sabato 24 gennaio 2015

Agli Stati coi "Pantalone" sgarrati, ci pensa la BCE


Agli Stati coi “Pantalone” sgarrati, ci pensa la BCE.

Se alla prova dei fatti le mie idee presunte intelligenti si rivelano stupide, non posso che ridere di cuore della mia ignoranza. Ma oggi che il mio cervello ha partorito un modello innovativo di politica economica, attingendo alle ferree convinzioni di un matto, che garantiva che il cielo non sarebbe mai venuto giù perché appeso a quattro robuste catene, ho riso fino al mal di pancia, sentendo che ora pure la BCE compra debiti sovrani.
Trenta anni di studi da autodidatta, dopo il diploma, e quale soluzione vado ad inventarmi per gli Stati indebitati modello Italia? “Una politica finanziaria appesa a quattro robuste catene", e vado a spiegare il concetto. 
Nel mondo si sprecano gli Stati, che come immobili o monumenti pericolanti hanno bisogno di essere puntellati e risanati. Ma al pari dell’ingombrante impalcatura edile che tiene in piedi una casa cadente, ma ne rende difficile l’accesso e il risanamento; quella finanziaria che soccorre  gli Stati in pre-default, evita si la caduta, ma rende finto e impossibile il risanamento, perché scarica il costo in basso sulle imprese agonizzanti, che è come voler salvare uno che sta morendo dissanguato, facendogli un prelievo anziché una trasfusione.
Quindi, il costo finanziario per tenere in piedi uno Stato pieno di crepe, non può essere scaricato sui contribuenti, posto che l’ipertassazione ne ha limitato per decenni la produttività e il relativo gettito fiscale, generando di riflesso nello Stato un mostruoso indebitamento; e caricare ulteriormente le imprese di altro peso tributario, non può che trascinare al fallimento l’economia privata senza risanarne la pubblica.
Quindi un immobile si può circoscriverlo e ancorarlo a terra per restauro. Ma uno Stato va appeso al sistema bancario; come dire che il peso del suo risanamento va scaricato “su” alle banche, non “giù” alle imprese, perché queste sono già andate in tilt per sovraccarico tributario.
Il matto di cento anni fa, che aveva fatto divertire la generazione dei miei nonni, e mia madre che rideva a crepapelle raccontandocelo, ha trovato la giusta politica finanziaria di risanamento delle economie pubbliche senza arrischiare la tenuta di quelle private.
Un immobile da restaurare non si può appenderlo in cielo a quattro catene, ma se si potesse, il restauro sarebbe dieci volte più veloce, migliore ed economico. Invece lo Stato è liberissimo di scaricare il costo del suo risanamento in basso sul popolo bue, che già di suo non ha più una quattro soldi bucata, ma così realizza quel finto risanamento pluridecennale alla bancarotta che in Italia tutti conosciamo. Oppure può appendersi finanziariamente alle banche, (quattro o quaranta quattro mila) alleggerire l’economia privata da l’enorme peso fiscale che la paralizza, lasciarla libera di produrre, e poi tornare a tassarla con moderazione e gradualità, per scongiurare il default.
Esattamente ciò che ha deciso il Presidente Mario Draghi che ora vuole appendere alla BCE gli Stati indebitati, per evitare pericolose cadute.
E se scopiazzando uno scemo del paese, tutto andrà per il verso giusto; dovremo proprio ammettere, alla faccia di tutte le scienze economiche e politiche e relativi sacerdoti, che in 70 anni hanno portato l’Europa ad un passo dalla guerra civile, che due sono i soggetti che arrivano per primi alla Vera Verità: i bambini e i matti.
Comunque consoliamoci… meglio tardi che mai.

domenica 18 gennaio 2015

Hegel e la "coscienza della libertà"


Hegel e la “coscienza della libertà”

Ad uno scettico improvvisato e dilettante quale credo di esserlo, il Mondo si mostra ricco di tifosi e credenti, ma povero di eretici, ricco di illusi, ma povero di disincantati. Tant'è che alla lunga ho dovuto chiedermi; ma per curare le epidemie di fede cieca, che da millenni garantiscono un’ottima conservazione della guerra fra continenti, stati, popoli, razze e singoli, serve davvero sganciare la bomba atomica sui tifosi, oppure basta bucargli il pallone, dissacrarli l’oggetto del culto, che sia materiale come il pallone, il mercato, la politica o spirituale come la scienza, la filosofia o la religione?
E ho capito che non ci sono soluzioni miracolose: il “tifo” è la regola; mentre il “disincanto socratico” era e resterà sempre merce rara persino nel mondo della filosofia che lo rincorre.
Insomma la politica ha una gigantesca patata bollente da cavare dal fuoco: deve evitare che un popolo diventi vittima di sé stesso per carenza di autostima, oppure si trasformi in carnefice, per eccesso di fede cieca: vedi nazismo.
Nell’Europa cattolica, dopo due guerre mondiali e il tracollo dei valori di tutte le razze, la spia del serbatoio de l’autostima dei popoli e dei singoli si direbbe rosso lampeggiante da decenni, e forse questa è la ragione per cui rischiamo di finire sopraffatti dal mondo musulmano che in fatto di fede non sembra avere dubbi: più che prendere lezioni, preferisce impartirle.
Insomma, se c’è un travaso di tifosi a senso unico, non ci vuole Einstein per capire che stanno fuggendo dalla squadra perdente per rifugiarsi nella vincente. E in Europa, l’emorragia di fedeli, anche se non è a livello di esodo biblico, è uno stillicidio vecchio di decenni, e ancora nessuno ha voglia di domandarsi cosa hanno di sbagliato la nostra cultura, la nostra religione o la politica, da indurre un numero crescente di giovani a fuggire dal lusso e libertà Occidentale, verso le difficoltà e restrizioni musulmane col rischio di doversi pure immolare per difenderle?
Per millenni i popoli hanno rincorso inutilmente il miraggio dell’arricchimento culturale e finanziario come massima espressione di progresso, civiltà e libertà. Ma ora che l’Occidente sembra averlo afferrato per la coda, persino gli stessi beneficiari fuggono schifati ad abbracciare le restrizioni, le difficoltà e la schiavitù. Fuggono forse dalla cultura e religione, o anche dalla politica e dal mercato? Ma forse questa è domanda da miliardi di dollari senza risposta.
L'unica cosa di cui abbiamo una discreta certezza, è ch'è tipico degli umani desiderare l'esatto opposto di ciò che hanno. Il ricco sogna il pane ammuffito addentato voracemente dal povero, mentre il povero ha l'incubo della bistecca alla fiorentina fumante e succosa buttata alle immondizie perché al ricco è venuta a nausea.
Hegel ha provato a spiegare perché non è semplice distillare civiltà dall’ingiustizia sociale, con queste illuminanti parole: “la storia del mondo non è altro che il progresso della coscienza della libertà”
E l’arricchimento facile, la libertà incondizionata, l'appropriazione indebita, la corruzione, la disinformazione, (vedi Italia) inducono"sonno della ragione", che è purissimo progresso della coscienza della libertà”, ma a ritroso.


domenica 11 gennaio 2015

Ciò che non aiuta la pace sociale, la sabota.

Ciò che non aiuta la pace sociale, la sabota.
Dalla buona religione non si riesce ancora a ricavare una buona politica; né la buona politica è riuscita mai a selezionare per l’Umanità una religione produttiva e pacifica per tutti.
E se non rischiassi il torcicollo a guardare dietro, direi che in Italia, 2000 anni di cattolicesimo e 66 di democrazia non solo sono riusciti a peggiorare gli italiani ma anche a sfasciare l’Italia. E a voler essere obbiettivi, se in 33 anni di vita terrena il figlio di Dio non è riuscito a risolvere il problema della convivenza pacifica e produttiva degli umani, perché mai dovrebbero riuscirci oggi i sacerdoti della cultura, politica, giustizia, mercato e chiacchiere dell’informazione assortite?
No, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Ovunque si tenti di cercare la chiave dei problemi dell’Umanità si trova una serratura arrugginita, un buco nero. Alcuni credono nella cultura come fosse religione, altri nella politica, nella giustizia o nel mercato, ma se tutto serve eternamente alla guerra fra Continenti, Popoli, Stati, Famiglie e singoli individui: è solo un ammasso di ruggine spacciato per oro colato.
A questo mondo non esiste niente per cui valga la pena di accapigliarci: perché a fare “giusto” l’uomo non è solo la cultura, la religione e derivati, ma è anche il “posto”;  il territorio in cui si trova a vivere, che può convertire un “uomo giusto” in uno tanto sbagliato da diventare un pericolo pubblico, violando le leggi da anarchico, terrorista, corrotto, mafioso.
Allora la domanda che sorge spontanea è questa: siccome i popoli non cambiano la cultura e la religione con la stessa frequenza delle mutande, ma cambiano in maniera quasi ossessiva e quotidiana, politica, giustizia e mercato; allora non credete che ci si debba interrogare se il popolo italiano, per la formazione filosofico-teologica che riceve, è più giusto per essere governato da un tiranno in una dittatura, o per autogovernarsi democraticamente?
Posto che il popolo anarchico, terrorista e mafioso come è ora quello italiano, è perfetto per accoppare un dittatore già nell'utero materno e disfarsi pure della madre dittatura, (basta guardare l’uso che ne facciamo dei Premier democratici: vedi Berlusconi) ma è un autentico suicida se sceglie di autogovernarsi democraticamente, perché dimentica come un ubriacone che lui è insieme governato e governante, schiavizzato e schiavista, somaro e sovrano.
Quindi è liberissimo di pensare da matto nel chiuso del suo cervello, e sentirsi cattolico, laico, comunista, liberale, credersi Napoleone o Cleopatra, e fare il matto in casa sua senza risparmio; ma passando da pensatore ad attore, ha solo da rispettare le leggi dello Stato "senza se e senza ma". E non importa un accidente se e quanto le condivide, e non importa nemmeno se è un lavacessi o il Presidente della Corte Costituzionale, o della Repubblica, perché di fronte alla legge non ci sono cittadini disuguali.
E allora domandiamocelo, se in Italia il pluralismo culturale, religioso e informativo e il garantismo giudiziario servono a formare liberi pensatori, o eserciti di anarchici, terroristi e mafiosi sempre in rotta di collisione con lo Stato per impedire al Premier di governare, o per assaltare la diligenza derubando lo Stato, o per attentare alla Costituzione e alla democrazia scambiandola per dittatura, o per corrompere gli addetti a danno dei contribuenti. Perché i popoli o i cittadini alle quattro stagioni non li hanno ancora inventati: se sono giusti per difendersi da un dittatore matto e sanguinario, sono maledettamente sbagliati in democrazia, e possono vivere solo da suicidi e auto schiavizzarsi da somari, non sapendosi sovrani.
Non sapendo di essere nel contempo popolo e Stato; quello italiano ha assassinato i doveri e pretende che lo Stato diluvi diritti, (ma con i soldi di chi?) e da Stato vuole un popolo pantalone che accetti vagonate di doveri pagando a piè di lista tutte le ruberie pubbliche e le catastrofi da anarchismo, terrorismo, mafia e corruzione e chi più ne ha più ne metta.
Insomma io credo che l’Italia sia arrivata alla frutta come democrazia, certamente per una casta politica da pianto, ma anche perché il popolo è formato culturalmente per non essere più schiavizzabile, ma per schiavizzarsi da sé, pensando liberamente (e fin qui tutto bene, anzi benissimo) ma poi agendo anarchicamente alla faccia del legislatore che da 66 anni si illude, sfornando leggi erga omnes alla velocità e quantità di una industria di bottoni, di trasformare un popolo “dispettoso” in uno “rispettoso” della legge e della magistratura italiana.
Ma questi sono tutti conti senza l’oste culturale, che in Italia continua a formare individui tanto liberi di pensare ai ca..i propri, che non accettano più di farseli governare da un Premier e lo combattono come fosse un tiranno. Salvo che tale lo è, ma di panna montata. Ogni singolo cittadino è governato e governante, suddito e tiranno, e combattendo o sfruttando lo Stato, tiranneggia se stesso.
Quindi in Italia non avremmo la casta politica ridotta a calamità sociale, se non avessimo le caste intellettuali di matti: l’istruzione e l’informazione che sono anacronisticamente anti tiranniche: resistenti ad una tirannia inesistente. Non volendo vedere e accettare che in Italia non esiste più il problema del Premier come potenziale schiavista e tiranno.
Il vero rompicapo dei popoli liberamente pensanti e agenti alla faccia di leggi e giudici, non è il malgoverno di un tiranno da combattere, ma il nongoverno di un povero cristo di Premier abilitato a risanare tutto ma solo con la lingua: perché se governando macella il popolo bue è un premier da dio, ma se per sbaglio intacca i privilegi e il potere delle classi dirigenti capacissime di governarsi da sé, (mangiandosi l'Italia viva e morta), allora passa da dio a porco da macellare e convertire in mortadelle, zamponi e cotechini.

venerdì 2 gennaio 2015

Kant e il dovere della felicità


Kant e il dovere della felicità

In Italia le catastrofi sono dovute a l’eccessivo sbilanciamento fra diritti crescenti e doveri calanti. Ma guai a pensare che sia solo la crescita dei diritti, a generare il collasso dei doveri; c’è qualcosa di molto più complicato che nemmeno Immanuel Kant è riuscito ad infilare nel cervello degli umani con queste inequivocabili parole: “Assicurare la propria felicità è un dovere, diceva Kant; perché il fatto di non essere contenti del proprio stato potrebbe facilmente diventare una grande tentazione di mancare ai propri doveri”.
Ed è proprio questo il rompicapo italiano numero uno. Alla “grande tentazione di mancare ai propri doveri, che poi sono i diritti dei cittadini” ormai non riesce a sottrarsi più nessuno di quelli che bazzicano strapagati nelle stanze dei bottoni. Così l’intero popolo bue, sentendosi derubato di tutti o parte dei propri diritti, che di tasse gli costano un occhio, ritiene doveroso sdebitarsi a sua volta mancando ai propri doveri.
E se non ci credete, provate a chiedere a chi guadagna in un anno da 200 mila euro in su, se si sente giustamente retribuito, e vi risponderà che merita molto di più per ciò che fa e per quanto rende. E magari presiede un ente o una azienda in prefallimento, in paese fallito da un pezzo.
Allora il primo dovere di cui non dovremmo mai renderci inadempienti come suggerisce Kant, è di sentirci felici per ciò che abbiamo, perché chi vive a pane ed acqua e dorme in un cartone, ha mille buone ragioni per essere felicissimo di quel poco che ha, visto che è proprio quello a salvargli la vita.
Quindi noi italiani affondiamo irrimediabilmente nello sfascio, perché a l’elenco chilometrico di diritti che ci siamo accreditati grazie al demenziale e anarchico autogoverno democratico, rispondiamo con un altrettanto sterminato elenco di doveri mancati.
La mafia dei potenti falsi infelici produce e schiavizza infelici veri fino ad ucciderli. E in questo barbaro modo il tessuto sociale si è lentamente sfilacciato e lacerato fino alla guerra civile del tutti contro tutti. Adulti contro bambini; uomini contro donne e viceversa; pensionati contro lavoratori e viceversa; lavoratori contro imprenditori e viceversa; dipendenti pubblici contro utenti e contribuenti e viceversa; fornitori contro clienti e viceversa; italiani contro immigrati e viceversa; comunisti contro fascisti e viceversa; onesti contro disonesti e viceversa; atei contro cattolici e viceversa; giudici contro delinquenti, corrotti, mafiosi, politici e viceversa. E via elencando a l’infinito.
Ormai nessun italiano può dirsi esente di nemici da odiare. Ma ai falsi infelici, a quelli che scoppiano di salute finanziaria e continuano a rubare e depredare il prossimo anche dormendo, basterebbe poco per capire a quale livello di imbecillità mista a pazzia sono sprofondati.
Se i poveri, i barboni e i malati, che di buone ragioni per essere infelici ne hanno a vagonate, grazie a chi li priva anche del diritto essenziale alla vita, si fossero impegnati a ripagare i loro nemici con la stessa moneta dell’omicidio, della razza umana non ci sarebbe stata più traccia da svariati millenni.
Allora, gli infelici per ingordigia compulsiva, i falsi filantropi che danno palesemente con una mano, ma prendono occultamente con una collezione di pale meccaniche ruba soldi, si diano una calmata, nello “sport mondiale del fotti compagno”, perché il mondo sta correndo sparato verso l’autodistruzione, e ancora non si sa bene chi possa invertire la rotta.

mercoledì 3 dicembre 2014

La politica è scienza bi-filosofica


Scultura litica antropomorfa bifronte. Raffigura un uomo seduto con due teste, e con sguardo in avanti. Rappresenta "Gennaio bifronte che si scalda al fuoco", e infatti ai suoi piedi sono raffigurate delle fiammelle. Questa scultura e' posta all'esterno della Cattedrale di Parma.


La politica è scienza bi-filosofica

Se avessi letto un titolo così, tre decenni fa, quando compravo solo giornali comunisti, o due decenni fa, quando ero già passato ai liberali, mi sarei affrettato a suggerire a l’autore, il nome, il telefono e l’indirizzo di uno strizza cervelli. Ma ora che quel titolo è opera mia, e per giunta con la scienza e la politica non ho rapporti di parentela: il dubbio, che lo "strizza" debba contattarlo io, "mi assilla". Ma fate voi!!!
Io ho solo tentato di guardare il mondo di oggi senza lenti colorate, o deformanti pregiudizi, volendo capire perché l’Oriente comunista, partito con un secolo di ritardo, rispetto a l’Occidente liberista, si sia immesso su l’autostrada del libero mercato, sgommando come una Ferrari da competizione, tanto da far mangiare “polvere” (leggi perdite e fallimenti) a l’Occidente cosiddetto “progredito?”.
E allora, per non essere tanto stupido da negare l’evidenza, piano piano mi sto rassegnando a l’idea che: se una filosofia non ha già impestato la società di problemi; quella opposta non saprà che farsene delle sue miracolose soluzioni.
Ed è così che uscendo dal comunismo fallimentare, Russia e Cina sono entrate nel liberismo da vincenti. Perciò, Europa e America,  paralizzate da mezzo secolo di politiche economiche fallimentari, sono nelle condizioni ideali per passare alle politiche sociali comuniste, che garantiscano per decenni, lavoro, uguaglianza e giustizia, di cui l’Italia ha perduto pure le impronte digitali.
E se tutto questo è vero, chiunque, nel mondo della cultura o della politica, tenta di spacciarvi come miracoloso il solo comunismo o il solo liberismo, io temo sia meglio ignorarlo.
La cultura o la politica che crea un problema, nemmeno ne l’arco di un millennio è in grado di fornire la soluzione. I problemi creati dal comunismo fallito non può che risolverli il liberismo produttivo; così come quelli del liberismo rapace non può che risolverli il comunismo solidale.
Chi in Italia, da sinistra o da destra, cerca di spacciarsi per salvatore, magnificando la bontà della  sua politica e denigrando quella altrui, come fanno un po’ tutti, Grillo in primis, è un commerciante di aria fritta.
Ecco perché Renzi potrebbe essere il primo spiraglio di luce. E’ l’unico antipolitico specializzato nella pesca a strascico della buona politica. Zigzaga dal Berlusconi al Grillo, dai rifondatori ai fascisti, sapendo bene che rientra ne l’ordine dei miracoli recuperare il controllo di un sistema impestato di corporazioni, sindacati e potentati ingovernabili.
Perciò caro Presidente Renzi, di chi si dice scandalizzato della sua politica di sinistra ma contaminata da destra, le conviene fregarsene: è un povero suicida come quel tale che s’ammazzò raccogliendo legna per riscaldarsi sotto la neve, ma poi preferì congelare anziché usare l'unico fiammifero asciutto che il suo nemico aveva osato porgergli.
E in Italia siamo messi culturalmente e politicamente proprio così da 66 anni e siamo ad un passo dalla guerra civile, perché è blasfemo anche solo sognarla una intelligente finalità comune lavoratori-padroni: peggio che accendere la legna di Bersani col fiammifero di Berlusconi.

Ma lei caro Presidente, sa bene come essere autonomo, difendendo sia i lavoratori, che gli "eroi dell’imprenditoria", da chi lucra potere e denaro istigandoli a pugnalarsi a vicenda, mandando in malora popolo e Stato.

sabato 22 novembre 2014

Un parafulmine chiamato Premier


Un parafulmine chiamato Premier

L’Italia sembrerebbe afflitta da miliardi di problemi, ma ne ha solo uno piccolo piccolo quanto un pianeta. Il mondo dell’informazione tenta inutilmente da 66 anni di darsi una risposta definitiva a questo rompicapo: l’Italia sta deperendo a vista d’occhio come un malato incurabile, per un eccesso di problemi, (vedi frane, allagamenti, terremoti, mafia, corruzione, spread, recessione, stagnazione, debito pubblico galattico, fallimenti e disoccupazione inarrestabile, ecc. ecc. ecc.) oppure per una carenza di cultura e quindi di politica?
Nella Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana, collocata in posizione centrale, tentò per mezzo secolo di convincere gli italiani che la destra e la sinistra politica non erano affidabili. Ma  “le uniche giuste condizioni” che seppe creare, oggi servono a spostare elettori, nei partiti contrapposti, antagonisti o letteralmente nemici giurati di destra e sinistra.
Le scelte di governo utili a succhiare consenso alle opposizioni non le hanno ancora inventate. Tutti credono di conoscere la formula magica per attrarre a sé gli elettori altrui, ma sanno solo consegnarli i propri.
Ci hanno provato i prof. Monti e Letta, ma hanno solo creato le condizioni per dover cedere il potere a Renzi, che a sua volta sta raccogliendo “consensi plebiscitari” da sindacati e imprese, quanto basta per spostare elettori  da sinistra all’estrema sinistra o all’estrema destra.
Quindi, se un governo comunista, serve solo a spostare elettori insoddisfatti o inferociti verso i partiti liberali o fascisti, che commossi ricambiano come ha fatto per venti anni Berlusconi che ha rottamato la destra per consolidare la sinistra; al pari di quella tirannica, la politica, eletta o nominata, o come vi pare, è sempre e comunque una truffa.
Pensiamo che la politica sia impossibile senza il sostegno della religione: ma anche quando lo ha, vedi Prima Repubblica, il risultato è sempre lo sfascio. O quando non ha il sostegno della scuola e della stampa; ma anche quando lo ha (vedi prof Monti) è truffa uguale.
E se invece è un “tiranno” (vedi Berlusconi) ha tentacoli nel mondo dell’informazione, mercato e finanza nazionale e mondiale, è amico di Putin, è amico di Bush, è amico di tutti i democratici e i tiranni del pianeta, “è un pericolo pubblico, una calamità naturale, un tiranno quanto Stalin moltiplicato Hitler ed elevato all’ennesima potenza” ma non è riuscito ad evitare di finire lui politicamente “cornuto e mazziato” e noi italiani al suicidio.
Insomma, diciamocela chiara chiara: al mondo non esiste un solo uomo di valore, che “salendo o scendendo” nell’agone politico, da Premier, non finisca da gigante del mondo della cultura, mercato, finanza o giustizia, (vedi Di Pietro) in ridicolo nano della politica.
Infatti, nella Prima Repubblica, i grandi industriali, a cominciare da Gianni Agnelli, hanno preferito tenersi in busta paga alcuni politici corrotti, per condizionare il governo, ma sono sempre rimasti a rispettosa distanza da Palazzo Chigi, sapendo bene che non vi è prestigio e autorevolezza personale, tanto evidenti, (vedi Monti e Berlusconi) che non possano essere oscurati, azzerati o sepolti vivi, dai supergalattici fallimenti di chi accetta la residenza a Palazzo Chigi, scambiando quel inferno per paradiso.
In quella “arroventata” dimora, il “supertiranno” Berlusconi non ha potuto nemmeno soffiarsi il naso, senza essere combattuto da “demonio d’Italia”. Mentre ora che non è più né Premier, né Sen, né Cav e per giunta è condannato: nell’irresponsabile ruolo di stampella di Renzi, sta governando l’Italia.
Così le colpe per i fallimenti politici vengono puntualmente addebitate al Premier in carica, mentre i successi se li incassano esentasse i soci esterni.
Accettare ingenuamente il ruolo di Premier italiano, è come assumere in nome e per conto del popolo la funzione di "antenna parafulmini", che ti espone da unico responsabile, ad ogni forma di devastante perturbazione: agli uragani mediatici; alle tempeste finanziarie; alle recessioni e stagnazioni senza fine, ai maremoti sindacali; e ai fulmini giudiziari.
A memoria d’uomo, l’unico colpevole per la pioggia inopportuna è sempre stato il governo ladro. Ma da qualche decennio l’esclusiva a fare da bersaglio fisso per tutto e tutti se l'è accaparrata il Premier, e non fa mica differenza s’è “ebetino” o “puttaniere” .
Un tale diceva: “quando saremo tutti colpevoli sarà la democrazia”. Non è escluso che una volta le cose andassero così!! Ma oggi in Italia, dopo Berlusconi, l’unico omni-colpevole, anche delle cacche di cane sui marciapiedi di Londra, Parigi, Berlino, ecc. è il Premier Renzi: forse perché non abbiamo ancora una vera democrazia? O perché dieci milioni di classe dirigente irresponsabile, ingovernabile e libera di farsi i ca..i propri, bastano e avanzano per ridurre qualunque democrazia, ad ingovernabile anarchia?
Dopo Monti e Letta, la disgrazia peggiore che possa capitare all’Italia, non è l’ennesimo governatore democratico parafulmini a cui siamo rassegnati da sempre; ma un altro “tiranno di panna montata modello berlusca”, che ci illuda promettendo sfracelli di burocrati, esattori, inquisitori e strozzini, ma lui ne esca sfracellato politicamente, e noi contribuenti onesti, in cassa da morto.

domenica 9 novembre 2014

Becchini di verità e spacciatori di menzogna


Becchini di verità e spacciatori di menzogna

Quello italiano è sicuramente un triste primato politico; ma sarà stato un lavoraccio totalizzare 66 anni di sfascio, tenendo sotto controllo milioni di becchini di verità e spacciatori di menzogna nel mondo dell’istruzione, informazione, burocrazia, professioni e finanza.
E pure, da quando il comunismo ha tirato le cuoia, (25 anni), non è difficile capire che in qualunque Stato, di qualunque razza, di qualunque colore, legale o criminale, fascista, nazista, mafioso o come diavolo lo si voglia inventare, fosse pure arcobaleno: “la politica ha due sole alternative”.
O aiuta con meno tasse e meno burocrazia le imprese private a produrre ricchezza anche per lo Stato; o i denari che servono per fingere di tenere in vita il sistema se li compra dai banchieri “filantropi” e aspetta il fallimento generale, banche comprese.
Ora pensate davvero che ci voglia un esercito di filosofi, economisti e politologi a congresso per capire che in un Paese col debito pubblico come quello italiano, c’è stata per 66 anni soltanto politica pro-sindacalizzati e strozzini, e accoppa imprenditori onesti?
Ed è per questa ragione che i lavoratori e i pensionati italiani hanno ancora lo strapotere sindacale di avventarsi contro la politica mandando affanculo persino il Premier, dopo averlo bombardato di uova marce, e trattato poliziotti e carabinieri come i bravi di Don Rodrigo al servizio dei cattivi. Mentre ai piccoli imprenditori onesti falcidiati dalla politica finanziaria e fiscale non rimane che la protesta silenziosa del suicidio, sapendo bene che in Italia, per chi vuole produrre ricchezza onesta, e ripeto onesta, e ancora onesta, non ci sono le condizioni né culturali, né giuridiche, né burocratiche, né giudiziarie per tentare di difendersi dagli strozzini finanziari e dagli esattori vampiri, né con un lamento, e manco con un rantolo.
Insomma, diciamocela chiara chiara, l’Italia ormai non ha più storia. Ma se l’UE dei banchieri, che per cronica improduttività sta mettendo a rischio persino l’economia mondiale, non si affretta a cambiare musica, inventandosi una politica nuova di zecca, per i piccoli imprenditori che sono gli unici davvero produttivi di ricchezza onesta e facili da tassare (visto che i grossi scappano nei paradisi fiscali dove possono ancora impestare il mondo di rifiuti e fare profitti esentasse; o nel generoso Lussemburgo di Jean Claude Juncker con tasse a l'1% riservate ai super padroni, sempre che non sia una bufala), qua saranno ca..i amari per tutti.

sabato 25 ottobre 2014

La "casta" degli impotenti


La casta degli impotenti

Non ho gli strumenti per dipanare questo rompicapo; ma credo che se l’idea democratica ha totalizzato svariati millenni di onorato servizio, è perché ha fornito ai popoli ottime occasioni per socializzare, produrre e vivere, anche se da qualche secolo sta fornendo in alternativa anche buone opportunità per delinquere.
E per tentare di risalire alle vere cause di questa involuzione, devastante per i popoli e per i singoli individui che vi oppongono resistenza morale, credo si debba partire da questa domanda: un potere che viene sindacato, ostacolato e condizionato, in modo che si possa esercitare soltanto sotto dettatura, può dirsi veramente potere reale?  Io, nella mia ignoranza, temo che no!!!
Sarebbe vero il potere dei professori, se i programmi, le promozioni e le bocciature le decidessero gli alunni? E se fossero gli indagati a legittimare il potere giudiziario, si arriverebbe mai ad una condanna? E se fossero gli imprenditori, a decidere a chi concedere o negare il credito, quello dei banchieri che potere sarebbe?
Quindi, un potere condizionato ossessivamente, non solo dopo l’esercizio, (quando è giusto promuoverlo o bocciarlo), ma prima, durante, di giorno, di notte e sempre, non può che essere finto: chiunque lo eserciti per governare un popolo, non può che sfasciare lo Stato.
Provate a chiedervi, quale categoria di cittadini italiani, dagli ignoranti ai professori, dai sindacalisti ai banchieri, dai burocrati ai giudici, ha mai preteso che la politica tassi il popolo per risanare lo Stato. Pretendiamo che la politica tassi lo Stato, (fosse pure strafallito) per mantenere i poveri, ma senza scippare un solo privilegio ai garantiti, a l’intera classe dirigente, ai sindacalisti, ai banchieri e alle multinazionali.
Ogni elettore che ha il potere di promuovere o bocciare quotidianamente la politica sui media e poi nelle cabine elettorali, non chiede ai politici in che modo lui può contribuire al funzionamento dello Stato, ma in che misura lo Stato deve farsi carico delle sue necessità primarie se è un dipendente sindacalizzato, o della sua incurabile fame di arricchimento e di potere se è un burocrate, un giudice, un banchiere, un industriale.
Quindi, quello che gli elettori italiani mettono in mano agli eletti non è più il potere di governare in nome e per conto del popolo, ma una truffa, “una sola”, detta in romanesco. L’unica richiesta che in massa si fa al Premier, è di allentare i cordoni della borsa pubblica sfondata a favore delle categorie sociali disagiate, ma senza alleggerire di un centesimo bucato le privilegiate. E questo la dice lunga su l’impossibilità di governare il popolo, senza sfasciare lo Stato, o rimandarne il risanamento ad un millennio da stabilirsi. 
Quando il condizionamento mediatico, giudiziario, sindacale, congiunto e quotidiano non era ancora ossessivo come adesso; un tale diceva che nelle cabine elettorali i popoli democratici non entrano per cedere in uso alla politica il proprio potere sovrano, ma per truffare se stessi, per ridurre i finti potenti della politica in impotenti veri, costringendoli a governare le singole classi sociali, i singoli territori, le singole realtà economiche, e persino singole famiglie e singoli “sporchissimi” interessi particolari, sfasciando lo Stato.
E se pure dobbiamo ammetterlo che non esiste alternativa alla democrazia; rischiamo poi di rimpiangere le dittature sanguinarie, perché da perfetti suicidi tendiamo a capovolgere le responsabilità dello sfascio auto prodotto, incolpando  la “casta” dei finti potenti politici, a cui le caste vere del sindacato, stampa, burocrazia e finanza, hanno quotidianamente consentito di rubare un pochino per sé, ma avendogli imposto di tenere a tempo pieno la cassaforte dello Stato spalancata, perché l’intera classe dirigente possa attingervi refurtiva, magari a norma di legge, (come i premiati di Genova per la migliore catastrofe) e a spese di quel fesso del popolo bue poi costretto a delinquere per non soccombere alla mungitura fiscale.

Insomma diciamocela chiara chiara, i sistemi democratici ormai offrono ai politici onesti più occasioni per delinquere che per governare, perché il flusso del potere reale arriva alla politica come un rubinetto gocciolante, strozzato da mille sbarramenti e occlusioni creati apposta per condizionare “la casta degli impotenti” e piegarla all’interesse dei mille potentati finanziari, burocratici, sindacali e mediatici, tutti esperti, anzi geni in fatto di macelleria sociale.

sabato 18 ottobre 2014

Comunismo e liberismo a confronto


Comunismo e liberismo a confronto
In Italia, qualche voce comunista fuori dal coro, incomincia ad ammettere, sia pure con ritardo di un quarto di secolo, che il comunismo è stato una “tragica illusione”; però a giudicare da come sta messo il cosiddetto Occidente progredito, c’è la possibilità che il nostro liberismo in salsa comunista evolva come un salto mortale dalla padella alla brace.
Perché è vero che la Russia è morta di comunismo, ma ha protetto per un secolo i lavoratori accoppando giuridicamente i padroni e garantendo a tutti, istruzione, lavoro, salute, famiglia, futuro; mentre nella UE, avendo scelto di usare i padroni da asini per farli produrre liberamente ricchezza e poi sfruttarli o ucciderli di sindacalismo selvaggio, burocrazia irresponsabile, ingovernabile e irriformabile a sentire Cottarelli, e tasse rapina, ormai politici e giudici fanno una fatica cane a proteggere persino se stessi e inventarsi un futuro per i loro figli e nipoti.
Lasciando banchieri e industriali liberi di interagire per produrre, è come li avessero spediti in guerra: posto che gli industriali puntano a liberarsi dalla costosa dipendenza bancaria producendo ricchezza propria; mentre i banchieri, in complicità con la politica o peggio la burocrazia, lavorano per ricreare le condizioni di disagio giuridico ed economico che tengano gli imprenditori legati al credito bancario come il cane alla catena.
E come è ovvio gli effetti negativi della guerra fra le due razze padrone, condannate a combattersi avendo finalità in conflitto, finiscono scaricati sui lavoratori, che prima dei trenta anni non trovano lavoro e prima dei cinquanta lo perdono. Senza contare l’ultima generazione di giovani che per metà rimarrà o precaria o peggio disoccupata a vita.
Nella UE non l’abbiamo e non l’avremo mai la più pallida idea di quanto sia costata ai lavoratori dell’ex mondo comunista la tragica illusione egualitaria del comunismo. Ma se loro vogliono un assaggio del nostro paradisiaco “comunismo liberista”, che vengano in Italia e toccheranno con mano le inesauribili opportunità occupazionali, i salari esplosivi, le imprese che non sanno come smaltire le montagne di profitti nei cassonetti delle immondizie, gli investitori stranieri che si accalcano alla frontiera carichi di soldi e ci tocca spararli per disperderli, mentre le banche che avrebbero bisogno di recessioni e stagnazioni pilotate per conservarsi la clientela bisognosa di finanziamenti, sono sempre a caccia di aiuti di Stato per non fallire a grappoli, o emigrare in Cina.
Sartre diceva, “quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire”. Bene, anzi male: nella UE siamo messi proprio così. Abbiamo svariati fronti di guerra. Le banche filocomuniste, mettono in difficoltà le imprese filoliberali. Così i Paesi ricchi possono sfruttare i popoli e gli Stati poveri con spread strozzino: vedi Grecia, Italia, Spagna ecc.

Soluzione: costringere le banche e le imprese a firmare l’armistizio; o nazionalizzare le banche, per evitare che le imprese e i loro incolpevoli dipendenti finiscano impiccati tre volte, di “burocraziatassi e tasse”.

sabato 4 ottobre 2014

Chi ha il potere di cambiare: la politica o la cultura?


Chi ha il potere di cambiare: la politica o la cultura?

Osservando che in democrazia la discontinuità politica, cioè l’alternanza di destra e sinistra al governo del Paese è impedita di fatto dalla continuità culturale e giuridica incancellabile come religione, ho incominciato a sospettare che forse Platone ci aveva visto giusto: il vero potere di cambiare lo Stato lo hanno solo i filosofi, unici in grado di cambiare i cervelli.
Se la politica che ha il potere di legiferare, e la giustizia di giudicare, devono farlo entrambe nel rispetto dell’Atto Costitutivo dello Stato che è unico; come può un popolo darsi una diversa politica e giustizia, se la Costituzione a cui devono ispirarsi leggi e sentenze è unica, sia per comunisti che per liberali?
Va da se, che a farla da padrona in un sistema sociale non è la politica e nemmeno la giustizia, ma la cultura dominante, che avendo implementato i cervelli dell’intero popolo lo induce, a colpi di informazione, leggi e sentenze, a difendere il comunismo e combattere il liberismo o viceversa.
In Italia, cultura, leggi e Costituzione sono sinonimo di comunismo. Quindi ogni offerta di diversa politica è una truffa, e una giustizia diversa, in senso liberale, sarebbe fuorilegge. Questa è la sola ragione per cui gli ex politici comunisti come Bertinotti scacciano apertamente il comunismo dalla porta, ma in massa vi rientra dalla finestra. In Italia nessuno vuole responsabilità liberale, tutti sparano a vista su chi tocca i privilegi dei privilegiati della classe dirigente “onesta” e persino la loro refurtiva. E l’art. 18 è quasi intoccabile quanto i fili dell’alta tensione.
Quindi in democrazia, spetta alla cultura l’arduo compito di cambiare la politica, non viceversa. Dove la cultura comunista prevale, non solo la politica comunista non schiatta, ma è in perfetta salute, anche se nel resto del mondo il comunismo è schiattato da un quarto di secolo, e i Bertinotti italiani vi hanno coraggiosamente posato la lapide e il mazzo di fiori. Schiatta la cultura e la politica liberale, che tutti, (liberisti compresi) vogliono di giorno ma combattono di notte.
Quindi, se la cultura e derivati, (cioè il sistema legislativo e la Costituzione), sono nati difettosi, inclinati a destra o a sinistra come una Torre di Pisa per favorire una classe sociale a danno dell’altra, sono assassini: portano il sistema alla bancarotta, perché consentono solo a parole l’alternanza delle classi sociali al potere e quindi la discontinuità fra comunismo e liberismo: ma se qualcuno osa correggere quella inclinazione, viene combattuto e bloccato come un pericolo pubblico, un avanzo di galera.
Allora possiamo concludere che nelle democrazie cultura e Costituzione, sono un baluardo insuperabile contro qualunque politica che osasse attentare alla conservazione del sistema, anche se questo è fallito e sta per venire giù come una ricotta malfatta.
Dopo la catastrofe del nazifascismo, la cultura e la Costituzione di molti paesi europei, Italia in primis, hanno giustamente corretto il loro baricentro destrorso inclinando a sinistra, e tale è rimasto. Così oggi la destra si arrampica sugli specchi per cercarsi il consenso criminalizzando in fila indiana sindacalisti, burocrati e giudici. I liberali non si rendono conto che gli unici soggetti legali in un sistema comunista non possono che essere i comunisti. Essendo libero il pensiero, tutti siamo liberi di pensare come diavolo ci pare, ma nel rispetto di una Costituzione comunista, si legifera e sentenzia solo in senso comunista.
Ecco perché in Italia l’intera classe dirigente spara ad alzo zero per uccidere anche eventuali spermatozoi di politica liberale. Vedi il super potente Berlusconi: voleva rivoltare l’Italia come un calzino, ma è finito rivoltato: era, è, e sarà culturalmente libero di sparare le proprie “cazzate” liberali ai quattro venti, ma giuridicamente era, è, e rimarrà ostaggio delle altrui politiche comuniste.
E il grande Luigi Einaudi aveva capito che “il mondo non è mosso, come da molti si crede, dagli interessi, ma dalle idee; e quelle che muovono e fanno agire gli uomini, non è certo siano sempre quelle feconde, anzi non è piccola la probabilità che le idee generatrici di moto siano più facilmente quelle infantili e distruttive ma popolari che non quelle fornite di spirito di verità”.
Parole sante. I nostri politici sembrano avere un potere smisurato di fare e disfare l’Italia a loro piacimento; ma lo hanno nella precisa identica misura in cui i professori hanno saputo e voluto cimentarsi nelle sette fatiche di Ercole del fare gli italiani. O no?


sabato 16 agosto 2014

La politica è la testa o la coda del potere?


La politica è la testa o la coda del potere?
Temo che il grosso dei problemi che affliggono i popoli moderni, sia dovuto al fatto di considerare la politica a l’apice del sistema sociale, con la capacità e il potere di indurre a piacimento civiltà o barbarie. Non a caso si parla di "primato della politica".
E per correggere questo modo strabico di inquadrare la realtà, dovremmo considerare i politici a mezza strada del potere reale; come dei fornai capaci si di produrre una grande varietà di pane, (leggi classi sociali oneste e produttive), ma solo se i mugnai della cultura li riforniscono di farine di ottima qualità: come dire, di cittadini istruiti, onesti e responsabili, da governare con leggi civili.
Quindi, nella "in-civiltà" italica dello sfascio a 360 gradi, è urgente domandarsi se i mugnai della scuola e della stampa stanno consegnando ottima farina sociale, o crusca per galline, ai panificatori della politica. Perché se ormai ci consideriamo un popolo di idioti, “istruito” dagli idioti, è inevitabile che poi ci si affidi ciecamente ad una “casta politica" di uguale livello, visto che l’autogoverno intelligente di un popolo idiota, non l’hanno ancora inventato.
Se il popolo italiano è esattamente come descritto da Vittorio Feltri su “il Giornale” del 24/7/14, col titolo, “Che noia la retorica sulla Concordia: davvero “sarebbe meglio nascondersi che esultare per un relitto”. Io qua vi riporto una sintesi che trasuda ottimismo da tutti i pori:
“La Concordia che si spezza – per salutare non si capisce bene chi – è un simbolo dell'idiozia italica, la sintesi di una sciatteria distintiva del nostro Paese alla deriva.”
“Trascinare fino a Genova l'imbarcazione, «defunta» al Giglio per pirlaggine umana, è una necessità, d'accordo. Ma solennizzare il funerale delle lamiere, facendolo passare per un atto di eroismo tecnologico, motivo di vanto e di orgoglio nazionale, è un'operazione tragicomica.”
“Un evento funebre spacciato per gaudioso e celebrativo della finezza dei nostri tecnici assume un solo significato: stiamo affogando nell'assurdo.”
Quindi, una domanda sorge spontanea: è proprio “la pirlaggine” il tratto distintivo millenario della “falsa intelligenza italica”, oppure è una “super qualità” acquisita, grazie a l’istruzione o “distruzione obbligatoria” ne l’Italia democratica?
Certo, sei decenni fa ci serviva un profeta per capire che con l’istruzione per tutti si stava avviando la più ricca industria di rimbambiti del pianeta.
Magari, a l’epoca, sarà stato pure giusto non prendere sul serio quel burlone di Twain, che inascoltato ci ricordava che “il sapone e l’istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali”.
Poi ci ha provato anche T.S.Eliot a suggerirci di diffidare dei super specialisti, con parole non meno inquietanti: “la disgregazione culturale può seguire alla specializzazione; ed è la disgregazione più radicale di cui una società possa soffrire”.
E Carlo Ferrario ci ha messo la ciliegina, considerando l’Università come “Il massimo sforzo compiuto dalla società attuale per dare ai giovani una cultura specializzata senza obbligarli a rinunciare alla loro ignoranza globale”.
Ora però il danno è fatto, e a livello di popolo ci servirà almeno un altro secolo e mezzo per iniziare a sospettare che soprattutto lo specialista è impari. Sa di poterla fare da “specialista”; ma se per distrazione si “inchina”, invece del wc. centra il pavimento: e uno così, in mare, cosa vuoi che centri !
A Schettino è successo proprio questo a l’isola del Giglio: pensava di “inchinarsi” da vero capitano, ma “uno scoglio gli ha tagliato la strada”, trasformando un capitano “ nel modo giusto”, in assassino “ nel posto sbagliato”. 
Ora il problema è capire se i prof. Merville della scuola italiana stanno sfornando in ogni campo della scienza, capitani Achab o capitani Schettino. Perché se hanno smesso la superba produzione di cacciatori di Moby Dick, per sfornare pescatori a strascico di scogli, sulla politica italiana intelligente e onesta e sul futuro dell’Italia la lapide si poteva già posarla prima di assemblare la Concordia.
Io non so se sia mai esistita una scienza alle quattro stagioni; ma se il mondo della cultura pretende che la politica possa e debba governare con uguale efficacia qualunque popolo le si offra: ignorante o istruito, idiota o intelligente, onesto o farabutto, perché stiamo buttando da sei decenni un mare di miliardi in istruzione e informazione? Forse lo facciamo sperando che un popolo istruito e informato possa auto governarsi con una politica meno idiota dell’attuale.  
Ma se i mugnai della scuola consegnano ai fornai della politica “crusca sociale” invece di “farina”, come dire un popolo “sformato dalla scuola"; pretenderlo poi “formato dalla politica", a colpi di leggi, decreti, regolamenti, sentenze e galere, e trasformato in popolo civile, intelligente, onesto e produttivo, è roba da manicomio.
Se tutta la responsabilità del funzionamento complessivo dello Stato ricade sulla politica, che ci costa 25 miliardi annui, è giustissimo aggiungere altri 45 miliardi per l’istruzione, solo se i prof. ci restituiscono capitani Achab cacciatori di balene; ma se in ogni campo sfornano solo "pescatori a strascico di stronzi di mare", (leggi scogli e catastrofi), i soldi sono buttati dalla finestra: non ci sarà mai una politica e una giustizia in grado di convertire in popolo, un gregge di umani col “neurone rincoglionito”, e non per carenza di autostima, ma per delirio d'onnipotenza.

martedì 15 luglio 2014

Solo i "delegislatori" possono salvare i popoli


Solo i "delegislatori" possono salvare i popoli

Se per convenzione consideriamo la legalità una religione indiscutibile, pur sapendo che nelle leggi non ci può essere niente di sacro, perché di infallibile negli umani non c’è un accidente; quando da l’ottuso rispetto di quelle leggi ne consegue lo sfascio insanabile dello Stato e un popolo ingovernabile, l’intera classe dirigente che avrà operato “acriticamente” nel rispetto di quelle leggi “sacre di nome e sacrileghe di fatto”, finirà screditata e combattuta, o peggio travolta come una casta di idioti, irresponsabili, corrotti, impunibili o impuniti.
Io non sono un addetto ai lavori in filosofia del diritto, e non ho la più pallida idea se l’unica cura alternativa a l’anarchia, che è il tumore dei sistemi sociali, sia la “legalità presunta intelligente”, degli Stati “stupidi ma presunti di diritto”. Perché se così è, scusatemi, e rassegniamoci pure alla religione della legalità, e allo sfascio che ne consegue.
Ma se, in qualche angolo sperduto del Mondo, esiste un modo per proteggere un popolo dal manicomio dell’anarchia, con “una forma di legalità meno sacra ma più intelligente”, (e scusate se sbaglio), ma credo che filosofi e giuristi destri e mancini dovrebbero sbranarsi fra loro per trovarla, prima che la rabbia induca i popoli crocefissi dalla “sacra ma poco intelligente legalità”, a sconquassare alla cieca, sacro e profano in una sanguinosa guerra fratricida.
A questo mondo, di sacro e di venerabile dovrebbe esserci solo la vita e la dignità di ogni singolo essere umano e il rispetto della natura”. Gli Stati che invece di servire, asservono uomini e cose, possono accreditarsi come “Stati di  diritto” quanto gli pare, con leggi e pomposi parlamenti, governi e magistrature nazionali e internazionali, ma poi restano sempre i fatti: lo sfascio insanabile, a testimoniare della reale incultura e inciviltà delle classi dirigenti che usano, sfruttano e calpestano i popoli fingendo di governarli.
Se dovessimo fare un elenco delle leggi che in Italia (in campo economico e di giustizia sociale) hanno fatto solo danni, ci converrebbe quello opposto, delle leggi che hanno fatto solo utile: finiremmo prima di iniziare. “Le leggi sindacali ci hanno liberato dal rischio che qualche imprenditore matto ci offra un posto di lavoro. E per fortuna le leggi tributarie stanno ripulendo l’Italia da quelli sozzoni degli imprenditori sfruttatori, ladri, falsificatori ed evasori, per conservare sotto vuoto spinto i super meritevoli corruttori”.
Quindi, più che di legislatori per “fare” leggi, in Italia ci vorrebbero i “delegislatori” per mettere in discussione quelle da manicomio, e correggerle, e magari riparare i danni arrecati alle vittime.
Perché in Italia, allo stato delle cose, non tre, ma nemmeno trentattre gradi di giudizio basterebbero per fare giustizia degna di questo nome, se nessuna delle leggi in vigore può essere messa in discussione fuori dalla Corte Costituzionale, che è un organo talmente microscopico e limitato come numero di addetti, (ne servirebbero moltiplicati per mille o diecimila) e lento come servizio, che una legge ha tutto il tempo di uccidere un intero sistema sociale in tutte le sue sfaccettature, prima che la Corte Costituzionale “uccida” la legge assassina. (vedi porcellum).
Se dopo sette decenni di sacro rispetto della legge il Presidente Napolitano ha dovuto profetizzare il peggio con parole inequivocabili: “Se i giovani non trovano lavoro per l’Italia è finita”; e di rincalzo il Dott. Feltri su “il Giornale ha sviluppato una analisi impietosa con la stessa musica: “Senza imprese è tutto inutile”; allora dobbiamo deciderci a stabilire se lo sfascio è dovuto a un attacco di stupidità collettiva del popolo, classe dirigente compresa; oppure a l’applicazione acritica delle leggi in materia di occupazione e tributi, da parte dei poteri esecutivo e giudiziario, anche quando è sfacciatamente evidente la loro distruttività.
Come chiudere imprese per irregolarità e persino per errori formali (senza danni di nessun genere e per nessuno) invece di correggerli e sanarli, evitando di trasformare un popolo di lavoratori occupati, produttivi e contributivi quanto basta per essere autosufficiente, in una bomba sociale tanto aggrovigliata e straripante di disoccupati, evasori, truffatori, corrotti, corruttori, falliti, tartassati, usurai e usurati, poveri, immigrati, farabutti e arrabbiati di tutte le razze, da perderne il controllo.
Se con un piccolo sovrapprezzo la cicogna avesse potuto portarci oltre ai neonati, quel "lavoro per i giovani" salva Italia, la nostra classe dirigente primatista in distruzione di imprese avrebbe potuto continuare a dedicarsi indisturbata alla sua attività. Ma come dice il Dott. Feltri: "Senza imprese e tutto inutile".
E le imprese non le porta la cicogna e non crescono nemmeno sotto i cavoli; hanno bisogno di un terreno giuridico e burocratico un po' più sterile per la classe dirigente pubblica e un po' più fertile per gli imprenditori onesti, se si vuole che la loro produttività di occupazione, profitti e tasse, (oggi miraggio), ci liberi da quella tragica "FINE" giustamente temuta dal Presidente Napolitano.