi si legali, ma con finalità da manicomio che puntualmente generano caos e bancarotta.
Avremmo dovuto rassegnarci da un pezzo a l’idea che non l’hanno ancora inventata la politica democratica intelligente, onesta, alle quattro stagioni, buona per governare qualunque popolo: perché le singole scelte vanno adattate come un vestito confezionato su misura, alle risorse umane, finanziarie e ambientali disponibili. Non esiste un solo mezzo democratico che sia intrinsecamente buono, e che non debba essere giustificato e avallato da una finalità sostenibile.
Un politico che si cimenta nel governo di un popolo, semina “grana”, (cioè soldi) e ha esattamente gli stessi problemi del contadino che dopo seminato il grano, deve saper curare il suo orto come un medico il paziente, e deve proteggerlo scoraggiando gli animali che arriveranno in massa a ripulirselo, predisponendo una serie di spaventapasseri e tagliole che tengano lontani i volatili e i terrestri.
Quindi, soprattutto le democrazie che sono sistemi aperti, vanno falsificate a colpi di spaventapasseri e tagliole, quanto basta per evitare che l’assalto alla diligenza da parte delle lobby, dei furbi, dei corruttori e dei mafiosi, vanifichi qualunque semina politica e renda copioso il raccolto solo di ingiustizia sociale, debito, appropriazioni, corruzioni, sfascio, anarchia, mafia e terrorismo.
Ma sessantasei anni di miope ricerca di mezzi inequivocabilmente legali per governare l’Italia e gli italiani ci hanno portato ad un passo dal baratro. Nessuno si è mai posto il problema di agganciare la legalità dei mezzi ad una finalità intelligente, tanto quel fesso di Pantalone pagava sempre e tutto a piè di lista.
Si considera autonomo qualunque mezzo legale, e pazienza se poi la finalità per cui viene impiegato è da ospedale psichiatrico; come ritenere il salario una variabile indipendente dal mercato, e il fallimento delle imprese, perfettamente funzionale alla crescita dell’occupazione: si, ma di quella pubblica da default!!!
Insomma, rincorrendo i mezzi legali, a rimorchio di giudici che sono tenuti a combattere la politica fuorilegge, non quella da manicomio, come la lotta all’evasione perfetta per istigare al suicidio gli imprenditori onesti e mettere in fuga le multinazionali, abbiamo perduto per strada la finalità machiavellica del bene comune, e ci siamo fumati in un colpo solo, popolo e Stato.


mercoledì 26 febbraio 2014

La politica renziana è biclassista?


La politica renziana è biclassista?

Se non ricordo male, Norberto Bobbio diceva che la cultura e la politica, sono da millenni, proprio come ora, divise in “destra e sinistra”. E se questa dicotomia sia filosofica che politica ha una così certa longevità, vuol dire che destra e sinistra sono entrambe insostituibili.
Perciò oggi sarebbe un imbecille atto di presunzione pensare o peggio tentare di edificare qualcosa di solido a sinistra riducendo in macerie la destra e a destra, su o con le macerie della sinistra.
Il secolo scorso si è chiuso col fallimento del nazifascismo poi seguito dal fallimento del comunismo. Ma come era prevedibile, i popoli democratici, proprio perché liberi di governarsi, hanno reintrodotto dalla finestra le stesse ideologie cacciate dalla porta.
La sinistra comunista e la destra capitalista, fascista (e per ultimo nobilitata liberista), convivono ancora da cane e gatto a livello planetario, e speriamo non fino all'estinzione dell'umanità, posto che serve una speciale intelligenza filosofica e politica per rendere artificialmente convergenti e complementari gli interessi naturalmente divergenti e conflittuali di lavoratori e padroni.
Perciò è una criminale falsificazione voler convincere i popoli liberi che un sistema solo comunista è perfettamente funzionale per gli imprenditori sui quali viene poi scaricato il costo complessivo dello Stato; così come il sistema solo liberale è a misura per lavoratori dipendenti e per la marea crescente di individui incapaci o impossibilitati a produrre.
Corbellerie. Lo avranno capito anche gli idioti che il sistema troppo comunista è un inferno per imprenditori onesti; così come il troppo liberale lo è per i lavoratori onesti.
L’Italia ha una quantità spaventosa di poveri, disoccupati, sottoccupati, cassintegrati, invalidi e pensionati; ma quelli che si arrendono sono gli imprenditori con un carico di incombenze burocratiche e fiscali omicide, a dimostrazione che non basta definire liberale il sistema Italia per renderlo funzionale ai lavoratori autonomi, se poi sul groppone li si scarica (a colpi di tasse rapina) il peso economico dell’intero popolo, a prescindere che produca utile o danno alle imprese.
Allora è evidente che un popolo libero non può disfarsi del libero mercato altrimenti muore di fame in un sistema comunista. Ma non può disfarsi nemmeno della politica comunista che è garanzia di sopravvivenza per quella marea crescente di soggetti a cui non è stato insegnato, o non è insegnabile a produrre autonomamente. 
Quindi è chiaro che nelle democrazie la competizione fra imprenditori e lavoratori, ricchi e poveri, vecchi e giovani, uomini e donne, istruiti e ignoranti, indotta dalla guerra comunismo-liberismo non può che generare barbarie. E se cambiamo i nomi un miliardo di volte alla conflittuale dicotomia comunismo-liberismo, il risultato non cambia, perché gli interessi sinistri dei lavoratori e destri dei padroni resteranno tali finché ci sarà un lavoratore da sfruttare e un padrone sfruttatore, nella misura in cui lui poi è sfruttato dallo Stato.
Quindi chi lavora col lanciafiamme per spegnere l'incendio sociale, o è un farabutto o è matto da legare. E ha fatto benissimo Renzi a muoversi politicamente da eretico sdoganando Berlusconi. Perché “E’ LA COOPERAZIONE, NON LA COMPETIZIONE FRA CLASSI SOCIALI A GARANTIRE LA PACE E LA CIVILTA’”. Il resto è guerra civile camuffata da cultura e politica democratica.
Ed è semplice capire perché l’Umanità si è salvata per millenni col potere culturale, economico e politico concentrato nelle mani dei ricchi sfruttatori e non di rado anche assassini; mentre rischia di estinguersi ora che le legali conquiste sociali dei lavoratori hanno corroso il potere dei ricchi fino a farli fuggire come lepri alla vista del cacciatore (vedi Fiat).
Perché i ricchi non campano due giorni di seguito se non sfruttando al doppio ogni soggetto produttivo: usandolo da lavoratore e consumatore. Mentre i poveri e i pensionati campano da dio a spese dei ricchi fino ad estinguerne la razza e poi a spese dello Stato fino a portarlo al default.
Lo so; è allucinante che la salvezza dei popoli possa venirci solo dal crimine dei padroni e non dalla legalità dei lavoratori, ma è così. Il rapporto numerico lavoratori-padroni è pericolosamente sbilanciato (una volta lessi che eravamo 93 a 7 e ora sarà certo peggiorato). Sfruttando l’enorme massa dei lavoratori, si riesce a salvare gli imprenditori. Ma nessuna salvezza dei lavoratori (non abbastanza produttivi per la fame insaziabile del fisco) potrà scaturire dallo sfruttamento dei padroni, perché ai padroncini onesti non resta che il suicidio dove comandano politicamente i lavoratori e ai padrononi la fuga.
Possiamo quindi concludere che il comunismo è una bellissima utopia; ma senza libero mercato, i ricchi mangiano caviale russo e i poveri aria inquinata.
Perciò nei popoli liberi è impensabile che il potere sia lasciato nelle mani solo dei ricchi o solo dei poveri, solo dei padroni o solo dei lavoratori; e sarebbe igienico che entrambi seppellissero l’ascia di guerra per cercare una “politica biclassista” che faccia i ricchi meno rapaci e i poveri meno parassiti. Alla faccia dei sindacalisti, politici e giornalisti arruffapopoli, abituati ad appiccare incendi sociali e a lucrare carriere fingendo di spegnerli.
Ormai c'è poco da falsificare; le responsabilità dello sfascio sono chiare pure allo scemo del paese. La crescita del PIL in un sistema sociale, garantisce che il potere dei ricchi è in crescita; mentre il calo, (la recessione senza via d’uscita, l’esplosione di fallimenti e disoccupati, e la crescita incontenibile di debito pubblico), garantiscono che per i ricchi (i Silvio), che non sono scappati nottetempo in mutande, tira aria di ghigliottina comunista.
Ora non ditemi che ancora non mi sono spiegato perché l’Italia si è trasformata da Paese di lavoratori emigranti, in Paese di padroni delocalizzanti. Grazie all’istruzione di massa, il potere è scivolato forse irreversibilmente dai padroni ai lavoratori, che ora possono incassare e spendere ricchezza senza garantire profitto alle imprese o allo Stato e persino garantendo fallimenti a catena; e da burosauri possono istigare al suicidio gli imprenditori e indebitare lo Stato, in attesa del collasso. E tutto a norma di legge, tutelato e garantito da magistrati e giornalisti con prosciutti interi incollati sugli occhi.
Ieri era il crimine dei padroni la disgrazia dei popoli; ora è la legalità culturale, sindacale, giudiziaria, burocratica e politica dei lavoratori a mettere in fuga i padroni e spingere i sistemi sociali prima al default e poi alla guerra civile.
Lo Stato ha tutto il potere di decidere (attraverso il costo del lavoro e il fisco) quanti lavoratori tenere attivi e quanti lasciare a spasso o peggio distruttivi. Ma i soldi per mantenere inoperosi quei soggetti, e in aggiunta la classe dirigente parassita, corrotta e ladra, che finge di governarli, non si possono rapinare ai piccoli imprenditori onesti che non avendo le risorse per fuggire da l’Italia come i grossi, finiscono istigati al suicidio. Perché questo è un feroce crimine da Stato totalitario di cui dovranno vergognarsi l’Italia e l’intera Europa, se nemmeno l'attuale e coraggioso Premier Renzi riuscirà a porre riparo.

venerdì 31 gennaio 2014

La transpolitica italiana


La transpolitica italiana
In Italia i nostri politici soffrono di disturbi dell’identità di genere "politico": come dire, non sono né carne né pesce; visto che quelli che promettono comunismo aiutano le multinazionali, le banche e le assicurazioni ad arricchire e poi spostare la sede legale o i profitti nei “paradisi fiscali”; mentre chi promette liberismo, impicca di tassi a strozzo e tasse rapina la “risibile minoranza delle piccole imprese”, per garantirsi il consenso dei lavoratori e quindi il diritto di governare.
Cercando di capire se è meglio il comunismo del liberismo, l'Occidente ha sprecato 65 anni ed è ad un passo dal baratro; mentre l’Oriente è scappato un attimo a Casablanca da comunista squattrinato, ha cambiato "sesso", ed è tornato liberale: e ora la Cina è PRIMA POTENZA MONDIALE.
Come faccia in Italia un politico a promettere comunismo, lavoro e giustizia sociale, se da venti anni si scontra con la destra berlusconiana inossidabile alle persecuzioni giudiziarie; e come possa la destra promettere liberismo, in una Italia allagata culturalmente, mediaticamente e giuridicamente di comunismo fino al midollo, io non l’ho ancora capito.
Insomma, ci sentiamo assediati da troppi politici e troppa politica, ma è tutta “transpolitica”: come dire politica in crisi d’identità di genere politico.
Quella che si spaccia per comunista: è liberale alla bancarotta; e quella che si dice liberale: fa politica comunista per raccogliere il consenso della classe sociale maggioritaria, cioè i lavoratori; ma così facendo uccide le piccole imprese e mette in fuga le grosse: le “FIAT”.
Perciò noi italiani dovremmo deciderci se essere un Paese comunista, con uno Stato reso ricco e solido da un popolo sfruttato e schiavo; o liberale, con il popolo libero di rubare succhiandosi lo Stato come un ossobuco. Oppure creare un nuovo modello con i comunisti e i liberali che la smettano di spacciare entrambe le ideologie truffa come salvifiche religioni, e costruire insieme una "Casa Comune", dove il popolo non debba conquistarsi da terrorista o mafioso il diritto alla vita (in galera); né lo Stato finisca vittima degli assalti alla diligenza delle "consorterie mafiolegali", pubbliche o private a caccia di profitti e potere.
E per arrivare a questo ambizioso traguardo il popolo deve sapere che uno Stato ricco si costruisce solo con politica comunista che rende il popolo schiavo e povero; mentre la politica liberale porta allo svuotamento e alla bancarotta dello Stato, grazie alla libertà anarchica ed egoista di ogni singolo cittadino, di arricchire derubandolo.
Alla vera democrazia e alla vera giustizia sociale ci si arriva solo se la classe dirigente smette di rincretinirci con mezze verità comuniste e liberali fasulle: posto che in un Paese veramente democratico non si salva niente e nessuno se non salvando TUTTO e TUTTI: lavoratori, imprese, Stato, comunisti e liberisti.
Prima ce lo ficchiamo in testa meglio è: al mondo non ci sono più popoli abbastanza stupidi da lasciarsi violentare da una tirannia comunista schiavista; né da una tirannia liberale truffa, che ti consente di vivere o di arricchire, ma solo illecitamente, giusto per fare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.
Quindi, chi usa la democrazia italiana per inquinarla di comunismo sfruttatore e di liberismo truffa, prima o poi verrà chiamato a pagare il conto "salato".

domenica 26 gennaio 2014

Rottamare gli autisti politici o il catorcio Italia?


Rottamare gli autisti politici o il catorcio Italia?
Che della vecchia classe dirigente ci sia poco da salvare, è chiaro anche allo scemo del paese. E dopo Berlusconi, Renzi ha sfondato una porta aperta parlandoci di rottamazioni e ricambi generazionali della classe dirigente.
Però quello è solo lo spicchio insignificante dell’intero e vero problema. Ancora nessuno ha provato a domandarsi: ma del sistema Italia nel suo complesso, (depurato dagli addetti idioti e disonesti), cosa si può ancora ricavare? Quale istituzione, può iniziare subito a garantirci una decente funzionalità, se depurata dai vecchi marpioni del potere?
La scuola, la sanità, i trasporti, la previdenza, le amministrazioni periferiche, il lavoro privato, l’impresa, le tasse, le banche, le assicurazioni o la magistratura? Io dico, nessuna di queste. Siamo alla cancrena istituzionale al 1000%.
Chi pensasse che bastano pochi correttivi sul fronte della burocrazia sfaticata, politica ladra ed Equitalia rapace, si ricreda con urgenza e provi ad ascoltare questa storia.
Un giovane trova la sua prima occupazione a 600 euro mensili, ma a venti chilometri da casa. E' un avvenimento storico, in un Paese col 40% e passa di giovani disoccupati.
Gli amici ci mettono una piccola automobile gratis, ma deve farsi il passaggio di proprietà a suo nome e partono le prime 500 euro per un’auto che ne vale 50. Poi vanno in pellegrinaggio alla ricerca di una compagnia di assicurazione non esperta in salassi e partono altri 1100, poi ancora 150 di bollo, deve fare il collaudo e passa dal meccanico per una messa a punto da 200 euro, collaudo compreso, poi passa dal distributore e ci mette le prime 10 euro per andare a guadagnarne 20.
Per un catorcio ricevuto in regalo, ma che gli garantisce la mobilità e quindi la possibilità di lavorare e mantenersi ha speso già 2000 euro di amici e parenti finanziatori. Ne guadagnerà in un anno, al netto delle spese di benzina, 3600. Ma poi ci sono gomme, olio, riparazioni varie (qualche multa che è sempre gradita) e rischia di non riuscire nemmeno a mantenere l’auto (anzi il catorcio) con quello che prende di stipendio.
Per mangiare, vestirsi e vivere è possibile solo grazie alla famiglia, ma questo lusso lo Stato te lo consente solo se paghi le tasse. E con quali soldi un giovane si procura la casa, si sposa, fa figli e paga tasse per mantenere anche lo Stato?
Quindi la rottamazione della classe dirigente non cambia di una virgola le condizioni di quel 40% di giovani da cui dipende il futuro economico degli anziani. Se pure lavorassero tutti, non sarebbero in grado nemmeno di mantenere se stessi, manco se lo Stato azzerasse le tasse e gli 850 miliardi che gli servono se li procurasse svendendo l'Italia.
Allora dobbiamo guardare i problemi di casa nostra da un altro punto di vista. Forse il tempo della rottamazione degli autisti politici è passato. Cambiando autista, le prestazioni di un auto possono cambiare dalla notte al giorno. Ma un’auto prelevata dalla pressa dell'auto demolitore la puoi affidare ad una squadra di campioni mondiali di formula uno, ma non caveranno un ragno dal buco.
Quindi l’Italia aveva bisogno di autisti politici, burocratici e giudiziari degni di questo nome, 40 anni fa. Oggi ha solo bisogno di uno sfascia carrozze di fiducia. Visto che i farabutti non hanno difficoltà a difendersi dalle fastidiose punture delle zanzare giudiziarie; mentre i galantuomini devono subire immobili i salassi mortali dei vampiri finanziari e sorridere per non indispettirli.
Muovere un mattone a questo Paese, che non ha più un solo mattone né pubblico, né privato integro, è più complicato che riportare in vita Pompei e pompeiani a prima de l'eruzione del 79 d. C.


giovedì 23 gennaio 2014

La pentola sinistra “scuperchiata”


La pentola sinistra “scuperchiata”

Per un imprevisto “spunto pressorio”, alla pentola sinistra italiana è saltato il “Cuperlo”. Dopo due decenni ininterrotti di antiberlusconismo ossessivo, ottimo per fermare la politica altrui in assenza di una propria, Renzi e Berlusconi hanno messo fine alla guerra fredda, alla stagione dell’immobilismo, e ora a destra e sinistra inizieranno i mal di pancia.
L’Italia è da così tanto tempo istruita, informata e governata da anarchici, che è più facile ritrasformare in un foglio integro un mucchio di coriandoli; che in democrazia il popolo italiano che ha un senso dello Stato così deficitario, da accettare qualunque cambiamento, purché nell’orto altrui.
Insomma, dopo i “Fini”, i “Casini”, gli “Alfano”, i Bersani, alla pentola sinistra è saltato il “Cuperlo”. Perché ogni politico pretende, da buon individualista, di imporre agli altri la propria linea politica, o si dissocia, si dimette e si crea il partito personale, alimentando il caos in un sistema politico ormai da decenni senza più né capo né coda.
Tutti pretendono il ruolo di primi attori, presidenti e segretari di partito, per tracciare e asfaltare la propria strada politica, e non battere mai quella altrui per non passare da “comparse”.
Quindi, mettere insieme una maggioranza di consensi in Italia, per una linea politica che la minoranza sappia di dover accettare, come in ogni democrazia che si rispetti. è lavoro da padreterni.
Però Renzi e Berlusconi hanno fatto il miracolo di accordarsi, e ora bisogna vedere nei rispettivi partiti, quanti “benaltristi” lavoreranno per dimostrare scientificamente che la montagna ha partorito un topolino. Che si poteva fare diversamente, meglio e di più, perché gira gira, la nuova legge elettorale, se mai ci sarà, sarà figlia di un rapporto incestuoso liberalcomunista, una bastardina di razza suina: figlia di porcellum e tanto basta!!!

Perciò Cuperlo si è affrettato a mollare la poltrona di Presidente, perché la maggioranza del partito ha accettato la linea politica di Renzi. E ora vedremo quante coliche accuserà il fronte berlusconiano, e sapremo finalmente da quale direzione arriva la maledetta febbre anarchica che mina da troppi decenni, con una proliferazione patologica di partiti e politici inutili, la salute della incompiuta democrazia italiana.

sabato 11 gennaio 2014

Produrre o perequare: questo è il problema politico.


Produrre o perequare: questo è il problema politico.

Posto che nessun genio riuscirà mai ad inventare una politica definitiva e risolutiva di tutti i problemi, senza rischi o danni per i singoli, i popoli o gli Stati; è chiaro che la migliore classe politica non è quella che difende la bontà del sistema o pretende di perfezionarlo all'infinito, ma quella che si affretta come il gommista a riparare subito le forature per far ripartire la macchina.
E qua i problemi si fanno seri, perché a fingersi con le gomme bucate, sono sempre i ricchi, che invece andrebbero tassati con moderazione per soccorrere i poveri, per riparare le vere forature di chi, per un deficit culturale, finanziario, fisico o intellettivo, non ha potuto produrre ricchezza o ne ha subito un danno, e se abbandonato a sé stesso, o peggio perseguitato da fuorilegge, rischia di diventare un pericolo per sé o per l’intera collettività.
Ma in Italia la politica fallisce puntualmente l’obbiettivo da 65 anni, e persino il “messia” prof. Monti, più qualificato del presidente degli Stati Uniti, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi italiani con la bacchetta magica, ha finito di impoverire anche la classe media che è il polmone finanziario di ogni democrazia che si rispetti. E la ragione la sanno bene gli economisti, secondo i quali “l’economia va tanto meglio, quanto meno i politici ci mettono le mani”.
In realtà, il politico liberale che va in soccorso agli imprenditori o ai banchieri per aiutarli a produrre ricchezza, è meno qualificato di un contadino che corre in soccorso di un chirurgo in sala operatoria porgendogli la zappa come fosse bisturi. Se poi si tratta di un politico comunista che si spaccia per liberale, ma è un genio ne l’accoppare imprenditori, il danno non è scientificamente quantificabile.
In altri termini, la politica, per mettere le mani sui soldi e infarinarsi come mugnaia, finisce per occuparsi di produttività e trascura la perequazione, la GIUSTIZIA sociale, e il risultato italiano è già eloquente da sé.
Da questo e solo da questo deriva lo sfascio, la mortalità delle imprese e l’esplosione della povertà. Le multinazionali non accettano a farsi insegnare il mestiere d’imprenditore dai politici e nemmeno dagli economisti, che magari nella loro vita non hanno prodotto personalmente una quattro soldi bucata, e delocalizzano (vedi Fiat). E i piccoli imprenditori si rassegnano ad evadere, a chiudere, a fallire, a suicidarsi, in attesa che sia il sistema a collassare.
Insomma, diciamola chiara chiara, la politica che finge di sostenere la produttività di ricchezza, si impegna a risolvere il problema inesistente del fare soldi, di cui i ricchi sono maestri, ma lascia incancrenire il problema millenario della povertà, in attesa della guerra civile.
A questo punto voi mi direte, ma allora neghi che nel mondo ci sono i periodi di recessione che interrompono lo sviluppo e necessitano del sostegno politico? Certo, lo nego e lo rinego. Non ho prove scientifiche inconfutabili, (sarei il padreterno!) ma ho il sospetto che le recessioni siano finte, pilotate per far fallire le imprese e arricchire le banche. (Forse l’ultima autentica è stato il crollo della borsa del 29).
Quando una impresa porta i suoi libri contabili in Tribunale, per le banche inizia la festa, perché perdono la cartastraccia che hanno prestato, ma incamerano e mettono in vendita gli immobili delle imprese fallite che tengono ipotecati in garanzia e che valgono cento o mille volte di più.
Lo sviluppo è indotto dalle banche che prestano denaro alle imprese per farle fare profitti e pagare tassi e tasse. Ma anche le recessioni sono indotte dalle banche, che chiudendo il rubinetto del credito e facendo fallire le imprese, è come orientassero il vento dei profitti verso di loro: iniziano ad ingrassare svendendo i beni ipotecati in garanzia e comprando debito pubblico a tassi usurai.

C’è da dire però, in difesa dei politici, che a differenza di burocrati, giudici e pennivendoli, pagano salato i loro errori: vedi Craxi e Berlusconi. Insomma, i politici alla lunga truffano sé stessi oltre ai cittadini, se invece di tassare le grosse imprese nei periodi di sviluppo e le banche durante le recessioni pilotate, corrono ad aiutarle, tassando e affamando proprio i soggetti che dovrebbero aiutare: i lavoratori e i piccoli imprenditori squattrinati; predisponendo il tutto alla guerra civile.

lunedì 6 gennaio 2014

La storia di un blogger fatto in casa

La storia di un blogger fatto in casa

Se a settanta anni qualcuno mi avesse detto che avrei raccontato su Internet la mia storia di blogger, gli avrei riso in faccia, perché io sapevo per sentito dire che nel mondo esisteva Internet, ma non avevo la più pallida idea di come entrarci e muovermi in quel labirinto, finché un giorno mio nipote di 13 anni, mago del computer, sapendo che mi dilettavo a scrivere opinioni su diversi giornali, decise di intestarmi un blog su Google e a bruciapelo mi chiese come volessi chiamarlo. Io, tra l’incuriosito e il preoccupato, sparai: “il rebus della cultura”, che era il titolo di un articolo che mi accingevo a scrivere.
E partendo dal diploma di ragioniere mai usato, un lavoro autonomo di agente di commercio stroncato dal fisco nel 1987, la passione prima per la filosofia e poi per il giornalismo (da dilettante), sin dal 1985, politicamente vergine e ignorante come un somaro, nonché rigorosamente povero ma liberissimo, mi ritrovai a zampettare sul web, a scrivere e pubblicare sul mio blog e su altri che bontà loro ancora si mostrano interessati.
Dopo due anni e mezzo, e un paio di centinaia di post lasciati in giro per il solo gusto di comunicare, finalmente ho capito perché “la cultura è un rebus”. Stampa e televisione servono per diffondere l’idea che i popoli sono condizionati dai governi, e i governi nazionali sono mossi come burattini dalle lobby economiche mondiali che operano al pari di dittature, sfruttando e schiavizzando tutto e tutti.
E questa visione semplicistica, che ci fa immaginare il mondo come popolato da dittatori politici e finanziari occulti e potentissimi, capaci di pianificare e condizionare la vita di interi popoli e interi continenti, fino a rendere finta ogni libera forma di autogoverno democratico, è da manicomio.
Padreterno a parte, nessun umano è in grado di portarsi a rimorchio un popolo libero come fosse una mandria di pecore. Certo ci sono forme di condizionamento culturale, politico e giudiziario che addomesticano un popolo rendendo inoffensivi gli eretici, fino a quando chi governa sa inventarsi un modo per sfamare i più in un sistema economico produttivo.
Ma in mancanza di pane e lavoro, nemmeno i carri armati pieni zeppi di dittatori sanguinari e bombe atomiche pronte all'uso, riescono a tenere a bada un popolo arrabbiato perché affamato.
Allora l’idea che nel mondo ci siano solo tiranni politici o economici, come vengono definiti: (cito a memoria e scusate eventuali errori) la Bildemberg, la Trilateral, la BCE, il FMI e le banche mondiali che possono tutto il bene per loro e il male per i popoli, e di cui alcuni pennivendoli ci riempiono il cervello dentro e fuori Internet, è ad uso e consumo dei fessi.

Certo che al massimo livello economico e politico questi leoni della finanza ci sbranano per non sbranarsi fra loro; ma gli tocca finanziare migliaia di esperti in plagio culturale, per spacciarsi come “poteri forti” e impedire al formicaio umano, “ai molti fessi sfruttati e affamati da pochi furbi”, di prendere coscienza che trattasi di “furbi fessi”, cioè di tiranni di carta velina, che solo ubriacando i popoli di disinformazione riescono ad evitare l’esplosione della loro fame e rabbia, più ingovernabile e devastante dell’uragano assassino delle Filippine.

domenica 29 dicembre 2013

Il salvagente?


Il salvagente?
Il prof. Alberoni conclude il suo bellissimo articolo “L’Italia al tempo del pensiero distrutto”, su “il Giornale” del 23/12, con queste inequivocabili parole: “la scienza è semplificazione, il genio è semplificazione e la verità è semplice”. Allora l’Italia sta annegando nella complessità culturale a basso anzi bassissimo contenuto di verità. Come dire, nella menzogna.
Per nostra disgrazia, sulla Terra, l’intera Umanità, (mica solo l’Italia!)  vive nella stessa condizione di un gruppo di naufraghi aggrappato ad un pezzo di legno sbattuto da un mare in tempesta. Non ci resta che alleggerire il carico dalle cose inutili, costose o nocive, prima che i matti provino ad alleggerirlo dalle persone, come fecero nel secolo scorso i nazisti con quella loro genialata da manicomio chiamata “soluzione finale”.
Allora, va individuato il pezzo di legno che tiene a galla il popolo, e gli va riservata tutta la vernice protettiva possibile, cercando nella foresta delle istituzioni democratiche, i rami verdi da salvare. Domandandoci:
Ci salva lo Stato comunista che producendo ricchezza propria salvava tutti, ma nel mondo è già fallito 24 anni fa; o quello liberale modello Italia che scanna gli imprenditori rapinandoli di tasse (per aiutarli....) a produrre, ma che finisce ad un passo dal default sperperando e rubando da cani?
Ci salvano i lavoratori che una volta cercavano il lavoro duro perché redditizio, e ora grazie ai sindacati chiedono solo salario o pensione; o gli imprenditori che offrono molto lavoro e poco salario, per reggere a l’urto nazionale di usurai e esattori, e mondiale della competitività selvaggia?
Ci salvano i contadini che producono cose che ci riempiono lo stomaco; o gli intellettuali che ci svuotano il cervello fingendo di renderci capaci di analisi e sintesi intelligenti e risolutive dei problemi? Campa cavallo......!
Ci salva la classe dirigente sprecona o ladra, oppure la famiglia capace di autentici atti di eroismo per tenere in vita le persone uccidendo le cose: vendendo casa, auto, mobili, vestiti, e impegnando o vendendo pure gli anelli nuziali, i regali di compleanno, o di comunione e cresima dei figli?
Allora ci vuole poco per capire che oltre alla famiglia, i popoli naufraghi hanno un solo galleggiante a cui aggrapparsi: gli imprenditori. Unica razza di umani capaci di tenere in vita quel sistema complesso chiamato mercato, che genera valore aggiunto col contributo materiale e intellettivo dell’intera popolazione, dal feto al defunto compreso.
Quindi, dopo lo Stato comunista ormai fallito; l’ultimo asse di legno a cui può aggrapparsi l’umanità, è l’istituzione inclusiva del libero mercato; che dove non è governato da cani, produce utilità col contributo di tutti e per tutti. O li uccide in massa se impedito a produrre valore aggiunto onesto, da una burocrazia acefala, in uno Stato manicomio.

martedì 17 dicembre 2013

political nonsense


Quando la politica un senso non ce l’ha
Uno Stato comunista che rinuncia al monopolio della produttività di ricchezza, e si converte al liberismo, non dovrebbe avere potere legale di ostacolare la produttività privata o chiudere imprese; perché il valore di una impresa non dipende dal solo imprenditore, ma anche dalle banche che l’hanno finanziata, dagli operai che l’hanno resa produttiva, ma soprattutto dalla burocrazia e professioni che rendono o no il sistema economico competitivo e produttivo.
E poi con quale logica si punisce un imprenditore per i suoi illeciti, scaricando il danno su diecine, centinaia o migliaia di dipendenti che finiscono alla fame o manovalanza del crimine? Le imprese fuorilegge dovrebbero essere commissariate non chiuse.
Anche perché ostacolare o impedire la produttività delle imprese e dei lavoratori, è come lavorare alla distruzione del popolo e dello Stato: è roba da crimine contro l’Umanità, posto che senza soldi si muore.
Le leggi, così come concepite in Italia, sono quanto di più idiota ha pensato l’uomo, perché con esse il legislatore presume che ciò che lui ha pensato nel momento di legiferare, sia realizzabile dal popolo, alla lettera e senza variazioni, pure se la realtà oggettiva è stata sconvolta da una quantità spaventosa di variabili che hanno modificato popolo, territorio e sovranità.
Già, una volta, in condizioni normali, fra il dire e il fare di mezzo c’era il mare. Oggi, fra un progetto politico e la sua realizzazione c’è almeno l’oceano in tempesta, a giudicare non solo dall’alta mortalità delle imprese, ma dalle migliaia di opere pubbliche, curate da burocrazia e politica, rimaste incompiute, alla vigilia del collaudo o affidate ai guastatori liberi di demolirle o depredarle.
Quindi ci vorrebbe molta elasticità nelle imposizioni legislative, oppure si dovrebbe riconoscere al potere giudiziario un margine di discrezionalità nel distinguere le violazioni colpose, dolose o inevitabili quanto una legittima difesa.
Un sistema sociale innovativo e funzionante dovrebbe essere organizzato come una industria automobilistica: che alla progettazione, realizzazione e commercio delle auto, affianca dei centri di manutenzione e riparazione, dove l’opera dei meccanici è ancora più determinante di quella del progettista, perché sono chiamati ad assicurare la reale funzionalità del mezzo, sanando anche eventuali errori di progettazione.
Mentre, gli o-rrori del legislatore, non hanno sul territorio le officine e i meccanici che riparino guasti, avvitino bulloni, cambino pezzi, per evitare che il sistema socio economico finisca paralizzato da leggi che nessuno ha il potere di modificare, né cancellare. (Un esempio allucinante il Porcellum) Le leggi hanno il merito di rendere in teoria tutti i cittadini uguali. Ma siccome di fatto non si nasce e non si diventa mai uguali, allora i tribunali dovrebbero essere le officine meccaniche della legge, o per riparare quelle guaste, o per assicurare impunità a chi, in condizioni estreme di pericolo o di bisogno ha dovuto violarle.
Un sistema sociale vincolato ad un sistema legislativo poco elastico e censurato da una magistratura senza discrezionalità “legale”, è condannato a l’autodistruzione, perché solo il Padreterno è in grado di far seguire ad un progetto, una fedele realizzazione, anche in condizioni socio, politico, economiche, culturali e ambientali, tanto diversificate, da rendere impossibile la posa della prima pietra, o il completamento dell’opera.
Allora ci vorrebbe un potere centrale meno presuntuoso, che non arrivi a pensare che l’evasione delle tasse, nei momenti di drammatica recessione, vada perseguita fino a buttare per strada gli operai e istigare al suicidio l’imprenditore.
Il vero danno non lo crea chi sottrae denari allo Stato per mantenere operai, che licenziati e posti a carico dello Stato costerebbero mille volte di più alla collettività.
Il vero crimine lo commette la politica con leggi che obbligano gli imprenditori a fare profitti in Italia ed esportarli, oppure a creare una florida azienda in Italia sfruttando le capacità degli operai, e poi buttarli a mare e delocalizzarla, perché la politica è tanto idiota da non adeguare il costo dello Stato alle variazioni della produttività, anzi, più cala la competitività e la produttività, più lo Stato tassa le imprese per farle chiudere, fallire o scappare.
Quindi, ciò che manca nei sistemi sociali non sono i legislatori, i progettisti di leggi intelligenti, che per quanto possano esserlo non ci daranno mai leggi perfette. Ma i meccanici giudiziari che le adattino ai bisogni e aspettative del popolo.
Se in una zona povera si impongono le stesse tasse di una ricca, la povera si paralizza, le imprese chiudono e la gente ruba per mangiare. E poi far ripartire l’economia diventa un miraggio, vedi sud Italia.
Allora uno Stato che non è attrezzato ad adattare le leggi al popolo, dovrebbe avere il buon senso di tollerare l’evasione tributaria di un imprenditore che è utile nella sua zona, ma non riesce ad esserlo altrettanto per lo Stato, per colpa dello Stato. Perché in Italia gli evasori “onesti” (che oggi chiamano di necessità) sono gli eroi del terzo millennio, subiscono i rigori di leggi idiote, e burocrazie demenziali, per svolgere in condizioni di estrema difficoltà finanziaria, l’encomiabile compito di mantenere in vita dipendenti e sistema economico, evitando che collassi e non riparta mai più come adesso.
Fra qualche anno, (o mese) per evitare la guerra civile per l’esplosione della disoccupazione, lo Stato dovrà girare casa per casa e pregare in ginocchio gli imprenditori evasori di riaprire le imprese, di assumere lavoratori e di pagare tasse se, quando e quanto riusciranno a pagare.
Con le leggi attuali, e con la feroce lotta all’evasione, il sistema economico italiano è diventato rachitico, perché non si adeguano le tasse alla produttività di ricchezza che cresce nei periodi di sviluppo e crolla nelle recessioni.
Le tasse si impennano quando la produttività crolla e le imprese chiudono, perché il costo della macchina dello Stato è sempre crescente (di sprechi e ruberie) e nessuno si preoccupa di adeguarlo al PIL nazionale. La politica che con leggi idiote impoverisce il sistema economico, la società e lo Stato, non è politica sbagliata, è omicida: dove gli imprenditori vengono condannati al fallimento ed istigati al suicidio con persecuzioni tributarie naziste, non c’è niente che possa sfuggire al default.
Far mancare ad un popolo i soldi che servono per vivere, è come ucciderlo. Quindi nessuna istituzione pubblica dovrebbe arrogarsi il potere di ostacolare o chiudere una impresa, salvo che non sia scientificamente dimostrata la sua pericolosità sociale. Affamare un popolo, ostacolando, distruggendo o rubando ricchezza, dovrebbe essere considerato criminale al pari del genocidio e punito di conseguenza. 
Il diritto alla vita dei singoli e dei popoli non dovrebbe subire prevaricazioni da nessun potere, perché affamare un individuo impedendogli di essere produttivo col suo lavoro onesto, è come istigarlo a delinquere, e in galera dovrebbe andarci per intero la classe dirigente, che ha smesso da un pezzo di difendere i cittadini dallo Stato e difende lo Stato dai cittadini. (Di tutti gli imprenditori che si sono suicidati per persecuzione tributaria, nessun politico o burocrate è finito in galera) E questo è il risultato!!!
Come si possono punire gli illeciti di un imprenditore, (al 99% istigati da leggi balorde e burocrazie acefale) chiudendo l’impresa e gettando sul “rogo della disoccupazione” direbbe Don Milani, centinaia o migliaia di lavoratori? Questi sono crimini da dittatura, non da Stato di diritto. L’impresa ha nel l’imprenditore il responsabile legale, ma a produrre profitti è il servizio bancario e la professionalità dei lavoratori. Quindi l’impresa, che non è nociva per la collettività, non dovrebbe essere chiusa: si dovrebbe spostare la responsabilità legale da l’imprenditore ad un gruppo di lavoratori qualificato a risponderne, o in mancanza alla banca creditrice.

In un sistema socio-economico liberale, qualunque interferenza violenta dello Stato sulla singola impresa, tale da attentarne la produttività e mettere in forse la sopravvivenza dei lavoratori, il dovere fiscale dell’imprenditore, nonché i suoi bisogni e quelli della sua famiglia, è crimine comunista legalizzato.